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Dall’euro-entusiasmo sul Recovery fund all’euro-fallimento sui vaccini? Verrebbe da dire, scherzando un po’ e citando un brano di qualche tempo fa, “facili entusiasmi e improvvisi avvilimenti”.

In realtà il tema della gestione europea dell’approvvigionamento dei vaccini, indispensabili per provare ad uscire dalla drammatica crisi pandemica, vede il sovrapporsi di una serie di sentimenti, spesso contrastanti, che ruotano attorno alla dimensione politica del processo di integrazione europea.

Nel correre ad incensare la Ue quando riesce a lanciare un piano di ricostruzione post-pandemica fondato su una embrionale mutualizzazione del debito così come nel precipitarsi poi ad attaccarla per la sua inefficienza di fronte ai giganti farmaceutici, si mescolano pregiudizi antieuropei, aspirazioni utopiche ad un’Europa impossibile da edificare, ma anche opportunismi nazionali e infine oggettive e croniche carenze dell’edificio comunitario. Proviamo a fare un po’ di ordine.

Partiamo dal punto di vista di chi, di recente, ha scelto di rompere il fronte comunitario annunciando di aprire anche un canale alternativo di approvvigionamento. Si tratta della scelta del cancelliere austriaco Kurz, che segue quella della Danimarca e anche quella di alcuni Paesi dell’area orientale, già in contatto stretto con Mosca per possibili acquisti di siero russo. Se si analizzano con attenzione le parole di Kurz, si può notare che il suo non è stato un attacco diretto alla Commissione.

Il giovane leader cristiano democratico, infatti, non ha messo in discussione il negoziato iniziale condotto a livello comunitario, ma si è scagliato contro i ritardi e le inefficienze, vere o presunte, dell’Agenzia europea del farmaco. Questo è il primo punto da sottolineare. Il negoziato con le industrie farmaceutiche gestito a livello europeo è stato un elemento fondamentale, oserei dire imprescindibile, perlomeno per due ragioni.

Da un lato evitare squilibri negli acquisti e nei prezzi per questi acquisti. Dall’altro creare una tutela prima di tutto nei confronti dei Paesi più in difficoltà economicamente e più piccoli in termini di dimensioni. Non dovrebbe servire ricordarlo, ma è evidente che i Paesi della cosiddetta Europa del Sud avrebbero avuto grossi problemi ad affrontare in solitaria questo negoziato.

Qui si inserisce il secondo punto della questione. Le accuse, non di Kurz, ma di molti osservatori e anche di una parte dei parlamentari di Strasburgo, dirette in particolare alla Commissione, si sono concentrate proprio su come è stato condotta tale trattativa.

Anche in questo caso chiarezza è la parola chiave. Prima di tutto è bene rammentare che in qualsiasi negoziato, economico o diplomatico, le due parti in causa partono da posizioni di forza o di debolezza legate a ciò che possono mettere sul tavolo come leva per convincere la controparte. La drammaticità della situazione nella quale il negoziato è stato condotto ha senza dubbio ridotto in maniera sostanziale il margine negoziale della Commissione.

Quindi assoluzione su tutta la linea per Bruxelles? Assolutamente no. La Commissione ha fatto una scelta “politica” discutibile, che in larga parte spiega gli attuali ritardi. Ha cioè negoziato cercando di diversificare gli approvvigionamenti e lavorando, diciamo così di cesello, per abbassare i prezzi.

Questo ha allungato i tempi di consegna e di conseguenza tutta la prima parte della produzione è finita ad altri acquirenti che in media hanno pagato di più ma ottenuto molte più dosi e più rapidamente. Come mostrato da alcuni studi approfonditi in particolare effettuati dall’ISPI, un vaccino somministrato negli Usa ha un costo doppio di uno nell’Ue. Si diceva la scelta è stata eminentemente politica ed è strettamente collegata all’impatto della pandemia sulla ripresa dei sistemi economici.

A Washington, in Israele e in Inghilterra si è deciso di spendere di più, sperando in questa maniera di rimettere in moto più rapidamente la macchina economica. In Europa si è optato per la minor spesa iniziale ma oggi questo sta avendo effetti in termini di ritardo e probabilmente il risparmio iniziale verrà perso in punti di Pil nei prossimi mesi.

Fino a qui potremmo dire ci si è concentrati sul piano europeo. Ora però bisognerebbe dire qualcosa sulla dimensione nazionale di gestione della campagna vaccinale. Occorre insomma “separare il grano dal loglio” o meglio attribuire onestamente le responsabilità. Se si è detto delle inefficienze e delle scelte opinabili svolte a livello europeo, non bisogna dimenticare che le campagne vaccinali e la scelta delle priorità di vaccinazione sono tutte e completamente nazionali.

E anche su questo punto, come è ovvio, le scelte politiche hanno un peso. La decisione del premier britannico di procedere con una massiccia somministrazione di prime dosi ha alla base una forte presa di posizione politica (quasi certamente sostenuta da pareri medici preventivi). Altre leadership nazionali, e tra queste quella italiana del governo Conte, hanno deciso altrimenti.

Secondo punto da non trascurare. Le leadership nazionali si lamentano, giustamente, dei ritardi negli approvvigionamenti, per poi scoprire che in quasi tutti i contesti nazionali (l’Italia è un emblema) circa il 30% delle dosi sono ferme nei frigoriferi perché le campagne vaccinali scontano piani farraginosi e problematiche logistiche. Un terzo punto spesso trascurato, ma ancora una volta tutto nazionale e tutto politico, riguarda la scelta operata sulle cosiddette categorie da vaccinare con precedenza.

E in questo ambito specifico la scelta iniziale operata da Roma, vedremo se vi sarà un cambio di rotta, ha qualcosa di non completamente comprensibile. Di fronte a dati inequivocabili circa lo stretto rapporto tra tasso di mortalità ed età della persona infettata, la maggioranza dei Paesi europei ha scelto prima di tutto di mettere in sicurezza la popolazione anziana. In Italia si è optato invece per dare la precedenza ad alcune categorie (prima fra tutti i sanitari) senza differenziare all’interno e lasciando così la fascia più anziana in grave ritardo.

Si pensi che al 19 febbraio la percentuale di ultraottantenni vaccinati in Italia era pari al 6% (peggio soltanto Lituania, Lettonia e Bulgaria) mentre in Germania e Francia eravamo sopra al 20%. Ancora una volta scelte di natura politica nazionale e non europea.

In definitiva bisogna accettare che non ha molto senso e non è particolarmente scientifico comparare realtà storico-politico ed istituzionali così differenti come Ue, Stati Uniti, Regno Unito o Israele. In secondo luogo, con buona pace di chi ancora vi fa riferimento, gli Stati Uniti d’Europa non sono un traguardo raggiungibile né auspicabile. Rimane in campo l’Europa degli Stati nazione che di fronte ai rischi globali ha preso atto dell’interdipendenza sempre più profonda appunto tra gli Stati membri e ha deciso di operare in maniera cooperativa.

Questa Europa comunitaria, come più volte detto, non è strutturata per affrontare le emergenze. La gestione dell’approvvigionamento dei vaccini lo ha nuovamente dimostrato. Il rovescio della medaglia di questa considerazione deve essere un’altra presa d’atto: senza la mediazione europea, il negoziato sull’approvvigionamento sarebbe andato molto peggio, perlomeno per una parte dei Paesi membri, e tra questi sicuramente l’Italia.

E infine attenzione: alimentare l’antieuropeismo e una narrazione che parla di inefficienza e sclerotizzazione burocratica della Ue contribuirà a far peggiorare l’immagine della stessa presso opinioni pubbliche nazionali stanche ed impoverite dalla crisi. A pagare il prezzo sarà ancora una volta, però, la qualità della democrazia all’interno dei singoli Paesi membri.

Tutto ciò farà bene all’immagine complessiva di una Ue che nei prossimi mesi andrà sui mercati a raccogliere il denaro che dovrà sostanziare il Recovery fund? Gli apprendisti stregoni dell’euro-entusiasmo, così come quelli dell’euro-fallimento, non si curano certo di questi “dettagli”. Ma spesso sono i “dettagli” a fare la differenza.


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