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Le risorse per un ritorno tra i banchi in sicurezza restano insufficienti. Come, di conseguenza, organico e misure sanitarie.

I sindacati della scuola – Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda – lo hanno ribadito ancora una volta nella conferenza stampa di ieri che, se fa dubitare da più parti sulla ripresa delle lezioni in presenza per settembre e mette in fila numeri preoccupanti per tutto il Paese, non può che allarmare definitivamente le regioni del Sud, alle prese con emergenze di lungo corso. Le stesse che nei mesi del Covid hanno definitivamente messo in ginocchio un “sistema istruzione” abbandonato a se stesso da anni.
La media delle risorse stanziate è eloquente, visto che la ripartizione dei fondi a disposizione per la scuola – nel caso in cui aumentasse dagli attuali 1,4 miliardi di euro a 2, 4 con 1 miliardo in più promesso dal Ministro Azzolina (che conta sul Mef) – garantirebbe una dotazione finanziaria aggiuntiva di circa 300.000 euro per ciascuna delle 8.000 scuole italiane, rappresentando quindi una vera e propria goccia nel mare rispetto all’arretratezza del Sud, solo aggravata dall’emergenza sanitaria.

NUMERI IN ORGANICO

Secondo i Sindacati, i problemi inizierebbero già dalla dotazione dell’organico – che rispetto alle risorse in gioco potrebbe contare sull’assunzione di poco più di 56.000 docenti e 16.000 Ata per 10 mesi. Un problema di non poco conto, visto che il personale aggiuntivo dovrebbe innanzitutto poter garantire la riorganizzazione degli alunni in gruppi più piccoli, in grado di assicurare il necessario distanziamento.

Ma un problema che al Sud diventa drammatico e quasi insuperabile. Se è vero infatti che la media nazionale fatta dagli stessi sindacati parla di 7 docenti in più con cui è possibile “coprire” per 30 ore settimanali e per 10 mesi 5,1 gruppi classe aggiuntivi nella primaria e 4,1 nella secondaria – il tutto su oltre 40.000 sedi scolastiche – le regioni del meridione dovranno fare i conti con lo stato preesistente: qui ogni insegnante ha al proprio attivo ben 10 studenti in più rispetto ad un suo collega del Nord, a fronte, oltretutto, della grave disparità di inquadramento, visto che sul totale nazionale, il Sud può contare su appena il 28, 6% di docenti a tempo indeterminato, contro il 39% del Nord. Con un numero di precari quindi di gran lunga più alto nel Meridione.

Stesso discorso per il personale non docente – verosimilmente, quello che sarà impegnato nelle operazioni di pulizia, igienizzazione e sanificazione. Assegnare ad ogni istituzione scolastica – osservano i sindacati – solo 2 Ata in più non assicura neanche lo svolgimento delle operazioni di pulizia e igienizzazione con la frequenza prevista dal Protocollo Sanitario. E se questo è quello che accade a livello nazionale, non è difficile immaginare le ricadute sulla sicurezza effettiva di alunni e personale scolastico nel Sud, dove troviamo un dipendente per 57 alunni, contro i 41 del Nord. Divari e diseguaglianze che oggi saltano all’occhio di più dal momento che l’obiettivo primario è quello della salute di bambini e adolescenti, ma che fino ad oggi hanno penalizzato in modo drammatico apprendimento e salubrità in regioni come Calabria e Campania più che altrove. Compromettendo il diritto ad una scuola efficiente ed accogliente per tutti.

Ecco perché quello che i sindacati chiedono oggi, preoccupati di non farcela – innanzitutto più insegnanti e più personale ATA – rappresenta una parte di quelle emergenze che al Sud durano e si vanno aggravando da decenni sotto gli occhi di vari esecutivi: il sovraffollamento delle classi (ora più che mai serve lo sdoppiamento e gruppi ridotti di studenti); la minor quantità di tempo pieno per gli scolari del Meridione (il Covid richiede il rafforzamento della didattica ed il potenziamento dell’orario); l’inagibilità igienico-sanitaria quasi totale del Sud rispetto alle brillanti percentuali del Nord (i sindacati sono tornati a chiedere maggiore sorveglianza e assistenza per gli alunni e pulizie più frequenti con più collaboratori scolastici). Senza contare che entro settembre, in ogni scuola, quindi anche in quelle sottodimensionate della Calabria, tutti i ruoli dovrebbero poter essere coperti in modo definitivo: insegnanti, dirigente scolastico, il DSGA (Direttore dei Servizi Generali ed Amministrativi, n.d.r.), segreteria al completo, assistenti tecnici di laboratorio e collaboratori scolastici.

Invece, secondo Cgl,Cils, Uil Snals e Gilda, “le scelte fatte dal Governo non hanno, al momento, consentito di stabilizzare già dal primo settembre un numero significativo di docenti precari. E’ accaduto per il personale amministrativo facente funzione con 36 mesi di servizio che, seppure privo di titolo di studio specifico, ha coperto vuoti di organico per anni e anni. Nella presente situazione di emergenza è ancor più necessario che le assunzioni del personale Ata si facciano su tutti i posti disponibili e non, come avviene ora, solo su quelli liberi per il turn over”.

Nella difficile giornata di ieri, intanto, la Ministra ha voluto assicurare in una intervista all’Huffingtonpost l’utilizzo di parte del Recovery Fund (quando arriverà) proprio per edilizia scolastica, meno alunni per classe e innovazione didattica.

PRESIDI SANITARI E AREE INTERNE

Tra le richieste avanzate ieri dai sindacati anche la previsione di una specifica modalità di controllo del territorio da parte delle ASL, attraverso l’individuazione di di un medico a cui la scuola potrà rivolgersi in caso di necessità; una procedura standardizzata per la gestione e la segnalazione di sospetti casi COVID e l’individuazione in tutte le scuole del medico competente per la sorveglianza sanitaria. Richieste ragionevoli, che dovranno però fare i conti su tutto il territorio nazionale, ma soprattutto al Sud ed in particolare in Calabria , con le c.d. aree interne, lontane cioè dai servizi essenziali riguardanti salute, mobilità, istruzione. Luoghi che possono garantire una migliore gestione degli spazi, ma che soffrono di un bassissimo livello occupazionale, di reddito, di spesa e di prestazioni pubbliche, oltre che di tecnologie e competenze delle pubbliche amministrazioni. Pur riguardando quasi mezzo milione di studenti, dai 6 ai 18 anni. Poche settimane prima del lockdown, l’Eurispes scriveva: “La bassa spesa pubblica al Sud per la sanità genera situazioni che varcano il limite della sopravvivenza, come quella del Comune di Longobucco, in Calabria, dove non c’è la guardia medica e l’ospedale più vicino è a 40 Km”.

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