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Angela Merkel e Giuseppe Conte

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NELLA “zuppa di acronimi” dei programmi europei c’è anche il RRF (Recovery and Resilience Facility): si tratta della parte più ghiotta del NGEU (Next Generation EU), che è il termine corretto del noto Recovery Fund. Il passaggio nominalistico da quest’ultimo al NGEU ha voluto sottolineare che questi fiumi di denaro, che andranno ad irrigare le economie riarse da questa virulenta crisi, devono farsi carico delle “Generazioni future”. Devono, cioè, innalzare la crescita potenziale dell’economia italiana, ridare ai nostri figli quelle pacate certezze che hanno sostenuto, fino a prima della Grande recessione, la convinzione che i giovani avranno un tenore di vita migliore di quello dei genitori. Devono, insomma, evitare di essere dispersi in mille rivoli improduttivi, devono tradursi in investimenti (infrastrutture e capitale umano) e non in trasferimenti.

Come già osservato, negli ultimi vent’anni e passa, quale che fosse il colore dei governi – di centro sinistra, di sinistra-centro, di centro-destra, di destra-centro, gialloverdi o rossogialli… – si sono fatti più trasferimenti che investimenti. Perché? Ecco la risposta: date le strettoie delle regole europee, era più facile tagliare gli investimenti. Ma oggi queste strettoie non ci sono più. Al posto delle strettoie c’è un’autostrada, sulla quale passerà, a partire dall’anno prossimo, un grosso corteo di miliardi.

E veniamo al RRF: si tratta di circa il 90% dei famosi 750 miliardi di euro, e all’Italia, di questo 90%, va la percentuale più elevata fra tutti i 27 Paesi, come si legge in un inedito documento della Corte dei Conti europea (cui il Parlamento europeo aveva chiesto un parere sul RRF) che abbiamo ottenuto in anteprima (vedi tabella). Una ragione in più perché sull’Italia – sul governo italiano, che è chiamato a spendere (bene) questi miliardi – si appuntino gli occhi – severi e invidiosi – degli altri Paesi. La Commissione Ue andrà a monitorare queste spese, ma anche un singolo Paese potrà sollevare obiezioni su come l’Italia spende questi soldi.

Questo monitoraggio andrà fatto dapprincipio nella sede del Comitato Economico e Finanziario (il parere è obbligatorio) dove ogni RPP (Recovery and Resilience Program, cioè ognuno dei programmi di spesa finanziati dal RRF) verrà scrutinato. A ogni Paese membro è data la possibilità (si chiama ‘freno di emergenza’), se non è d’accordo con il parere del Comitato, di adire il Consiglio europeo (attenti ai ‘frugali’!). E detto Consiglio deve discuterne entro tre mesi.

Ma in che cosa consistono questi programmi di spesa? L’elenco è già noto, anche se i diversi capitoli sono molto generali: un’Europa verde, un’Europa digitale, un’Europa ‘resiliente’, cioè capace di fronteggiare al meglio quelli che Shakespeare chiamava i “dardi e strali della sorte avversa”, e poi: coesione economica, sociale e territoriale (l’aggettivo ‘territoriale’ è importante per l’inaccettabile dualismo italiano), sanità, produttività, istruzione, ricerca, innovazione, crescita sostenibile e inclusiva, fino alla stabilità del sistema finanziario… Numerosità e vaghezza sono deliberate, nel senso che i programmi dei singoli Paesi devono tener conto delle caratteristiche di ognuno e non si può prescrivere a tutti la stessa medicina, anche se, per programmi analoghi – raccomanda il parere della Corte dei Conti europea – sarebbe utile concordare parametri comuni e costi standard. Ma è certo che non si possono usare quei soldi per ridurre indiscriminatamente le tasse: i soldi, per l’Italia, devono andare ad aggiustare quelle magagne che da vent’anni impediscono all’economia di crescere.

Fra queste magagne ve ne sono tre al primo posto: la scarsa dotazione infrastrutturale (scarsa in tutto il Paese ma a livelli catastrofici nel Mezzogiorno), l’inadeguatezza del capitale umano (investimenti nella scuola) e l’eccesso di lacci e lacciuoli (da sanare con una riforma digitale della pubblica amministrazione). Bisogna dire, a questo punto, che nelle lenzuolate di progetti avanzati per i fondi del RRF si trova di tutto e di più. Il Governo avrà molto da fare per scegliere fior da fiore (si fa per dire). Le linee-guida della Commissione indicavano che già a metà ottobre i Governi dei Paesi Ue avrebbero potuto dare una prima bozza dei loro programmi di spesa, ma questa scadenza è stata già travalicata con un appuntamento a gennaio 2021 (anche se la Corte dei conti europea, in questo documento, raccomanda molto di tener fede al 15 ottobre).

Il ministro degli Affari Europei Enzo Amendola ha tracciato, in un’intervista al Mattino, una strada lastricata di buone intenzioni, specie per quanto riguarda la quota di spesa da destinare al Sud: “Al di là di una percentuale complessiva, è chiaro che i fondi destinati specificamente al Mezzogiorno saranno preponderanti in molti capitoli, per forza di cose. Se si tratta di recuperare i ritardi, ci sono ambiti in cui le Regioni meridionali sono ben al di sotto delle medie non solo europee ma anche italiane: penso agli asili nido, ai servizi pubblici a partire dalla giustizia, alle infrastrutture, alla banda larga in particolare nelle aree interne. E poi ci sono i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale».

A questo punto, non bisogna però nascondersi dietro a un dito: il problema non sta nei soldi (anche se bisogna ricordare che fra proposte, esame della Commissione, rimbalzo al Consiglio, approvazione del Parlamento europeo, bisognerà aspettare il 2021 ben inoltrato prima di scorgere i primi finanziamenti – il ‘pochi, maledetti e subito’ non funziona); il problema – ripetiamo – non sta nello spendere ma nel saper spendere. Una tabella del documento, che mostra il ‘saper spendere’ dell’Italia, è impietosa: da molti anni l’Italia riceve soldi per i Fondi strutturali ma ne spende solo poco più di un terzo. Per incapacità di far piani credibili, per i troppi ostacoli nella realizzazione, per le contrapposte competenze, per i vincoli vari per… ritorniamo, insomma, ai lacci e lacciuoli. Questa disperante incapacità è tuttavia, allo stesso tempo, una disperazione e una speranza.

Messi di fronte a questa sfida, saremo capaci di affrontarla? Se non adesso, quando? Dopotutto, siamo stati capaci, nel contrasto al virus, di fare meglio degli altri. Perché non dovremmo essere capaci di spendere bene?

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