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DA UN ANNO e mezzo questo giornale batte, come la goccia che scava la pietra, su un fatto semplice e iniquo: lo Stato italiano, che dovrebbe favorire la coesione sociale e alleviare il disagio delle regioni meno sviluppate, ha pervicacemente fatto il contrario. La spesa pubblica è andata spargendosi nel territorio in modo da favorire le regioni più ricche e sfavorire quelle più povere. Senza scomodare il Vangelo, basta guardare all’Articolo 2 della Costituzione, che statuisce come «La Repubblica… richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

QUALE SOLIDARIETÀ

Come può esistere solidarietà quando in una metà della penisola (il Meridione) il reddito per abitante è poco più della metà rispetto a quello del Centro-Nord? E c’è da chiedersi perché sia rimasta lettera morta la disposizione di cui all’articolo 119, secondo cui lo Stato «istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite». E non basta: «Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni». Ma le regioni ricche non hanno mai voluto i fondi perequativi. Per forzare la situazione furono creati i Lep, i Livelli essenziali di prestazioni. Se si vuole dare “pari dignità” ai cittadini, bisogna che i servizi pubblici assicurino a tutti un minimo essenziale (per esempio, in termini di letti di ospedale, addetti ai servizi sanitari, metri quadrati di spazio scolastico, posti in asili nido… il tutto espresso per 100mila abitanti).

LO SCANDALO DEI LEP

Torna a onore del legislatore di aver legiferato, almeno dieci anni fa, questi Lep; e torna a disonore di Parlamenti e governi il fatto di non averli mai realmente introdotti da dieci anni a questa parte. A livello di Comuni c’è un pallido e parziale rimedio all’assenza dei Lep, il Fondo di perequazione. Ma a livello regionale non c’è niente. E, in assenza dei Lep, si è continuato a usare la “spesa storica” per erogare le risorse: prendendo cioè a base di partenza una situazione iniqua, si continua ad allargare il solco fra Nord e Sud. Si crea un circolo vizioso: le minori risorse destinate al Sud indeboliscono l’economia e questa debolezza lascia spazio a corruzione e criminalità organizzata.

Questi secolari difetti vengono presi ad argomento per giustificare la minore spesa pubblica per il Mezzogiorno: tanto, poi quei soldi sono spesi male… Per uscire da questa triste situazione bisogna cominciare col definire i Lep: questa è la base dell’edificio per una vera coesione territoriale. Ecco una prima linea di azione per il Piano di riforme che l’Europa chiede all’Italia. Naturalmente, è normale che l’economia e il benessere delle diverse aree del Paese siano diversi, riflettendo la dotazione di risorse naturali, il diverso capitale umano e fisico, i diversi fattori culturali che determinano il grado di sviluppo economico. Non si potrà mai avere un totale livellamento fra regioni ricche e meno ricche, un certo grado di dislivello è fisiologico e perfino desiderabile. Ma quando le differenze sono troppo grandi, è ugualmente desiderabile che lo Stato intervenga per assicurare un maggiore grado di coesione.

DIVARIO ALLARGATO

Il problema, che è venuto alla luce con le analisi dei Conti pubblici territoriali (Cpt), sta nel fatto che l’intervento dello Stato è andato in senso esattamente contrario: come detto sopra, ha esacerbato le differenze, invece di ridurle. Tutto questo è stato ripetutamente cifrato, ricorrendo alle meritorie analisi dei Cpt. Quando i dati erano disponibili solo fino al 2017, questo giornale aveva cifrato in circa 60 miliardi le risorse sottratte al Mezzogiorno; una “sottrazione”, questa, che deriva da un semplice calcolo: basta confrontare le spese pubbliche del Settore pubblico allargato che vanno al Mezzogiorno con quelle che “dovrebbero” andare al Mezzogiorno se le spese fossero ripartite in base all’elementare criterio della quota della popolazione rispetto al totale nazionale.

CALCOLI CERTIFICATI

Ma questo non è successo, ed è stato così violato il più elementare parametro della redistribuzione territoriale. Quel semplice confronto faceva emergere, per il 2017, un ammanco di 61,3 miliardi di euro. Ora sono disponibili le stime per il 2018 e, come si vede dal grafico, la “sottrazione” è aumentata a 64,5 miliardi. E questo per un solo anno: come si vede, ogni 12 mesi le risorse sono sottratte al Mezzogiorno all’incirca allo stesso ritmo, al passo di quel “furto istituzionalizzato” che è il criterio della spesa storica. E il criterio usato per cifrare l’ammanco è generoso: in linea di principio, proprio per soddisfare le esigenze di riequilibrio territoriale, la spesa pubblica dovrebbe andare alle aree disagiate più che in proporzione alla quota di popolazione.

A proposito di spesa pubblica, va precisata la ragione per cui l’Agenzia per la Coesione territoriale (un ente pubblico che ha la missione di assicurare la «pari dignità dei cittadini attraverso lo sviluppo e la coesione in tutti i territori del nostro Paese» e che costruisce i Cpt) ha scelto la spesa del Settore pubblico allargato (Spa). Questo comprende, oltre alla Pubblica amministrazione (Pa, cioè Stato, Comuni, Province, Regioni ed Enti di previdenza), anche le grandi e piccole imprese pubbliche, incluse le municipalizzate. La ragione di questa scelta sta nel fatto che lo Stato, per lenire le diseguaglianze territoriali, ha fra i suoi strumenti anche le imprese pubbliche e in passato sono stati fatti provvedimenti che imponevano, per esempio, una distribuzione territoriale degli investimenti di quelle imprese al fine di attenuare le diseguaglianze.

La definizione della spesa del Spa include le partite finanziarie, dato che, ad esempio, anche i prestiti sono parte di un’erogazione volta ad aiutare i territori. È stato insomma documentato, con cifre provenienti da istituzioni ufficiali – dall’Istat all’Agenzia per la coesione, dalla Corte dei conti alla Ragioneria generale – come dietro alla minorità del Sud non vi siano solo indubbie insufficienze della classe dirigente, ma vi sia stata una devastante e ingiusta sottrazione di risorse da parte di quel bilancio pubblico che avrebbe dovuto invece porsi come primo obiettivo la redistribuzione in favore delle aree più disagiate.

IL FATTORE CRESCITA

Non si tratta solo di una questione di equità. Si tratta anche, e principalmente, di una questione di crescita. Il Mezzogiorno è un giacimento di crescita potenziale per un Paese che non cresce.  E il Mezzogiorno non cresce anche, e magari soprattutto, per le documentate scandalose disparità nella dotazione infrastrutturale del Sud rispetto al resto dell’Italia (fra le infrastrutture non contiamo solo le opere pubbliche, pur essenziali, ma anche i servizi pubblici nella loro dimensione di dotazione di risorse fisiche e umane).

L’Italia – bisogna ricordarlo – è un Paese che, rispetto ad altri, ha più bisogno di (buona) spesa pubblica: per addensamento demografico, conformazione orografica, dissesto idrogeologico, inquinamento, conservazione dell’immenso patrimonio archeologico/artistico, dualismo territoriale, criminalità organizzata… Tutti problemi, questi, che non abbisognano, per essere risolti, di “reddito di cittadinanza” o di “quota 100”: abbisognano di investimenti e ancora investimenti. E il Mezzogiorno più che del resto del Paese.

L’Italia non crescerà se non vengono dati al Meridione i mezzi per sollevarsi da questa storica e iniqua minorità. Il mercato interno del Sud è la gallina dalle uova d’oro del Nord. La priorità agli investimenti nel Mezzogiorno è una soluzione win-win per l’Italia intera.

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