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Il piano per il Sud impantanato nella verifica di governo prevista per gennaio. Più che di ‘verifica’ il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, preferisce parlare di definizione di un’agenda precisa per rilanciare l’azione dell’esecutivo, ma cambiando i termini la sostanza resta invariata. Le beghe politiche rischiano di frenare le cose da fare, anche quelle più urgenti per risollevare il Paese dalle secche in cui è sprofondato. E il Mezzogiorno rappresenta un problema di sistema che deve essere affrontato a tutto tondo. Altrimenti l’Italia non riparte.

INCONTRO A GENNAIO

Incontrando i sindacati al tavolo dedicato specificatamente agli investimenti pubblici e al Sud, Conte il 10 dicembre aveva detto: “Con le forze politiche ci ritroveremo a gennaio per mettere a punto e cercare di programmare un significativo intervento in termini di accelerazione della spesa in investimenti e per rendere questa spesa più efficace”.

In quell’occasione il premier aveva anche posto l’accento sull’ampliamento del divario tra Centro-Nord e Sud in termini di crescita e occupazione, un divario, aveva aggiunto “che non danneggia solo il Sud ma tutta l’Italia, soprattutto in un contesto di difficoltà del commercio globale che penalizza anche le zone più dinamiche del Paese. Non dobbiamo dimenticare che la domanda interna del Sud attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord”. Tutto corretto, se non fosse che poi tutto sembra essersi arenato.

Il piano per il Sud, per essere davvero efficace, dovrebbe affrontare la spinosa questione degli investimenti, che non si attuano neanche quando ci sono le risorse, il riequilibrio della spesa ordinaria della Pubblica amministrazione, dovrebbe affrontare di petto il nodo della perequazione infrastrutturale e provvedere ad una equilibrata distribuzione delle spesa sociale per garantire, ad esempio, che i bambini del Sud possano avere il posto all’asili nido come i bambini che hanno avuto la fortuna di nascere nelle regioni del Nord.

LA CLAUSOLA DEL 34%

E’ bene mettere insieme qualche dato. La clausola del 34% per gli investimenti ordinari della pubblica amministrazione al Sud (parametrato alla popolazione residente) che à legge dello Stato dal 2016, non è mai stata attuata. La quota si è mediamente fermata al 28% con punte in basso al 23%. La legge di bilancio per il 2020 rende questa disposizione più stringente, ma per recuperare il ritardo ce ne vuole. I Conti pubblici territoriali hanno acceso i riflettori sull’andamento degli investimenti nazionali finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno. L’excursus va dagli anni ’50 al 2015. In sintesi, si è passati da una spesa pari allo 0,68% del pil nel decennio 1951-1960 ad un risicato 0,15% nel periodo 2011-2015.

IL CASO DELLE FERROVIE

Che dire delle Ferrovie dello Stato? Nel piano quinquennale presentato a maggio gli investimenti ammontano a 56 miliardi, di cui il 60% previsti al Nord e il 40% al Sud. Ma secondo una bozza non ufficiale ci sarebbe l’intenzione di ridimensionare molto la quota del mezzogiorno portandola addirittura tra l’11% e il 16%. E’ vero che al Nord c’è maggiore richiesta di servizi perché l’economia gira di più. Ma finchè le persone e le merci al Sud non avranno analoghe possibilità di movimento, è impossibile che l’economia possa ripartire e creare maggiore domanda. Il solito gatto che si morde la coda. L’Alta velocità di ferma poco più avanti di Salerno e la linea Av tra Napoli e Bari, i due principali capoluoghi del Sud, sarà completata se tutto andrà bene nel 2023. Non va meglio per il servizio pendolari. Tra il 2010 e il 2018 il taglio dei servizi regionali è stata una costante al Sud. In Molise 33,2% di treni in meno, in Calabria il 16% in meno, il Campania il 15%.

LA SPESA SOCIALE

Volgendo l’attenzione alla spesa sociale, sono significativi i dati della Sose, la società partecipata dal Ministero dell’Economia che si occupa di raccogliere i dati per definire i fabbisogni standard per i principali servizi comunali. Ebbene, per erogare i servizi sociali ai propri cittadini i Comuni della Calabria spendono mediamente 52,92 euro pro capite, i Comuni della Campania spendono 74,23 euro pro capite, quelli della Puglia 98,28 euro, in Basilicata 89,09 euro. Cifre ben diverse da quelle che spendono i Comuni della Lombardia, dove per i servizi sociali vengono ‘dedicati’ 147,22 euro pro capite, oppure i Comuni dell’Emilia Romagna (151,70 euro pro capite), o quelli della Toscana (141,43 euro pro capite). In sostanza, i Comuni delle Regioni del Sud spendono meno dei Comuni del Centro Nord, ma ovviamente offrono meno servizi. Un punto particolarmente delicato e dolente è quello degli asili nido.

Per un perverso meccanismo perequativo le maggiori risorse vengono assegnate ai Comuni che già erogano il servizio, mentre i Comuni che non hanno avuto la possibilità di avviarlo restano a bocca asciutta. Le cose dovrebbero cambiare il prossimo anno, con l’introduzione di nuovi criteri per assegnare le risorse del fondo di solidarietà, ma il condizionale è d’obbligo.

Il dato di sintesi particolarmente significativo à quello che emerge dall’ultimo Rapporto Svimez. La situazione del Sud si riassume in una parola: recessione, con un prodotto interno lordo che si fermerebbe al -0,2% contro lo 0,3% del resto del Paese. Non è particolarmente edificante, ma almeno c’e’ il segno più.

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