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La ministra Lucia Azzolina

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Se la scelta di un nuovo lockdown generalizzato è sempre più probabile, anche per la scuola il tempo è scaduto. Senza che si sia riusciti a trovare una soluzione alternativa. Dall’incontro di ieri sera del premier Conte con i capi delegazione della maggioranza, e in attesa del nuovo Dpcm, emergerebbe l’ipotesi di Dad anche alle medie per i territori più sofferenti, ma resterebbe il no della ministra Azzolina alla chiusura.

Le resistenze espresse da Palazzo Chigi fino a tre giorni fa per evitare la chiusura di elementari e medie si erano già scontrate con le decisioni contrarie delle Regioni che, strette tra nuovi contagi e ospedali ormai al limite, avevano deciso per la didattica a distanza, in autonomia e sempre più alla svelta.

STOP PROGRESSIVI

Prime tra tutte, la Campania (che ieri ha chiuso anche gli asili nido) e la Puglia, che pensa a un ritorno sui banchi per i più piccoli della primaria già dalla prossima settimana. Poi c’è la Calabria, che registra la smentita del presidente facente funzioni sulla chiusura regionale generalizzata, ma fa i conti con chiusure a macchia di leopardo, legate a singoli focolai su tutto il territorio.

Che rinunciare a chiudere potesse essere sempre di più un rischio lo si era capito già da qualche giorno, al di là delle critiche al governatore pugliese Emiliano da parte della ministra Azzolina e del commissario straordinario Arcuri (che invece ha parlato nelle ultime ore di evitare il “dramma”).

A fare la differenza erano state le indicazioni del Cts, sempre più orientato alla didattica a distanza generalizzata. E, soprattutto, la decisione del premier Conte e del ministro della Salute, Speranza, di non opporsi a altri eventuali interventi, purché decisi dai singoli governatori.

Lo scenario di una chiusura continua comunque a non piacere, oltre che alla ministra, anche ai sindacati, come emerge dall’incontro di ieri tra la responsabile del dicastero (che rivendica i 3,7 miliardi dell’ultima legge di Bilancio per docenti, edilizia scolastica, digitalizzazione) e le sigle di settore, che parlano di stop alle lezioni solo come ultima spiaggia e di rientro in presenza anche per il secondo ciclo. E tuttavia lo stop alle lezioni in presenza potrebbe essere l’unica strada per non lasciare il Paese, e soprattutto bambini e ragazzi, in balìa di decisioni tardive e diversificate territorialmente, a fronte di un indice di trasmissibilità che proietterà quasi sicuramente l’Italia verso lo “scenario 4”, il più grave tra quelli previsti dall’Iss.

POLITICA IMMOBILE

Uno stop conseguenza del fatto che la politica è rimasta a guardare, soprattutto nei confronti del Sud. O peggio, si è agito pensando di affidare il capitolo istruzione e la sua sopravvivenza ai banchi monoposto o con le rotelle, alle mascherine da seduti e non al cambio d’ora, alla febbre provata a casa, a cinema e musei adibiti in tutta fretta ad aule e laboratori. Perdendo così mesi preziosi e lasciando il Mezzogiorno, ma anche molti altri pezzi del Paese, come le aree interne e le periferie, alla prese con l’emergenza cronica dell’edilizia pericolante, degli spazi malsani e insufficienti, del trasporto pubblico inadeguato, di insegnanti – soprattutto di sostegno – insufficienti e di tecnologie inesistenti.

Un po’ ovunque, dalla riapertura di settembre in poi, l’unica soluzione sul fronte scuola sembra essere stata quella della sopravvivenza. Una sopravvivenza sempre più caotica e frammentaria, alle prese con l’incertezza del ministero dell’Istruzione anche sui dati effettivi dei contagi (affidati a questionari inviati ai Dirigenti e privi di qualunque base scientifica di rilevazione), la paura di nuovi focolai e le disposizioni contraddittorie di Governo, governatori, sindaci e dirigenti scolastici. Una sopravvivenza faticosa che non poteva che portare alla chiusura – pena nuovi contagi e nuove vittime – “notificata” quotidianamente al governo da famiglie, docenti, dirigenti scolastici, studenti e amministratori locali.

INTERVENTI MANCATI

Con il risultato di nessuna linea comune tra Regioni, tra Regioni e Comuni e tra Comuni della stessa Regione. Tutti, però, alle prese con gli stessi errori e le stesse omissioni della politica riguardo ai pochi punti critici sui quali si è perso tempo e che, se corretti, avrebbero potuto garantire non solo la riapertura, ma una sufficiente continuità delle lezioni in relativa sicurezza. Parliamo di poche cose: orari di entrata e uscita scaglionati e una scolarità diffusa durante tutta la giornata, per esempio. Soluzioni che, a loro volta, avrebbero potuto essere realizzate attraverso un maggior numero di docenti – anche supplenti, senza dover attendere le procedure più lunghe dei concorsi pubblici o scontare i numerosi errori paralizzanti delle graduatorie provinciali – e il potenziamento reale dei trasporti locali, che è qualcosa di molto diverso dalla fasulla (e costosa per lo Stato) capienza dell’80%, del tutto priva di controlli e rispetto alla quale l’unico risultato reale è stato l’impegno, che il governo ha dovuto sottoscrivere con la Conferenza Stato Regioni, a sborsare risorse aggiuntive necessarie a garantire il 20% di servizi mancanti.

SUD PENALIZZATO

A farne le spese è l’intero settore – 9 milioni di cittadini, tra studenti, docenti e personale scolastico – ma ad essere allo stremo è di nuovo il Mezzogiorno, dove mancate risorse e mancati investimenti hanno prodotto, con l’emergenza sanitaria, un’ulteriore dispersione dalle lezioni e un rischio altissimo non solo in termini di salute, ma anche di mancata formazione e di conseguente abbattimento dei redditi delle generazioni future.

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