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Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi

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Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Giulio Pastore: l’elenco è lunghissimo. Gente del Nord che incontra gente del Sud e fa della lotta alla disuguaglianze la sua battaglia. Patrizio Bianchi, ministro all’Istruzione del governo Draghi non ha bisogno di questi esempi. Il suo rapporto con il Mezzogiorno prescinde da qualsiasi collocazione geografica. «Aspetti… aspetti, bisogna che io chiarisca – inizia – molte delle persone che si sono occupate del Sud erano nate nel profondo Nord. Che del Sud se ne debbano occupare solo i meridionali è un’idea provinciale, un’idea che fa male al Sud. Se si considera il Mezzogiorno un problema nazionale non si deve stupire che chi è nato come me a Ferrara continui a occuparsi del Sud. L’ho fatto per il mio Paese, l’ho fatto per l’America Latina e per molti altri posti in cui ho lavorato nella mia vita e continuerò a farlo».

Se poi ministro, entrando nel vivo, parliamo di scuola non occorrono esempi né citare nessuno. La situazione del Mezzogiorno è sotto gli occhi di tutti.

«La pandemia ha agito da moltiplicatore. Se prendiamo come misura la dispersione scolastica che nel Sud supera di 3 volte la media europea ci rendiamo conto che i problemi non sono arrivati con il Covid. Il Covid li ha esasperati. Quante volte proprio sulle pagine del vostro giornale, ormai due anni fa, in un’altra epoca, io stesso avevo evidenziato la necessità di intervenire massicciamente sulla scuola del Mezzogiorno perché, come a tutti è chiaro, la dimensione nazionale delle problematiche poste dal Mezzogiorno diventano fondamentali per una ripresa, non solo dopo il Covid, ma dopo un lunghissimo periodo di difficoltà».

Le problematiche sono nazionali, certo. Ma a furia di dirlo le differenze sono rimaste.

«La scuola italiana con mille difficoltà non si è mai fermata, sperimentando anche modalità fino a prima sconosciute. È chiaro che ci sono state delle difficoltà e delle disparità sui territori. Per questo credo che l’investimento che stiamo facendo sull’estate diventa, ancora prima del Pnrr, un investimento di grande importanza: 510 milioni di euro per creare un ponte con l’anno prossimo. Che noi mettiamo non solo per un recupero di competenze ma anche di socialità. E lo facciamo avendo ben chiaro che c’è una priorità per il Sud. Non sto parlando di una cosa che noi faremo, diremo, ma di cose che ho firmato e sono già disponibili. Di questi 510 milioni, 150 milioni sono risorse previste già dal Decreto Sostegni, ma la parte più consistente riguarda il Piano operativo nazionale di 320 milioni di cui il 70% andrà alle scuole del Mezzogiorno e ulteriori 40 milioni dedicati al recupero delle povertà educative. Una parte importante di questi fondi sono fondi europei e andranno alle scuole che dimostreranno capacità di progettazione. Noi aiuteremo e faremo di tutto anche con un servizio di assistenza affinché le nostre scuole possano esprimere la loro capacità di autonomia progettando interventi che possano generare un buon rapporto con gli enti locali e con i territori. Quest’idea di scuola che riesce a supplire anche a difficoltà locali è un’opportunità che vogliamo dare ai ragazzi».

Lei ritiene che il Mezzogiorno, supportato e guidato, sia in grado di spendere e progettare?

«Le ricordo che uno degli elementi ispiratori è proprio una esperienza di strada che noi abbiamo imparato a Napoli e in Sicilia e in molte altre zone del Mezzogiorno, una scuola che non può essere chiusa tra le mura ma che deve essere sempre più aperta. Ed è un’idea pienamente recuperata nel Pnrr. Sono state messe risorse eccezionali che non avremmo mai pensato prima. Pensi all’elemento straordinario per il Sud degli asili nido, determinanti per la vita delle famiglie e per le donne. Noi abbiamo messo 4,6 miliardi, me lo faccia ripetere, 4,6 miliardi per asili nido e per servizi per educazione e cura della prima infanzia ed è un investimento rivolto soprattutto al Mezzogiorno. Se un nido in molte aree del Nord dà opportunità a quasi la metà dei bambini, in Sicilia siamo ridotti al minino, intorno al tre o quattro per cento. Nel Pnrr abbiamo previsto anche un grande investimento per aumentare il tempo pieno e le mense. E torno a dirle: non le sto dicendo faremo, diremo, etc, etc. Sono cose che abbiamo già deciso».

Coniugare i verbi al presente non è stata in passato prerogativa delle nostra classe politica. E di questo gliene diamo atto. Dobbiamo però rilevare che questa idea del piano estate, delle scuole aperte fino a settembre ha fatto storcere la bocca a qualcuno. Non teme che studenti e professori possa ritenerla punitiva?

«Se punitivo vuol dire dare una opportunità a chi è più in difficoltà vuol dire che le parole non hanno più senso. Punitivo sarebbe se abbandonassimo chi ha più bisogno al suo destino, se non potessimo permettere alla scuole che lo vogliono di fare dei progetti rivolti alla relazione sociale, la cosa che è più mancata durante questa pandemia. Bisogna capirci: io non sto lavorando per una scuola punitiva ma per una scuola che sia presenza sul territorio».

Lei ministro ha appena incontrato i dirigenti. Come hanno accolto la circolare sul piano estate?

«Tutti hanno espresso condivisione per questa presenza dello Stato e per l’idea di gettare un ponte in vista del prossimo anno scolastico. Da parte mia ho ricordato il ruolo fondamentale che i dirigenti hanno, svolgono una funzione fondamentale, sono presìdi di legalità».

A volte però le risorse non bastano. Le Regioni le avevano per organizzare i trasporti ma forse le hanno utilizzate male.

«Non voglio entrare in polemica con le Regioni che rappresentano intere comunità. Con i ministri competenti stiamo organizzando i lavori in vista di settembre. Ma anche l’estate verrà vissuta come un elemento vivo e non come una pausa. Daremo continuità».

Aprire in sicurezza è la prima regola. Ci state pensando?

«Con il Cts ci sentiamo in modo quotidiano, e anche oggi (ieri per legge ndr) abbiamo verificato e confrontato insieme tutti i dati. Abbiamo fonti che derivano dalle scuole e fonti sanitarie e le incrociamo. C’è grande collaborazione».

Capitolo edilizia scolastica. Al Sud c’è una montagna da scalare.

«Abbiamo già dato nel marzo scorso alle Province, che ne hanno la competenza, 1 miliardo e 125 milioni di euro per le scuole superiori. E nel Pnrr sono previsti 3,9 miliardi per un piano di messa in sicurezza. Anche in questo caso come vede non le dico farò, ma il governo lo ha fatto».

Lei nel passato governo ha collaborato con l’ex ministra Lucia Azzolina sia pure senza condividerne tutte le scelte. Ci tolga una curiosità: che fine hanno fatto i banchi a rotelle?

«Questa è una scelta fatta dal governo precedente e sulle scelte e sulle logiche di quel momento non ho nulla da aggiungere. Decideranno le scuole in totale autonomia come utilizzarli».


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