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Carlos Tavares (Psa) e Mike Manley (Fca)

Tempo di lettura 4 Minuti

Ci sono piccole imprese italiane che esportano il 90% della loro produzione. Questi imprenditori hanno trovato delle nicchie di mercato che nessun altro ha saputo individuare prima e meglio di loro. Tuttavia, per quanto sia sterminata e fiorente la prateria, la sua vegetazione è caratterizzata dalla presenza di piante basse. Gli alberi ad alto fusto, le querce centenarie, le foreste di pioppi o di betulle, prosperano altrove. Spesso la prateria confina con il deserto.

È un po’ la rappresentazione dell’apparato produttivo del nostro Paese. Il 95,2 per cento delle imprese – secondo i dati Istat del 2016 – sono di piccole dimensioni (massimo 9 addetti) ed impiegano il 45,3 per cento degli addetti totali. Percentuali più alte di piccole imprese si registrano nel settore degli altri servizi, con il 97,7 per cento di imprese e il 49,5 per cento di addetti; delle costruzioni, con il 96,2 per cento di imprese e il 66 per cento di addetti; e del commercio, trasporto e magazzinaggio, alloggio e ristorazione, con il 95,3 per cento di imprese e il 52,2 per cento di addetti. L’industria è l’unico settore che presenta, per questa tipologia di imprese, valori molto sotto la media nazionale e, per le altre, valori più alti, con una dimensione media di impresa 3 volte superiore a quella nazionale.

LA MINORANZA

Le grandi imprese (250 addetti e oltre) sono lo 0,1 per cento del totale (4,3 milioni di imprese), assorbono il 20,6% dell’occupazione e creano il 31,5% di valore aggiunto. Troppo poche per competere nell’economia globale, per diffondere ed implementare, lungo le reti e le filiere, le conquiste della ricerca e delle nuove tecnologie. Sempre l’Istat, nel Rapporto del 2019 – con uno sguardo che spazia su di un tempo più lungo – ha rilevato che, nei primi anni della ripresa economica, il sistema delle imprese ha ricostituito solo in parte la base produttiva persa durante la prolungata recessione del periodo 2011-2014. Tale recupero ha riguardato soprattutto le imprese di maggiori dimensioni e in generale il settore manifatturiero, che ha beneficiato sia di aumenti di produttività del lavoro derivanti da una maggiore spinta innovativa sia di una crescente competitività internazionale, con maggiori sbocchi per la nostra produzione. La possibilità di generare una crescita diffusa, per un sistema produttivo frammentato come quello italiano, è correlata anche con la capacità di attivare stabili relazioni produttive con altre imprese o istituzioni.

L’ “Indicatore di rilevanza sistemica” (sintesi di tre caratteristiche fondamentali: dimensione d’impresa, intensità delle relazioni interaziendali e inserimento in gruppi di imprese) mostra come, tra il 2011 e il 2015, si siano manifestate due dinamiche contrastanti. La prima ha favorito un aumento della frammentazione dimensionale e relazionale, a seguito della sostituzione di un’ampia fascia di imprese poco sistemiche – colpite in misura più che doppia dalla recessione rispetto a quelle a “sistemicità’’ elevata – con nuove unità che presentano, tuttavia, livelli di “sistemicità’’ anch’essi tuttora contenuti. La seconda, guidata dalla resilienza di chi ha attraversato la crisi, ha invece consentito di rafforzare il livello generale di “sistemicità’’ dell’apparato produttivo. Tale evoluzione appare più intensa nei settori dei servizi.

Le analisi condotte evidenziano che la rete di relazioni tra settori è, nel sistema economico italiano, tendenzialmente policentrica, caratterizzata da un modesto grado di centralizzazione e di gerarchizzazione e che le potenzialità di una crescita stabile e diffusa del sistema produttivo si basano sulla capacità di trasmettere, attraverso le transazioni tra settori e filiere, produttività, tecnologia e conoscenza all’interno del sistema economico.

I LIMITI

Ma è possibile conseguire questo risultato su di una prateria dove gli alberi ad alto fusto li piantano soltanto le multinazionali? Nel 2016, la quota di valore aggiunto realizzata nell’industria è risultata superiore al 20 per cento nel Nord-ovest (22,3 per cento) e nel Nord-est (24,9): con valori vicini alla media tedesca, in cui la quota del valore aggiunto prodotta è del 25,7 per cento. Nelle regioni del Centro, l’incidenza del settore industriale è del 15,5 per cento; nel Mezzogiorno del 12,1. Rispetto al Centro-nord, il Mezzogiorno si caratterizza per una maggiore specializzazione nelle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, e nell’industria dei mezzi di trasporto (in cui si realizza un quarto degli investimenti manifatturieri dell’area).

A tal proposito la fusione tra FCA e PSA trasformerà gli stabilimenti dislocati nelle regioni meridionali (certamente i più innovativi e moderni, per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, la produttività e il prodotto) in “campioni’’ non solo dell’industria nazionale ed europea, ma dell’economia globale. Le riserve che trapelano, in ambienti politici e sindacali, sull’importante operazione in corso nel mercato mondiale dell’automotive, rivela una volta di più che l’establishment italiano è tuttora affetto dalla “sindrome di Peter Pan’’. Ma il “piccolo’’ non è più tanto “bello’’. E soprattutto ha bisogno di crescere all’ombra del “grande’’.

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