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Paolo Gentiloni

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L’ITALIA temporeggia troppo. Il dibattito politico si dilunga eccessivamente e le misure concrete per rilanciare il Paese languono. Si guarda alla terza economia dell’eurozona con preoccupazione, anche se non lo si vuole riconoscere pubblicamente. Come spesso avviene nel rispetto degli usi e costumi di Bruxelles, occorre dunque recapitare il messaggio in maniera indiretta. Tocca a Paolo Gentiloni portare a Roma le apprensioni nutrite oltre i confini nazionali, per un programma europeo di rilancio di cui il governo Conte è il principale beneficiario e che si teme possa non cogliere il risultato delle trattative lunghe e tutt’altro che agevoli di fine luglio.

IL MESSAGGIO

Il commissario per l’Economia approfitta dell’audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato per richiamare le istituzioni nazionali al proprio dovere. Il messaggio, in sintesi, è il seguente: l’Europa ha fatto tutto ciò che poteva e doveva, ora tutto dipenderà da quello che sapranno fare Parlamento e, soprattutto, governo. «I piani nazionali per la ripresa non saranno scritti a Bruxelles, né imposti dalla Commissione. Saranno presentati dagli Stati membri» della Ue. Vuol dire che per prendere i soldi che l’Unione europea ha reso disponibili servirà una strategia credibile, orientata alla transizione sostenibile e digitale.

Il fatto che in Italia ancora si discuta sul da farsi non aiuta a ritenere il Paese pronto a rispondere alla sfida. L’Italia è colei che più di ogni altro trae vantaggi dal Recovery fund, e se non saprà fare tesoro di quello che l’Europa ha messo sul piatto la brutta figura non solo sarà inevitabile, ma rischia di lasciare strascichi nelle relazioni con le altre capitali. Ci sono in ballo per l’Italia 208,8 miliardi di euro: tanto il meccanismo per la ripresa destina allo Stivale tra sussidi (81,4 miliardi) e prestiti (127,4 miliardi). Per poterne usufruire serviranno però strategie nazionali, dove specificare per cosa utilizzare le risorse, che sono soggette comunque a scrutinio onde evitare sprechi. Le bozze sono attese a Bruxelles per metà ottobre, ed è per la prossima primavera (aprile 2021) che ogni Stato dovrà aver messo a punto il piano di rilancio, nella sua versione definitiva.

LE TEMPISTICHE

Ma a quanto pare in Italia ci sono almeno due ordini di problemi. Il primo è quello relativo alle scelte politiche da operare. Dove intervenire, insomma. Le forze politiche non sembrano essere d’accordo sul da farsi, e l’impressione che in Italia l’indecisione sia fin troppa c’è, e Gentiloni non fa nulla per nasconderlo. Anzi. Ricorda come in Europa ci sia «un pacchetto di raccomandazioni specifiche per Paese da cui attingere per la definizione dei programmi nazionali». Per l’Italia, in particolare, «restano questioni pendenti di lunga durata», le stesse da decenni. Gentiloni le elenca, una per una: giustizia civile, mercato del lavoro, pubblica amministrazione, scuola, sanità, Mezzogiorno. Tutte aree dove operare riforme. C’è l’imbarazzo della scelta, e quindi si compia questa scelta.

«La sfida per il governo è questa – taglia corto il commissario per l’Economia- Ci sono risorse e c’è la possibilità di spendere. Se non ora, quando?» Ecco il secondo problema che attanaglia e blocca il Paese nelle sue scelte: le tempistiche. Perché i i 208,8 miliardi concessi all’Italia non sono disponibili subito. Le risorse del meccanismo per la ripresa sono legati ai piani nazionali. Ora, come ricorda anche Gentiloni a deputati e senatori, ci vogliono dalle 4 alle 8 settimane perché la Commissione europea raccomandi al Consiglio Ue l’approvazione del piano una volta che questo è stato presentato, quindi ci vogliono altre quattro settimane perché il consesso degli Stati membri si pronunci a maggioranza.

IL DILEMMA DEL MES

Dunque ci vogliono due-tre mesi per poter vedere i soldi comunitari. C’è la possibilità di anticipare una piccola parte, il 10% ( fino a 20,8 miliardi, nel caso dell’Italia), ma comunque non prima di gennaio. E allora? E allora ecco che si ripropone il dilemma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Gentiloni ripete che la linea di credito del fondo salva-Stati è attivabile subito, e dunque risorse possono essere rese disponibili immediatamente. È previsto che per chi attivi il Mes ci sia a disposizione fino al corrispettivo del 2% del Pil. Nel caso italiano equivale a circa 36 miliardi di euro per le spese relative alla pandemia di Covid-19 nonché al potenziamento del sistema sanitario nazionale perché, rimarca il commissario europeo, «va rafforzata la capacità di resistenza dei nostri sistemi sanitari, e va fatto ora, alla luce di questa crisi».

Ma la politica, tra le forze di maggioranza come tra quelle di opposizione, si divide sul Mes. Si teme di legarsi le mani, di finire commissariati. Gentiloni ha il suo bel da fare a ripetere che non sarà così, perché, dice ai parlamentari, «abbiamo emendato il regolamento», e dunque «oggi il meccanismo di stabilità non ha niente a che vedere con le ristrutturazione delle crisi» del debito, «non sono previste missioni, né relazioni, né richieste». L’appello all’attivazione del Mes nasconde la preoccupazione dell’Europa circa il rischio che l’Italia non sia in grado di cogliere l’opportunità offerta dalla crisi. I soldi ci sono, ma non si vedono segnali utili a fugare dubbi sulla capacità del governo di usarli.

IL FATTORE DEBITO

Il punto è proprio questo, e Gentiloni lo ricorda: se non è Bruxelles a definire la ricetta di rilancio, dovrà essere il governo. Ci si attendono misure e politiche vere. Il motivo? «Nel medio termine tutto dipenderà non solo dalle scelte della ce o delle politiche europee, ma dal grado di fiducia nelle politiche di bilancio italiane».

Insomma, il debito resta un elemento di debolezza strutturale dell’Italia, che dovrà provvedere a ridurlo. Un obiettivo che passa per la strategie di rilancio. Insomma, non è il tempo degli indugi. «E’ il momento di essere responsabili». Anche perché il clima economico «resta incerto». E poi per restituire i prestiti ci vorranno 30 anni. Tutto quello che l’Italia farà da oggi in poi graverà sulle generazioni future.

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