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“I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”, 1887, di Victor Vasnetov

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Mai i cavalieri dell’Apocalisse si presentano da soli e dietro al cavallo verdastro, che rappresenta la pestilenza e la morte, segue immediatamente anche il cavallo nero, che porta quel cavaliere con bilancia che rappresenta la fame. Per questo senza voler essere troppo prosaici dobbiamo, pur continuando a seppellire le povere vittime della nuova pestilenza del 21esimo secolo, occuparci del “consolo”. Cosi si definisce nell’uso funerario dell’Italia meridionale, l’offerta di cibi che parenti e amici mandano a turno ai familiari del defunto, nei primi giorni del lutto, in quanto essi non accendono il fuoco e non si occupano della sopravvivenza. Svegliandoci dal knock-down, come quel pugile atterrato, che ha preso un grosso pugno in faccia che lo ha fatto traballare, conviene aspettare un attimo, ma poi dobbiamo rialzarci entro il tempo fissato, acquistando così il diritto a proseguire l’incontro. Bene i minuti concessici sono già passati ed è l’ora di rialzarci se non vogliamo perdere l’incontro /scontro con la pandemia.

Bisogna trovare il modo di riaprire a breve il Paese o perlomeno le aree che possono farlo. Attrezziamoci con i tamponi per poter capire chi ha già superato il problema, nel senso che ha già avuto “la semplice influenza” e quindi non è più contagioso e probabilmente immune e facciamo ripartire la catena produttiva per quanto possibile. Adattiamo le ordinanze alle esigenze, nel senso di non permettere a coloro che sono già in pensione ed a a tutti coloro che quindi non devono produrre di uscire da casa fin quando l’epidemia lo richieda. Organizziamo al meglio, e non sarà facile, la catena produttiva. Organizziamoci per un’economia di una guerra, che potrebbe durare qualche anno. Non ci possiamo consentire di stare a casa perché nel frattempo ci finisce la legna per riscaldarci ed il grano per la farina.

E non saranno certo i finlandesi, né gli olandesi, né i tedeschi né gli austriaci, Paesi contrari ai corona bond, che ci porteranno le scorte per l’inverno della nostra stagione iniziata da poco. Ne possiamo andare in letargo come fanno i ghiri, gli scoiattoli ed i ricci. Ed allora bisogna avere le idee chiare e la capacità di fare tutto quello che si può fare. Si può forse partire dal diverso peso che la epidemia ha avuto nelle diverse parti del Paese per una serie di interventi progressivi.

Il Paese anche in questo caso è spaccato in due . Un Nord che ha fino al 6, 22 per cento della popolazione contagiata in Val d’Aosta fino alla Sicilia che ha un minimo 0,04 percento come ci dice il ministero della salute. Con nell’intorno il Molise, il Lazio, la Puglia, la Sardegna , la Basilicata, la Campania , e la Calabria. Allora perché non concentrarsi su questa parte del Paese per un approccio morbido e prudente di apertura. Con una metodologia diversa per i piccoli centri e per le grandi città. Partendo da una indagine campionaria che l’Istat potrebbe svolgere immediatamente per capire in che situazione veramente siamo. Cominciando a spegnere i focolai che ancora qua e là si intravedono come fanno i forestali dopo un incendio.

Il Paese è lungo e questo è stato sempre un problema per i collegamenti, per il passaggio di esperienze, per diverse mentalità. Oggi potrebbe diventare un grande vantaggio se opportunamente utilizzato. Con una comunicazione anche a livello internazionale sul limitato numeri di casi verificatosi nel Centro e nel Mezzogiorno, che potrebbe essere un elemento importante da evidenziare per tentare di non perdere la stagione turistica in maniera totale. Cominciando magari con le piccole attività nelle quali spesso lavora solo il titolare, non abbandonando le campagne dove la distanza di sicurezza è più facile da osservare. Non possiamo affrontare poi un’ epidemia nel 21 secolo come se fossimo nel Medioevo, quindi un utilizzo avanzato di tutti quegli strumenti che già a Wuhan, città di 12 milioni di abitanti, sono in uso. Basta copiare.

La piccola Austria ci ha preceduti e sta tentando di farlo. Capisco che la migliore politica sia quella di chiudere tutto perché in questo modo vinceranno tutti: i ricercatori, mi rifiuto di utilizzare la parola scienziati che sa di premi Nobel, che hanno adottato la politica più prudente ed i politici , che potranno poi dire che la crisi terribile nella quale cadremo per certo sarà colpa dell’Europa. Ma deve essere chiaro che in questo modo perde il Paese, che da settimo industrializzato cadrà in una classifica del non pervenuto. Mi è chiaro che è una politica molto più rischiosa, perché , se per caso vi sarà un ritorno di epidemia da qualche parte, le accuse ai fautori dell’apertura saranno terribili.

Ma la differenza tra gli statisti ed i politici delle vacche grasse è enorme . I primi si assumono la responsabilità necessarie per traghettare il Paese verso la riva del fiume che lo metta in sicurezza quando è in piena , i secondi aspettano sulla riva che il fiume si inaridisca.

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