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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

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LA BLINDATURA per il governo Conte arriva da Bruxelles? Questa è la domanda che ci si poneva ieri dopo aver letto la lettera di Conte a due quotidiani e dopo aver avuto notizia di quella che era la proposta di “Recovery Fund” (che non si chiamerà così) che avanza la Commissione. E’ una pioggia di miliardi, 172,7 si calcola, di cui ben 82 a fondo perduto e 90 come prestiti. Se confermati, abbastanza per risolvere, almeno sulla carta, i problemi della nostra ripresa. Già, se confermati, perché l’Olanda ha già detto no e si vedrà come andrà a finire.

Però stando alle liturgie UE è improbabile che il piano venga semplicemente affossato per il veto dei paesi cosiddetti frugali: significherebbe far saltare l’Unione, cosa che non conviene soprattutto a loro, che sono paesi piccoli e non in grado di mantenere i loro standard se crollasse il mercato comune europeo. Dunque soldi ne arriveranno in buona quantità e possono consentire di rispondere alle domande di un’Italia in difficoltà, se non anche agli appetiti di un certo numero di lobby, cosa che in politica non è mai disprezzata. Potrebbero persino essere in quantità tale da rinunciare ad attingere al MES, se appena i tassi dei prestiti sotto l’egida dell’ex Recovery Fund fossero più o meno sullo stesso livello.

Si accontenterebbero i Cinque Stelle e si toglierebbe anche qualche freccia polemica dall’arco delle destre. Intendiamoci: è roba nominale, perché sempre di prestiti si tratta che possono essere impiegati per rimettere in piedi la sanità e quanto vi è connesso, ma si sa che purtroppo per una certa politica le etichette contano più dei contenuti. Se ci fosse l’approvazione definitiva del piano europeo prima dell’estate, come è auspicato, si avrebbe un eccellente viatico per la tornata elettorale di autunno che sembra avviata a svolgersi fra il 20 settembre e il 5 ottobre. L’attesa dei soldi di Bruxelles potrebbe far smontare la rabbia popolare e indirizzare una parte almeno del sostegno dei votanti sulle forze di governo che gestiranno questo cospicuo ben di Dio (sempre che non venga ridimensionato in maniera da renderlo meno fantasmagorico per la parte che toccherebbe all’Italia).

Per di più lo svolgimento a settembre del referendum sul taglio dei parlamentari manderebbe in soffitta l’ipotesi di elezioni anticipate: niente scioglimenti con la sessione autunnale di bilancio in corso, attesa obbligata della riforma dei collegi causa cessazione di 345 posizioni da assegnare (ci vogliono mesi), scarso interesse degli attuali parlamentari a rischiare di perdere il posto e di non poter partecipare al banchetto di spartizione dei quattrini europei (con uno scioglimento della legislatura la gestione andrebbe ad un governo di transizione con tutti i rischi del caso …). Più o meno sono questi i calcoli che si fanno nei caminetti dei partiti: con soddisfazione negli ambienti della coalizione di governo, con una certa rassegnazione all’inevitabile in quelli delle opposizioni.

Ma è davvero tutto così tranquillo? Ci permettiamo di sollevare qualche problema. Sarebbe strano se non ci si ponesse in alcune sedi qualificate il problema se sia davvero la cosa migliore lasciare la gestione di una massa di risorse così notevoli nelle mani di un governo che non brilla, né per coesione, né per capacità decisionali. Sprecare un’occasione come quella che ci si presenterà con l’iniezione di risorse che arrivano dalla UE sarebbe un delitto: non solo perché non sarebbe scusabile un cattivo impiego di quelle risorse, ma soprattutto perché in quel caso l’inevitabile conseguenza sarebbe il fallimento del sistema-Italia che non si vede come sarebbe poi recuperato. Il premier Conte, ne è in qualche modo consapevole e infatti nella sua lettera ai giornali sciorina tutti gli impegni di rito: interventi per migliorare l’economia, verde, la sanità, l’istruzione, ecc., ma soprattutto riforme in settori chiave come la giustizia, il fisco, la burocrazia.

Ma è qui che sorge la domanda: cosa ha in mano Conte che non hanno avuto a disposizione tutti quelli, e sono tanti, che hanno promesso di fare più o meno quelle stesse riforme negli ultimi quarant’anni? Il fatto è che il governo non può contare su molto tempo per dimostrare di poter essere all’altezza della situazione. Forse non potrà riformare il processo civile e quello penale in un paio di mesi, ma sistemare la questione del CSM può e deve farlo a breve. Agire in maniera meno confusa su fisco e distribuzione degli incentivi già stanziati può e deve farlo in contemporanea con l’iter della conversione in legge del decreto Rilancio (magari qualche riflessione su che senso abbia essere costretti ad incrementare il fondo biciclette e monopattini visto il boom di vendite che sembra avere incentivato andrebbe anche fatta). Risolvere rapidamente e in maniera razionale la questione delle concessioni autostradali, mostrando che non si perde tempo coi mantra degli slogan di piazza, darebbe un segnale.

Soprattutto il governo e la sua maggioranza devono capire che è finito il tempo delle sceneggiate e del regno degli spin doctor: adesso si deve cominciare a giocare duro, perché viene al pettine il problema del riordino del sistema-paese che è la premessa indispensabile per qualunque stabilizzazione. Se ci si concentrasse su questo tema, lasciando da parte i calcoli sul futuro elettorale di questo e di quello e magari anche i pensieri in vista della successione a Mattarella, la nostra politica farebbe un discreto salto di qualità. Altrimenti proprio la prospettata disponibilità di risorse europee per la ripresa ne determinerà il commissariamento: non da parte della troika-babau, ma della sollevazione delle classi dirigente del paese.

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