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Lucia Azzolina

Tempo di lettura 4 Minuti

Senza una deroga – ormai invocata da più parti – per la scuola si profilerà un altro “fai da te”, con richiesta di ferie o permessi, spostamenti in massa e l’ennesima interruzione di una didattica messa a dura prova da mesi. Il tutto a carico dei più piccoli di elementari e medie, alle prese con le lezioni in presenza. L’ultimo problema in ordine di tempo, che preoccupa soprattutto alcuni presidi lombardi, ma rispetto al quale si stanno facendo sentire anche altri dirigenti scolastici, insegnanti e sindacati, riguarda il ritorno a casa per le vacanze di Natale di tutto quel personale – precario e del Sud – che dovrà fare i conti con il divieto previsto nell’ultimo Dpcm: nessun spostamento da regione a regione (anche se tutte in zona gialla) dal 21 dicembre al 6 gennaio. A fronte della chiusura delle scuole fissata al 23 dicembre.

PRESIDI PREOCCUPATI

Molti dei docenti che lavorano in Lombardia e Piemonte sono infatti originari delle regioni del Sud: lavoratori stabili nella precarietà, che di fatto insegnano al Nord da anni e che per questo motivo hanno dovuto spostare la propria residenza, ma comunque soli e lontani da famiglie, parenti e amici. In pratica, un buon 35% del corpo docente che, salvo correttivi, non potrà usufruire di quanto previsto dal Dpcm del 3 dicembre, che consente di spostarsi sì da regione a regione in qualunque momento, ma solo per raggiungere il proprio domicilio o la propria residenza. Requisito che nel questo caso di questi lavoratori, appunto, non sussiste più. “Il governo preveda una deroga agli spostamenti per Natale per gli insegnanti che devono tornare a casa” è l’appello di Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi.

Per il docente, “senza una modifica” c’è il rischio che “si ricorra a soluzioni fai da te che non garantiscono il diritto all’istruzione dei bambini. Parliamo – ha aggiunto Giannelli – di poche migliaia di docenti. Non credo che un numero così esiguo di persone, che comunque si spostano per un buon motivo, possa causare un grave danno”. Senza la previsione di una qualche eccezione dell’ultimo momento, il “fatto fisiologico” che buona parte del personale scolastico del Nord (soprattutto della Lombardia) costituito da cittadini del Sud tenti di tornare a casa per il Natale, potrebbe mettere a rischio anche il diritto allo studio.

“Se dopo il 20 non ci si può più spostare – sottolinea Giannelli – molti tenderanno ad anticipare per non incappare nel divieto. È evidente che per venire incontro alle esigenze di questi docenti e per garantire il diritto allo studio si dovrebbero prevedere eccezioni. E non solo per il personale scolastico, ma anche per i pubblici esercizi, perché il problema non interessa solo la scuola”.

Quanto all’ipotesi di una didattica a distanza per i giorni che potrebbero restare scoperti, il presidente dell’Anp non è d’accordo: “La dad non è uno strumento che si mette e si toglie. I ragazzi delle superiori sono già a casa, quindi bisognerebbe attivarla per due giorni per i bambini dai 13 anni in giù. Il che equivale quasi a non fare lezione”. Non è un caso che 65.000 posti siano ancora vacanti, dall’inizio dell’anno, proprio in Lombardia, Piemonte e anche Lazio. Offerte rifiutate sia per un posto a tempo indeterminato (che prevedono un blocco quinquennale del vincolo e procedure di reclutamento ancora molto lunghe), sia per i supplenti. Nel primo caso prevale l’incertezza dell’effettivo riavvicinamento a casa in tempi ragionevoli, nel secondo caso il timore di un costo della vita molto più caro al Nord, a fronte di stipendi tra i più bassi in Europa e pagati spesso in ritardo. Il paradosso della migrazione forzata di insegnanti dalle regioni del Sud (con meno studenti) a quelle del Nord è legato in larga parte anche ai tassi di dispersione scolastica, che se restano a livello nazionali tra i più alti dell’Unione europea, registrano al Sud il triste primato del 18,2% contro il 10,6% del Nord. Numeri che aumentano la necessità di personale verso regioni come la Lombardia e il Piemonte e che – secondo Svimez – l’emergenza Covid finirà per aggravare a causa delle diseguaglianze tecnologiche e delle povertà educative pregresse.

GLI ORGANICI SCARSI

L’alta precarizzazione resta, comunque, caratteristica delle regioni del meridione, con disparità di inquadramento notevoli, considerato che sul totale nazionale, il 39% dei docenti a tempo indeterminato sono al Nord, mentre il Sud, con il 28,6%, registra molti più precari. Secondo il sindacato di settore Anief, quella degli organici scarsi e organizzati in modo sbagliato è, in generale, una problematica seria, anche a livello di categorie: “E’ uno sbaglio mettere nell’organico 100mila insegnanti di sostegno se si considera il rapporto alunni-docenti, e sono uno sbaglio 30mila insegnanti di religione – sottolinea il presidente di Anief, Marcello Pacifico a Orizzonte Scuola –. Quando hai nella scuola il più alto tasso di precarietà del pubblico impiego del mondo e quando hai il corpo docente più vecchio ti devi interrogare sul reclutamento”.

Una delle principali richieste di Anief, rispetto ai 20 miliardi del Recovery Plan destinati a istruzione e ricerca, riguarda proprio la valorizzazione del personale e quindi gli stipendi. Che, secondo l’ultimo Rapporto Ocse-Education at a glance 2020 in Italia registrano i livelli più bassi d’Europa. “Il problema della scuola italiana è vecchio e non è il Covid, ma i tagli”, ha dichiarato. E, di conseguenza, le classi pollaio, i tagli sul personale Ata e la mancata revisione dei profili professionali. Condizioni croniche che penalizzano ancora una volta il Sud, dove ogni insegnante segue 10 studenti in più rispetto ad un suo collega del Nord e ad ogni dipendente corrispondono 57 studenti, mentre al Nord 41. “Vogliamo essere coinvolti nelle scelte – continua Pacifico – per evitare spese inutili come quella fatta con i banchi monoposto, che tra l’altro a dicembre devono ancora arrivare”.


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