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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri

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Lo Stato sta per tornare alla guida di grandi gruppi come Autostrade, Alitalia e Ilva. Ma con quali uomini e per fare che cosa? C‘è il rischio che nella “soddisfazione generale” per l’accordo su Autostrade, resti insoluta la questione principale, che non è più quella economica, su cui pare si sia raggiunto l’accordo. Il problema principale è quello della gestione, a cominciare dalla capacità di fronteggiare il rischio.

Gli attuali manager si sono dimostrati incapaci come si è visto sul Ponte Morandi e nelle fasi successive. Cambierà qualcosa con la nuova proprietà? Difficile dirlo. Su tutte le altre istanze ha prevalso la necessità di difendersi dal giudizio della piazza e dalla richiesta di una condanna sommaria: sta di fatto che non ha neppure iniziato a farlo. Il desiderio di vendetta per soddisfare la piazza ha preso il sopravvento su ogni altra considerazione. Bisogna farlo adesso: in questo senso la causa non è finita. I precedenti non sono certo confortanti. Nella scelta dei nuovi vertici di Alitalia hanno prevalso, come al solito le logiche di appartenenza politica. Accadrà lo stesso in Autostrade? La domanda è lecita. La società ha un’emergenza da affrontare: la gestione del rischio? C’è qualcuno in azienda in grado di farlo?

Chi ha le competenze per farlo? Evidentemente non le strutture di Autostrade che sono oggetto della revisione. Neppure quelle di Anas, che anzi, stando a recenti disavventure, avrebbero molto da imparare. Ma neppure Cdp che non ha ragione per disporre di simili risorse specialistiche; e che anzi, entrando nel capitale, viene ad avere lo stesso conflitto di interessi tra fare profitti e fare manutenzione che veniva, a torto o a ragione, imputato ad Atlantia. Ma ci sarà la volontà di affrontare questo rinnovamento oppure, ancora una volta, prevarrà l’idea che la fedeltà è da preferire alla competenza? Come avverrà la selezione del management visto che quello attuale verrà spazzato via insieme alla vecchia proprietà?

Proprio la presenza di Cdp nella compagine azionaria rende questa riforma della struttura aziendale più che mai necessaria: la credenza diffusa, non solo tra cascami della vecchia sinistra e virgulti del nuovo populismo, che la partecipazione pubblica abbia il salvifico effetto di evitare i “fallimenti di mercato” a cui porterebbe inevitabilmente la ricerca del profitto del capitale privato, porterebbe ad abbassare la guardia.

Invece è vero proprio il contrario: se c’è stata responsabilità di Autostrade nella mancata sicurezza c’è stata anche quella delle strutture governative che avrebbero dovuto controllare l’operato del concessionario. Se, come si è detto nella “generale soddisfazione”, Autostrade verrà quotata, e Cdp farà largo spazio ad altri investitori, saranno proprio questi a esigere che i rischi siano adeguatamente valutati, che esista a livello di consiglio di amministrazione un comitato valutazione rischi, costituto in maggioranza da amministratori indipendenti: sarà quindi il capitale privato a proteggere dai rischi le nostre autostrade, e magari l’esempio si diffonderà anche ad altre strutture governate dal pubblico.

Rimane la convinzione che nella esasperata politicizzazione, la “generale soddisfazione” si sia ottenuta a scapito delle regole del mercato che comunque devono essere rispettate. Avere bloccato per due anni i dividendi di Atlantia avrà certamente placato la sete giustizialista dei grillini. Ma avrà deluso migliaia di piccoli azionisti e soprattutto i grandi investitori esteri. E non gente qualunque ma griffe blasonate come Hasbc, Blackrock e il fondo sovrano di Singapore. Un segnale pessimo per un Paese che ha bisogno di grandi capitali per ripartire. Quando l’asta al rialzo dei ricatti arriva al punto di minacciare la caduta del governo è chiaro che qualcosa di molto negativo sta accadendo. Non c’è più argine alla guerra per bande. La deriva argentina è sempre dietro l’angolo.


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