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Comincia domani il percorso per la costruzione della rete unica. Protagonista Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Cdp, che ha ricevuto l’incarico di condurre le trattative per la realizzazione del progetto. Incontrerà i capi delle compagnie che hanno manifestato l’interesse a partecipare all’operazione. Vale a dire Jeffrey Hedberg di Wind Tre; Maximo Ibarra di Sky Italia e Aldo Bisio di Vodafone.

Dovrà spiegare il contenuto della lettera d’intenti firmata il 31 agosto con Tim per arrivare alla nascita di AccessCo. Gli ostacoli da superare sono molti e l’intervento a gamba tesa del commissario Ue alla concorrenza Margarethe Vestager non ha certo agevolato il percorso. In attesa di ricevere il dossier il capo dell’antitrust di Bruxelles, pur senza mai citare Tim, ha espresso il timore che l’operazione possa segnare un passo indietro rispetto alle accelerazioni imposte dall’Europa per quanto riguarda le aperture del mercato. Indirettamente le ha risposto Salvatore Rossi, ex direttore generale di Banca d’Italia e oggi presidente di Tim.

In una intervista rilasciata al “Corriere della Sera” spiega che “qualsiasi azione si abbia in mente, si deve mettere Tim al centro”. AccessCo “dovrà riflettere i conferimenti dei diversi soggetti che andranno a confluirvi” ma Tim intende avere la maggioranza azionaria. “Ma accetta -conclude Rossi- di non avere la maggioranza del consiglio di amministrazione, perché è evidente che esiste un tema di presenza pubblica e di garanzia di neutralità e di accesso equo alla rete da parte di tutti i fornitori di servizi”.

Tuttavia le perplessità restano. Soprattutto per quanto riguarda gli investimenti al sud. Si tratta, infatti, della parte del Paese maggiormente in ritardo e quindi con la necessità di investimenti maggiori. Ma è anche l’area a minore industrializzazione e quindi con moltissime zone a fallimento di mercato. L’esiguità della domanda rende ovviamente rende gli investimenti assai poco convenienti. Tim purtroppo è stata spolpata da una privatizzazione scellerata che l’ha caricata di debiti. Da anni, ormai, la gestione si muove in un difficile equilibrio tra pagamento degli interessi e dividendi per gli azionisti.

La rete è il capitale più importante del gruppo da cui estrarre valore. Privata di questo patrimonio diventa una compagnia telefonica come le altre gravata però da tanti debiti e con personale in eccesso. E quindi dovendo scegliere sacrificherà gli investimenti per aumentare la redditività. La governance condivisa con Cdp è solo un bell’alibi. Anche in Enimont, trent’anni fa le deleghe erano state minuziosamente centellinate fra il socio pubblico, che nominava il presidente e quello privato che esprimeva l’amministratore delegato.

E infatti si è visto com’è andata a finire: lo Stato, attraverso l’Eni, si è dovuto ricomprare tutto e quello che doveva essere un campione mondiale è diventato il feretro della chimica italiana. Certo oggi la situazione è cambiata tuttavia c’è un elemento centrale rimasto come prima: va tutto bene fino a quando c’è armonia. In caso di lite chi decide? Chi lo sa.

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