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Più local, meno glocal e soprattutto più scelte all’insegna del salutismo ( boom di acquisti di arance) con un’impennata della spesa per consumi domestici. L’emergenza Covid ha ridisegnato accanto alle modalità di lavoro e dei rapporti sociali anche la spesa alimentare degli italiani. E soprattutto ha rimesso il cibo in cima alla lista dei bisogni, subito dopo le medicine.

RECORD ASSOLUTO

Uno studio realizzato da Ismea rileva che la spesa per i consumi domestici è una delle poche variabili sulle quali la pandemia ha avuto un impatto positivo con un balzo nel 2020 del 7,4% e un record assoluto del 20% a marzo. La “tregua estiva” ha fermato il fenomeno che però è ripreso con le nuove chiusure scandite dalla tavolozza dei colori. A crescere sono stati sia i prodotti confezionati che i freschi.

A livello territoriale l’analisi dell’Ismea evidenzia ancora una volta un Nord Est che corre di più con un incremento dell’8,4% della spesa, seguito dal Centro (+7,3%) e dal Mezzogiorno (+7,2%). Al Sud la spesa, pur sempre su terreno positivo, si è caratterizzata per una maggiore variabilità con il consumo più sensibile alle restrizioni. L’aumento degli acquisti casalinghi non è però riuscito a compensare il crack dei consumi fuori casa.

Nei primi 9 mesi del 2020 la contrazione del fatturato della ristorazione è stata di quasi il 35%. E il brusco calo della ristorazione nel mondo ha pesato sull’export che da un incremento del 7% del 2019 è passato a un +1,7%. Ed è stata di fatto la filiera alimentata dai prodotti del Sud, dalla pasta all’olio d’oliva (che ha segnato anche un calo dell’import) fino alle conserve, a tenere alta la bandiera delle esportazioni.

NEGOZI DI VICINATO

Si è registrato poi un cambio di passo nella scelta dei luoghi di acquisto. Lo smart working e le limitazioni della mobilità hanno favorito negozi di vicinato e mercati mentre i molti che si sono recati nelle seconde case hanno contribuito all’aumento degli affari nei negozi nelle aree a bassa urbanizzazione che hanno messo a segno un aumento del 6,7% a fronte dello 0,3% nelle grandi città. E se i supermercati restano la principale fonte di approvvigionamento, la pandemia ha ridato ossigeno ai negozi di vicinato e ai mercati (rionali e degli agricoltori).

Secondo Ismea comunque le nuove tendenze erano già in atto, ma il Covid 19 le ha accelerate. Da qui la corsa alla spesa nel mercato contadino o presso le aziende agricole alla ricerca dei prodotti del territorio totalmente made in Italy e dunque più sicuri. E allora, maggior ricorso da parte delle aziende agricole alla vendita diretta con un giro d’affari schizzato a oltre 6,5 miliardi.

Secondo l’analisi a campione dell’Ismea i produttori che nel 2020 hanno scelto di accorciare la filiera sono stati il 21,7% con un aumento del 5% sul 2019, ma con una quota di prodotto consegnato direttamente al consumatore salito dal 73,1% all’82%.

LO STUDIO DI COLDIRETTI

Con lo scoppio della pandemia il rapporto con il cibo è cambiato con l’alimentazione che, secondo Coldiretti, è diventata una delle vie per cercare di mantenere la salute, ma anche di riservare maggiore cura nella scelta dei prodotti da mettere nel carrello. Da qui il successo dei farmer market. Il network dei mercati di Campagna amica, con più di 1200 strutture a livello nazionale, oltre a garantire un’offerta agroalimentare sicura e di qualità contribuisce, secondo Coldiretti, a mantenere vivo il tessuto economico e sociale nelle aree urbane.

“Negli anni i nostri mercati- spiega Carmelo Troccoli , direttore di Campagna Amica- sono cambiati con una frequenza più vicina all’esigenza di una spesa quotidiana e soprattutto con una maggiore presenza di produttori (+6%). Ed è stato il Sud a registrare il maggiore incremento sia di numero di mercati che di agricoltori”.

I MERCATI

Nelle regioni del Mezzogiorno, infatti, si è affermata più che altrove la formula delle strutture coperte. Dall’avvio del progetto i mercati coperti in quest’area sono aumentati di ben sei volte e oggi oltre il 40% si trova in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Campania, Basilicata. In particolare la Sicilia è riuscita ad assicurare quasi a ogni provincia il suo mercato coperto. Il farmer market ai tempi del Coronavirus ben esprime quel nuovo concetto di cibo come sicurezza, ma anche gratificazione che si sta affermando, e non solo in Italia.

Con l’aumento esponenziale dei poveri (secondo l’Istat è arrivato a 5,6 milioni l’esercito degli individui in grave difficoltà) i mercati sono diventati anche un luogo della solidarietà: con il programma della spesa sospesa di Campagna amica riservata agli indigenti nel 2020 sono stati distribuiti dagli agricoltori oltre 5 milioni di chili di prodotti a chilometro zero e di elevata qualità.

NUOVA CULTURA

Tra le eredità che lascerà questa pandemia, che non sembra peraltro intenzionata ad allentare la presa, sarà proprio una nuova cultura degli approvvigionamenti di prodotti strategici, alimenti e medicine. Con l’obiettivo di perseguire quell’autosufficienza alimentare considerata per anni quasi una bestemmia. Oggi si punta a garantire, in situazioni di gravi crisi, come l’attuale con frontiere chiuse e trasporti difficili, cibo in quantità (e qualità) sufficienti.

E anche l’Unione europea si sta muovendo in questa direzione per preparare un piano di emergenza finalizzato a garantire una migliore preparazione e coordinamento per future potenziali crisi che potrebbero minacciare la sicurezza alimentare a livello Ue , perché secondo Bruxelles “ questa crisi ha evidenziato come la sicurezza alimentare non possa essere data per scontata”.


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