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SARA’ il primo vero tagliando di efficienza che il Governo dovrà affrontare. E superare. La prova più difficile della fase 2, prima ancora della fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti. Solo che – nonostante le rassicurazioni del premier Conte – il mondo della scuola, a poche ore dalla ripartenza, è ancora nel caos. E quel che più conta, un caos differenziato. Geograficamente diseguale. Caratterizzato dalla pandemia, ma soprattutto dalla pluriennale dimenticanza politica del Mezzogiorno e dalla sperequazione cronica che ne deriva tra Nord a Sud anche in tema di istruzione. Mali causati (e non casuali), generati dalla scelta precisa della spesa storica, che ha privato le regioni del meridione anche solo delle risorse pubbliche sufficienti a garantire i livelli essenziali delle prestazioni e le condizioni minime per poter almeno provare a costruire asili, scuole ed università degne del dettato costituzionale.

APERTURE DIFFERITE E ORARIO RIDOTTO

Le parole del Presidente del Consiglio sul rientro regolare del 14 settembre in presenza e in piena sicurezza devono fare i conti con la decisione di sette regioni di spostare in avanti la prima campanella. Cinque per l’esattezza al Sud – Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Abruzzo – apriranno il 24 settembre, dopo le elezioni. Il 16 si tornerà in classe in Friuli Venezia Giulia, il 22 in Sardegna. Ma i nodi da sciogliere – gli stessi rimasti in primo piano per tutta l’estate nonostante le numerose linee guida emanate dall’esecutivo – non riguardano solo la data della riapertura. Presidi e sindacati restano dubbiosi sulla consegna in tempo utile di tutti i banchi monoposto, senza i quali si torna alla tanto discussa didattica a distanza. La stessa che ha visto “scomparire” dalle lezioni molti studenti del Sud, dove il Miur ha certificato nel 2019 una dispersione quasi doppia rispetto al Nord e l’Istat registra il 20% di ragazzi tra 6 e 17 anni senza un computer/tablet in casa, contro il 12,3% della media nazionale. Ancora aperti poi i problemi legati a certificazioni mediche, reperimento degli spazi ed numero dei docenti, con l’arrivo di nuove ordinanze da parte di altri sindaci che, dietro richiesta dei presidi, dovranno posticipare la riapertura. In vista riduzioni significative di orario (ma al Sud il tempo pieno è già di fatto inesistente) ed alternanza delle classi per mancanza di aule, mascherine e prof.

CONSEGNA DEI BANCHI

Centomila finora i banchi monoposto arrivati a destinazione. Troppo pochi rispetto ai due milioni e mezzo che dovranno essere consegnati entro la fine di ottobre, al contrario degli annunci del mese di agosto che assicuravano il completamento delle operazioni entro l’inizio dell’anno scolastico. Troppo pochi, i banchi, anche rispetto alle “classi pollaio” del meridione, dove un insegnante segue 10 studenti in più rispetto ad un collega del Nord e un dipendente Ata 57 alunni (contro i 41 del Nord). Dopo la prima consegna simbolica il 29 agosto a Codogno, Alzano Lombardo e Nembro, il comunicato dello scorso 4 settembre del Commissario Arcuri parlava di oltre 5.000 banchi e quasi 800 sedute innovative recapitati in 111 istituti di Bolzano e provincia e di 1500 all’incirca nella provincia di Caserta. Numeri che, al netto delle polemiche che hanno riguardato i termini del bando (corretto più volte in corso d’opera), preoccupano i diretti interessati. “La consegna è in grave ritardo”, denuncia il presidente dell’Associazione Nazionale dei Presidi, Antonello Giannelli, che lamenta anche la mancanza di un calendario delle operazioni. A prevalere, sembra che sarà il criterio della precedenza ai territori più colpiti dalla pandemia, oppure quello dello stato degli edifici e della data di riapertura. Le contraddizioni tra il Nord (colpito dal virus) ed il Sud (con edifici fatiscenti ed aule sovraffollate) sono di tutta evidenza. Ma che ad aspettare sarà ancora una volta il Meridione sembra ormai certo.

MASCHERINE E GEL IGIENIZZANTE

Il ministero dell’Istruzione e il Commissario Arcuri assicurano mascherine sufficienti e gratuite per tutti, studenti e personale, ma le incertezze che emergono da una indagine svolta fra il 9 e il 10 settembre da Cittadinanzattiva sono molte. Secondo la ricerca, che ha coinvolto 4 regioni del Nord, 4 del Centro e 5 regioni del Sud, per un totale di 23 città e 39 istituti coinvolti, le mascherine (che dovranno essere indossate in classe sotto il metro di distanza) non sono arrivate o quando ci sono, spesso acquistate direttamente dalla scuola, la quantità non è sufficiente per coprire le esigenze quotidiane degli studenti e di tutto il personale docente e non docente. Dubbi anche in merito alla tipologia di mascherina che si può usare in classe. In alcuni casi le mascherine le hanno spedite le Regioni, in altri le ha comprate direttamente la scuola, in altri casi ancora i genitori utilizzando il “fondo cassa” degli anni precedenti. La tendenza generale è quella di chiedere agli studenti di presentarsi in classe con una mascherina personale (e un’altra di riserva) e di tenere quelle in dotazione della scuola come “scorta”.

DOCENTI E ATA

La scorsa settimana è scaduta la c.d. “chiamata veloce” per riempire le 85mila cattedre rimaste vuote lo scorso anno. E giovedì sono partite le nomine per i supplenti a partire dalle graduatorie provinciali. I precari saranno chiamati a riempire con una vera e propria corsa contro il tempo le cattedre vacanti, tenendo presente che il buco a livello nazionale è di 200mila insegnanti. Il dato è ribadito dalla Cisl Scuola, che denuncia come “non sia stata completata l’assegnazione del personale alle istituzioni scolastiche per la farraginosità delle procedure del sistema informatico fortemente voluto dal ministero dell’Istruzione”. Solo nel Lazio, “errori e ritardi determineranno il ricorso al lavoro precario nella misura di oltre 20mila unità. Analoghe considerazioni valgono per le Graduatorie Provinciali delle Supplenze (Gps), che presentano molti errori e le nomine che verranno effettuate sulla base delle stesse saranno conseguentemente viziate con l’apertura di un enorme contenzioso che impedirà un avvio ordinato dell’anno scolastico”. Di due giorni fa, come riportato da Leggo, anche lo “scontro” tra il direttore dell’ufficio scolastico provinciale di Milano, Marco Bussetti (predecessore dell’attuale ministra), che consigliava ai dirigenti scolastici in via di urgenza di chiamare i supplenti dalle graduatorie di istituto, e lo stop della Azzolina che impone il rispetto delle graduatorie provinciali. I sindacati affermano, poi, che “il personale non ha ricevuto la necessaria formazione sulle procedure di gestione di eventuali casi di contagio (…) a causa del mancato coordinamento tra le istituzioni scolastiche e i Dipartimenti di prevenzione costituiti nelle Asl”.

TEST SIEROLOGICI

Le graduatorie rischiano di andare in tilt anche per i risultati che stanno arrivando dai test sierologici. 500.000, circa la metà, i docenti che finora lo hanno effettuato, con 2,6% di loro risultato positivo: oltre 13.000 gli insegnanti che per ora non prenderanno servizio alla riapertura e che andranno a pesare sullo “scoperto” già esistente. In Lombardia, Toscana e Veneto il 70% degli insegnanti ha già effettuato il test, in Sardegna solo il 4%. E mentre il presidente della Campania De Luca ha firmato nei giorni scorsi l’ordinanza (controversa) per rendere obbligatorio il test sul personale scolastico, anche non docente, i numeri nazionali su base volontaria lasciano ancora lo screening a metà, anche se molti insegnanti potrebbero decidere di aderire all’esame nei prossimi giorni. Ancora assenti, in molti istituti, i referenti scolastici Covid.

LAVORATORI FRAGILI

Dubbi anche riguardo i c.d. “lavoratori fragili”, più numerosi al Sud per i numeri sulla cronicità e comorbilità sensibilmente più alti che altrove, secondo i medici di famiglia Mediass, ma con una ripartizione più esigua dei relativi fondi a causa dell’applicazione dei costi standard. Il ministero ha chiarito nei giorni scorsi che l’indicazione della sola età superiore ai 55 anni non è sufficiente, ma senza fornire ulteriori chiarimenti rispetto alla possibilità di insegnare a distanza mentre i ragazzi sono a scuola. Di certo, il docente dovrà certificare di essere affetto da malattie cardiovascolari, respiratorie e dismetaboliche o, indipendentemente dall’età, a carico del sistema immunitario o oncologiche, con relativa certificazione di fragilità da parte dell’Inail. Molte, anche qui, le perplessità dei presidi espresse in una lettera inviata lunedì scorso alla Ministra Azzolina e riguardante la gestione dei lavoratori e delle lavoratrici fragili da parte delle istituzioni scolastiche: “La circolare congiunta n. 13 del 4 settembre del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e del Ministero della salute allude alla possibilità per il medico competente di formulare un giudizio di non idoneità temporanea ma lascia privi di risposta degli interrogativi. Permane, infatti, una lacuna normativa che riguarda, da un lato, la gestione dell’assenza di chi non può lavorare né in presenza né a distanza (è il caso dei collaboratori scolastici); dall’altro, la gestione di chi non può lavorare in presenza ma potrebbe farlo a distanza (come il personale docente, amministrativo e tecnico)”.

INSEGNANTI DI SOSTEGNO

Prima il lockdown, ora le nuove regole – prima fra tutte quella del distanziamento sociale – non aiuteranno certamente gli studenti più fragili. Si parla di 170mila ragazzi diversamente abili, il 59% del totale, che dopo mesi di assenza non ritroveranno ad attenderli il proprio insegnante di sostegno, ma un docente mai visto prima. Il quale, a sua volta, potrà cambiare più volte nel corso dei mesi. Gli insegnanti di sostegno, comunque, mancano un po’ dappertutto. A fronte del fatto che, secondo Tuttoscuola.com, “di pari passo con l’incremento del numero di alunni con disabilità è cresciuto – più che proporzionalmente – il numero di insegnanti di sostegno: +190% in poco più di vent’anni. I posti di sostegno sono passati dai 59 mila del 1997-98 ai 173 mila del 2019-20. Ma 73 mila (il 42%) sono precari. Per questo anno scolastico si può stimare che i docenti precari saliranno a 83 mila (45%). Quasi tutti saranno nominati in una scuola diversa da quella dell’anno precedente, per le regole di reclutamento”. Senza dimenticare che la dad sotto lockdown ha praticamente “cancellato” un alunno con disabilità su tre (il 36% del totale), tenuto conto che secondo l’Istat, all’aumento nazionale degli studenti con disabilità (+10 mila, 284.000 in tutto, il 3,3% del totale degli iscritti), corrisponde la carenza di dotazioni informatiche soprattutto nel Mezzogiorno.

QUARANTENA: SMART WORKING E CONGEDI

Entro il 31 dicembre, sarà possibile per uno dei genitori attivare il lavoro agile in caso di quarantena (a prescindere dalla durata) del figlio fino a 14 anni se convivente, in caso di contatto con il virus verificatosi a scuola. L’opzione si attiverà quando lo smart working sia compatibile con le previsioni specifiche del lavoro pubblico e del lavoro privato. Ove la prestazione lavorativa sia incompatibile con la modalità agile, si potrà fare ricorso al congedo straordinario, retribuito al 50% e coperto da contribuzione figurativa. Il tutto, per evitare abusi, senza che le agevolazioni possano essere utilizzate contemporaneamente da entrambi i genitori. C’è un però. Il 15 ottobre terminano le procedure semplificate per il ricorso allo smart working. Per mantenere questa modalità di lavoro, quindi, e in assenza di aggiornamenti legislativi, le aziende dovranno tornare alla stipula individuale con il singolo lavoratore dell’accordo relativo, non potendo più decidere unilateralmente questa modalità. La previsione è un forte aumento delle richieste, ben oltre le 500mila unità della prima fase.

LA PROTESTA DEGLI STUDENTI

Sul piede di guerra anche i diretti interessati, che annunciano per il 25 e il 26 settembre manifestazioni in molte piazze italiane. Il primo giorno a manifestare saranno solo i ragazzi, il 26 allievi e docenti precari sfileranno insieme. A “qualche giorno dalla riapertura ancora troppo poco è stato fatto dal Governo per la riapertura della scuola: manca un piano sui trasporti, lavori all’edilizia” e il rischio è di peggiorare la dispersione scolastica”, sostiene l’Unione degli Studenti, che chiede che il Recovery Fund abbia un ruolo determinante per garantire accesso, istruzione gratuita ed un nuovo modello scuola.

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