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Il ministro degli Affari Regionali Mariastella Gelmini incontra in videoconferenza le regioni

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Nei rapporti tra Stato e Regioni affiora un altro tema di discussione, accanto alle controversie suscitate dalla gestione della emergenza sanitaria, che sembrano placate e ricondotte a un buon ordine anche a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha chiarito come le misure in materia di epidemia da Coronavirus rientrano nella materia “profilassi internazionale” di competenza esclusiva dello Stato.

Ora sono le Regioni che “dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia”, vale a dire di una situazione che per più aspetti può apparire di privilegio, ad aprire un nuovo fronte. L’avvio è dato dalle Province autonome di Trento e di Bolzano (LEGGI), che chiedono di non versare allo Stato quanto previsto da complessi accordi che hanno riguardato i rapporti finanziari e la chiusura di vecchi contenziosi che erano aperti dinanzi alla Corte costituzionale.

Somme dovute in ragione di un “patto di garanzia” che nell’ottobre 2014 il Presidente della Provincia autonoma di Trento aveva salutato con enfasi e soddisfazione per avere “ridotto di molto il sacrificio che le Province autonome sono chiamate a sostenere dal 2018”, con la certezza “che questa nuova cifra sarà tenuta ferma fino al 2023, un ulteriore elemento di garanzia per la stabilità dei nostri conti”. Non si trattava e non si tratta certo di un regalo allo Stato, ma della partecipazione a restrizioni finanziarie che hanno riguardato e riguardano l’intera comunità nazionale.

Non potendo dire, come nella popolare commedia di Eduardo De Filippo, “non ti pago”, l’attuale Presidente della Provincia di Trento invoca l’emergenza, ma si direbbe a rovescio: “con i conti dello Stato saltati a causa dell’emergenza, ci sembra giusto, come del resto previsto dallo Statuto, poter gestire noi i soldi dei trentini che in passato abbiamo trasferito a Roma per il risanamento dei conti pubblici nazionali, cosa che era giusto fare”.

Come era facile prevedere le stesse richieste sono state avanzate dalla Provincia autonoma di Bolzano e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, ed è probabile che le altre ad autonomia speciale si accoderanno.

La sostanza della questione non è data dall’importo dovuto, il cui onere sarebbe comunque sostenibile, né dalla singolare pretesa che un impegno assunto possa essere vanificato se si ritiene di utilizzare meglio le risorse per proprio conto. È più rilevante la logica sottesa, che riguarda l’assetto dei rapporti finanziari tra Stato e Regioni e la condizione di quelle ad autonomia speciale.

Le condizioni particolari di autonomia previste per queste ultime non possono essere interpretate come un permanente privilegio che si concretizza nella maggiore quantità, rispetto alle altre Regioni, di risorse pubbliche a ciascuna attribuite o comunque rese disponibili per l’esercizio delle stesse funzioni e la erogazione dei medesimi servizi.

Sarebbe una ingiustificata disparità nella attribuzione delle risorse, destinata a tradursi in un privilegio di cittadinanza, per i più elevati livelli e la maggiore ampiezza dei servizi che possono essere forniti ai residenti, non per effetto della buona amministrazione ma per la disponibilità di risorse aggiuntive. Né l’autonomia può essere considerata una condizione di esenzione rispetto agli oneri che riguardano l’intera comunità nazionale, come la ripartizione del peso del debito pubblico.

Le condizioni particolari di autonomia riguardano la maggiore ampiezza delle materie attribuite alla competenza regionale, ed i servizi ai quali fa fronte direttamente la Regione o la Provincia autonoma e non lo Stato. Questo giustifica la speciale attribuzione di risorse e la loro maggiore disponibilità, ma pone anche un ragionevole limite quantitativo.

Pure nella prospettiva del federalismo fiscale, le Regioni dotate di autonomia speciale non si sottraggono ai principi di coordinamento della finanza pubblica ed ai limiti che possono derivare dal patto di stabilità europeo e dalle restrizioni richieste di contribuzioni per farvi fronte. Né per queste stesse regioni è previsto un trattamento privilegiato che consenta loro di trattenere il gettito dei tributi erariali riscossi sul loro territorio.

Anzi, il principio costituzionale sembrerebbe l’opposto, orientato dalla solidarietà nazionale. Un fondo l perequativo istituito dallo Stato deve consentire alle Regioni con minore capacità fiscale per abitante di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Risorse aggiuntive devono essere destinate per promuovere lo sviluppo nelle Regioni svantaggiate e rimuovere gli squilibri economici e sociali.

Il percorso virtuoso e costituzionalmente corretto è dunque diverso da quello che anima la richiesta di Regioni o Province dotate di speciale autonomia di sottrarsi al versamento di quanto stabilito da accordi con lo Stato. Una richiesta che rende opportuno andare oltre la limitata questione sollevata, ed aprire una riflessione più ampia sul corretto assetto dei rapporti finanziari tra lo Stato e le Regioni.


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