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Il porto di Gioa Tauro, uno dei punti strategici per il rilancio del Mezzogiorno

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Recovery Fund, letteralmente fondo di recupero rispetto alla catastrofe provocata dal corona virus. Ma l’Europa ha voluto approfittare di questa occasione per perseguire alcuni obiettivi di sistema. Come l’effettivo contributo” del piano alla “transizione verde e digitale” o la diminuzione dei divari. Come si sposa tutto questo con il programma di industrializzazione del Mezzogiorno che dovrebbe passare dalle Zes? E quale ruolo deve giocare in tutto questo la produttività delle aziende, un tema sul quale insistono molti economisti aziendali quando si parla di Sud. In realtà se le produzioni manifatturiere non arrivano sul mercato ad un rapporto qualità prezzo competitivo è facile che non riescano a penetrare nel mercato interno, meno che mai andare sui mercati internazionali, e che perdano prima quote e poi falliscano.

Per evitare che il sistema produttivo esistente possa avere di tali problemi bisogna fare in modo che le condizioni di contesto siano analoghe a quello che hanno in Europa e nel Mondo i produttori concorrenti. Non sempre è semplice considerato che per esempio sul costo del lavoro la competizione con la Cina o con l’India è complessa. Ma poi quello che conta è il cosiddetto CLUP, costo del lavoro per unità di prodotto. E su esso incidono molti fattori compresa anche l’innovazione di processo. Tali problematiche riguardano le realtà esistenti che hanno creato quei 700.000 posti di lavoro che il manifatturiero assorbe, compresi i sommersi, nel mercato del lavoro del Mezzogiorno.

Anche la recente diminuzione del cuneo fiscale, se estesa alle realtà esistenti, potrà incidere sul costo del lavoro che l’imprenditoria meridionale deve sopportare. Ma il tema posto non riguarda certamente l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area. Quelle aziende che dovrebbero insediarsi nelle Zone Economiche Speciali, varate recentemente e che per molti motivi, forse anche per la poca conoscenza che ne hanno i ministri del nuovo Governo, stentano a trovare protettori e credenti fedeli.

Perché le Zes sono limitate nella loro estensione territoriale a pochi migliaia di ettari, vicine a zone portuali, che dovrebbero accogliere le imprese che vogliono venire ad investire nel Sud. Limitate nella loro estensione perché per attrarre investimenti è necessario come precondizione assicurare la possibilità che vengano raggiunte facilmente, cioè godano di una buona infrastrutturazione, che vi sia un controllo completo della criminalità e godano di una semplificazione amministrativa che consenta di concedere tutte le autorizzazioni, chiavi in mano, in pochi mesi a chi volesse investire nell’area. E poiché è impossibile assicurare tali precondizioni in tutto il Mezzogiorno, si è pensato a piccole aree dove queste precondizioni possano essere immediatamente operative. Ovviamente si è anche previsto di concedere a tali aree dei vantaggi per far si che possano competere con tante altre Zes europee, che consentono un costo del lavoro molto competitivo ed una tassazione sugli utili più favorevole. Bene ma il dibattito spesso si concentra sulla produttività di tali aziende e sui settori da privilegiare. A me pare che tali problematiche attengano al top management delle aziende che decidessero di venire, piuttosto che al policy maker che deve legiferare su di esse. Perché se qualcuno degli investimenti che dovessero arrivare non riuscissero ad avere produttività adeguata o riguarderanno settori maturi, con poche prospettive, sarà il mercato ad espellere le iniziative inadeguate, con l’istituto del fallimento tanto definitivo quanto meritorio.

Purtroppo tra i vizi della politica vi è anche quello di voler pianificare lo sviluppo scegliendo settori e tipologie di aziende. Se un certo vantaggio per indicare una linea può essere dato, come ha fatto l’Europa per esempio, verso aziende green o che fabbrichino prodotti che aiutino un certo percorso, come i pannelli solari per una transizione energetica, bisogna evitare pianificazioni che si sostituiscano al mercato, con il rischio che laddove finiscano gli incentivi alcune produzioni vengano abbandonate. Di altro si deve occupare oggi la politica e cioè di varare le Zes turistiche mentre per quelle manifatturiere di fare in modo che si vada in giro per il mondo a contattare grossi investitori per convincerli che veramente, finalmente l’Italia vuole investire nel Mezzogiorno. Area con tante caratteristiche interessanti come una manodopera formata e disponibile, territori salubri, qualità del clima e della vita ottima, centralità rispetto ai mercati internazionali considerata che è una piattaforma logistica che si protende nel Mediterraneo. Ma naturalmente non arriverà nessuno solo perché noi abbiamo sole pizza e mandolino. Ovviamente per far partire in modo adeguato le Zes del Sud è necessario investire risorse importanti, che oggi potrebbero provenire anche dai fondi del Recovery Fund, che è stato finanziato con risorse adeguate e più consistenti rispetto agli altri paesi, proprio perché l’Italia ha una realtà ampia a sviluppo ritardato. Ma bisogna far presto prima che la bulimia solita e la capacità maggiore di progettazione del triangolo Bologna -Milano- Venezia assorba nei tempi richiesti tutto quello che si può, lasciando i meridionali con le loro lamentele. Questo sarà possibile se l’operazione se la intesterà il Governo nazionale con decisioni e strutture centralizzate ed opportune.


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