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Il grande calo della spesa in conto capitale della P.A. dal 2000 al 2017 al Sud

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Wëijï: è la parola cinese che vuol dire crisi e che si compone di due ideogrammi che vogliono dire “pericolo” e “opportunità”. Ci sono opportunità nella crisi che sta mettendo in ginocchio l’Italia?

Per la verità, il famoso accoppiamento della parola “Wëijï” è stato contestato dai sinologhi, che affermano come la seconda parte non voglia dire “opportunità” ma “momento cruciale”. Ma tant’è: quello che si profila all’orizzonte per il nostro Paese è un momento cruciale che può nascondere un’opportunità.

LE CANTONATE

L’opportunità sta nel rimedio alla crisi. Che intanto – consoliamoci – ha messo (quasi) a tacere le stucchevoli polemiche sul governo Conte e i vari combinati disposti che miravano a farlo cadere, per sostituirlo con altri combinati disposti, etc. etc.

Sarebbe troppo dire che nessuno ha voluto buttare in politica la tragedia che sta vivendo l’Italia, ma almeno ci si è resi conto che, hic et nunc, bisogna rimboccarsi le maniche.
Certamente non sono mancati i momenti tragicomici, come quello del governatore della Lombardia, Attilio Fontana, che si è messo la mascherina non molti giorni dopo aver dichiarato che la CoVid-19 era semplicemente poco più di una normale influenza «e non lo dico io, lo dicono gli esperti».

Peccato che gli “esperti” erano in verità solo la virologa Maria Rita Gismondo – responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano in cui vengono analizzati i campioni di possibili casi di coronavirus – che aveva detto (abbiamo già menzionato la triste historia su queste colonne del 25 febbraio) che «si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così… Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!».

Ora, a parte il fatto che i decessi a ieri sono diventati 17, la virologa ha preso una colossale cantonata, dato che i 217 morti giornalieri di cui al bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità si riferiscono agli ultra-65enni deceduti per qualsiasi causa, non solo per l’influenza. Nell’ultima stagione influenzale, il tasso di mortalità dell’influenza normale è stato del 2,5 per centomila (vedi: https://www.epicentro.iss.it/influenza/FluNews18-19). Il Covid-19, che secondo la Gismondo (e il Governatore della Lombardia) è ‘poco più di un’influenza’, ha un tasso di mortalità più di mille volte superiore, il 2600 per centomila (a tutt’oggi). E, a differenza dell’influenza normale, non ci sono vaccini!

LE OPPORTUNITÀ

Ma lasciamo le tragicommedie e torniamo alle opportunità. Le opportunità stanno nel fatto che la risposta all’urto del virus cinese non può che essere una politica economica di fortissimo supporto all’economia: se le famiglie hanno paura e non spendono, se le imprese sono rose dall’incertezza e non investono, se i milioni di turisti che arrivano ogni anno in Italia diventano un rigagnolo e non più un torrente, bisogna che qualcheduno spenda per rimpiazzare la domanda che langue, pena una recessione che potrebbe essere altrettanto esiziale di quella del 2008-2009.

E quel “qualcheduno” non può essere che lo Stato. Perfino le arcigne regole europee sembrano rassegnate all’idea che il deficit pubblico italiano possa schizzare verso l’alto. Il Commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni ha già detto che il virus richiede più “flessibilità”; e il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha dichiarato che «per l’Italia saremo comprensivi».

LE RICETTE

Allora, quid agendum? Economisti come Alberto Quadrio Curzio e Gustavo Piga non hanno dubbi. Piga dice che bisogna fare come Roosevelt nei primi anni Trenta: lanciare un programma massiccio di investimenti pubblici e di sussidi in cambio di lavori socialmente utili.

E Quadrio Curzio va ancora più in là, ricordando come non sia solo una questione di flessibilità, cioè accettare che l’Italia possa deviare dai paletti della finanza pubblica (che erano stati pensati per bilanci fuori controllo, non per economie fuori controllo): c’è un altra dimensione di risposta alla crisi. Una dimensione che si ritrova nel sostegno finanziario europeo.

Come dice il professore della Cattolica (vedi https://formiche.net/2020/02/quadrio-curzio-coronavirus-europa-pil-italia-lincei-governo-servizio-sanitario/), «in questo caso, bisogna fare un ragionamento diverso, che va oltre la mera richiesta di flessibilità. In tutti i trattati europei e in molte legislazioni secondarie è scritto che in caso di calamità lo spirito di solidarietà deve manifestarsi concretamente».

E in effetti il Fondo di solidarietà della Unione europea, istituito con regolamento europeo n° 2012 del 2002, inizia con questo enunciato: «In occasione di gravi catastrofi, la Comunità dovrebbe dimostrare la propria solidarietà alla popolazione delle regioni colpite apportando un sostegno finanziario per contribuire a ripristinare rapidamente condizioni di vita normale…».

SE NON ORA, QUANDO?

Fra flessibilità interna e aiuti esterni, l’opportunità di cui si parlava all’inizio si staglia come la nuova frontiera della politica economica italiana. Insomma, se non adesso, quando? Quando, se non adesso, sarà possibile lanciare un programma di investimenti pubblici, dal Nord al Sud e principalmente al Sud, capace di tagliare i nodi gordiani degli adempimenti e dei lacci e dei lacciuoli, un’impresa che valga a rimettere sui binari giusti il treno deragliato della crescita italiana?

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