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Aumentano di ora in ora le scuole che non riaprono. Soprattutto al sud. Dove è ormai scontro aperto tra Regioni, Comuni, sindacati e singoli istituti.
Se il giorno della riapertura ufficiale – quello che ha visto il Presidente della Repubblica Mattarella a Vo’ Euganeo, a sottolineare come il lockdown sia stata una lezione sull’importanza dell’istruzione – molte scuole sono rimaste chiuse, molte altre lo saranno, soprattutto al meridione e ancora per molti giorni. Il calendario da queste parti è pieno di sorprese e incertezze, ma i problemi arrivati col Covid sono in realtà quelli di sempre. Quelli che al Sud riguardano l’agibilità igienico-sanitaria degli edifici, le classi pollaio, i mancati collaudi, un’edilizia pericolante, un numero di docenti e assistenti del tutto insufficiente.

I DISOBBEDIENTI

La Calabria, innanzitutto, preoccupata dall’aumento dei contagi e dai seggi elettorali. Le richieste che stanno arrivando alla task force composta da Usr, Protezione civile e Anci fanno ipotizzare nuovi slittamenti in avanti ed il ricorso ai turni per le scuole superiori. In queste ore, si fa i conti con i disobbedienti: 15 sindaci che, contro la decisione della regione Calabria di riaprire il 24 settembre, hanno deciso per posticipi diversificati, che vanno dal 25 al 28 (data sulla quale sembrano convergere anche sempre più comuni pugliesi). Almeno per ora.

Le ordinanze dei diversi sindaci calabresi – primo fra tutti quello di Reggio – per procedere alla sanificazione del dopo elezioni di tutti gli edifici, non garantirebbe il raggiungimento della soglia minima dei giorni di lezione (200), dal momento che la stessa regione ha fissato la chiusura dell’anno scolastico al 12 giugno. Senza contare il nuovo stop a cui potrebbero essere costretti gli studenti in caso di ballottaggio il 4 e 5 ottobre e le ripercussioni di un calendario così variegato sullo svolgimento degli esami previsti per i diversi cicli. Una situazione aggravata dal dato dell’agibilità igienico-sanitaria, certificata per tutto il Mezzogiorno in era pre Covid nel 15% appena degli istituti scolastici (contro il 67% del Nord).

Le scuole comunali di Napoli rappresentano un altro versante caldo. Qui è a rischio anche la riapertura del 24 settembre, con i sindacati sul piede di guerra per il grave ritardo con cui i vari istituti si starebbero adeguando a tutte le norme anti Covid. Per ora la strada è quella di un’assemblea sindacale per il 24 e 25 settembre, convocata dai lavoratori delle scuole dell’infanzia e degli asili nido. Ma senza un confronto con il Comune, la Cisl è pronta a proclamare lo sciopero. Le richieste dei sindacati nei confronti dell’amministrazione comunale di Napoli – non è un caso – rappresentano né più né meno lo stato in cui è stata lasciata da anni la scuola di tutto il Sud Italia: mancano le risorse per adeguare il numero del personale al fabbisogno, con carenze tra maestre comuni e di sostegno ed educatrici.

QUESTIONE IGIENICA

Del tutto insufficiente anche l’igienizzazione delle aree interne ed esterne delle scuole, così come il numero del personale Ata, che tra bidelli e operatori dovrebbero garantire il rispetto delle linee guida. I rappresentanti sindacali denunciano poi, a tutt’oggi, anche l’assoluta insufficienza dei dispositivi di protezione (mascherine, guanti, visiere) e sanificazione (saponi e disinfettanti) così come l’assenza di segnaletica per gli spostamenti e l’individuazione del referente Covid 19. Ma segnalano anche bagni rotti o inutilizzabili per bambini e docenti nell’80% delle scuole e la mancanza di un protocollo tra l’Asl e il Comune in caso di contagi, che resta uno dei principali nodi per molte amministrazioni del Sud.

Anche le rassicurazioni del Presidente del Consiglio sull’uso del Recovery Fund portano al Sud: “Utilizzeremo le risorse del Recovery Fund per la scuola – ha assicurato Conte durante la visita in una scuola di Tor Bella Monaca, periferia di Roma – per le infrastrutture edilizie, per digitalizzare completamente la scuola italiana, contrastare la dispersione scolastica, migliorare il rapporto numerico tra studenti e docenti”.

LETTERA MORTA

Portano al Sud perché è proprio qui che tutto questo, finora, è rimasto lettera morta, con una edilizia scolastica priva di agibilità, abitabilità, collaudi, prevenzione incendi e agibilità igienico-sanitaria. Una digitalizzazione scarsa e insufficiente per infrastrutture e dispositivi. Tassi di dispersione ed abbandoni doppi nel Sud rispetto al Nord. Insegnanti che nel mezzogiorno seguono dieci alunni in più dei loro colleghi del Nord, che hanno il maggior numero di contratti da precari ed i cui alunni, a causa dell’impossibilità di attuare il tempo pieno, sono destinati a perdere, in tutta la loro vita scolastica, fino ad un anno di lezioni.

Con una domanda e offerta dei docenti che non si incontra: secondo l’Anief, il numero maggiore di cattedre scoperte è nelle regioni del nord, mentre le graduatorie sono più piene di insegnanti in attesa del ruolo nelle regioni del Sud.

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