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Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la Coesione territoriale

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Le «ricostruzioni» che negano lo squilibrio nella ripartizione della spesa pubblica a beneficio del Nord, e la ventennale penalizzazione del Mezzogiorno, «difettano di matematica», mettono in dubbio «dati ufficiali», mentre la «vecchia teoria dei residui fiscali», poi, «è da rigettare alla radice». Ma soprattutto, conducono a un errore strategico, perché è indubbio che «ogni 10 euro investiti al Sud, 4 tornano al Centro Nord in termini di attivazione di domanda di beni e servizi». Con quattro passaggi della sua relazione sulle priorità per il Recovery Plan davanti alle commissioni riunite del Senato, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la Coesione territoriale, ha liquidato l’analisi dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Quattro punti di un discorso ben più articolato che ha smontato quello che nelle sintesi giornalistiche è diventato il “falso mito”, la favola della sottrazione di risorse al Sud, mettendo in discussione l’indagine della Svimez elaborata sulla base dei Conti pubblici territoriali curata dall’Agenzia per la Coesione territoriale. «I dati sono ufficiali – ha affermato Provenzano – ci raccontano di uno squilibrio, di uno svantaggio, soprattutto nella spesa pro capite per investimenti tra le aree che va colmato». «Soprattutto in giorni in cui vedo nuove ricostruzioni dei giornali che negano addirittura lo squilibrio e la penalizzazione che nel corso di questi anni le regioni meridionali hanno invece subito nella spesa in conto capitale» il ministro ha ribadito che «che c’è un gap che dobbiamo colmare anche in termini di investimenti». Secondo il ministro, «queste ricostruzioni, non solo difettano di una visione politica capace di capire quanto investire nelle aree meno sviluppate sia essenziale a liberare un potenziale di sviluppo anche nel resto del del paese, ma difettano proprio di matematica e il tentativo di rispolverare la vecchia teoria dei residui fiscali è da rigettare alla radice, perché questo concetto se applicato ai territori è del tutto discutibile anche sul piano scientifico, e comunque riduce il rapporto Nord e Sud, e tra le aree del Paese, a una contabilità misera di cui dovremmo fare a meno». Mentre la storia del nostro Paese, confortata dall’analisi economica, ha evidenziato, mostra l’interdipendenza tra le diverse aree del Paese, sia sul piano economico e commerciale: «La Banca di Italia, ma anche la Svimez, ha ricordato come un investimento nelle aree meno sviluppate è capace di attivare reddito e lavoro in misura maggiore per tutto il Paese. Sappiamo che per ogni 10 euro investiti al Sud 4 tornano al Centro Nord in termini di attivazione di domanda di beni e servizi».

Intanto, il Sud entro la fine dell’anno rischia di perdere 600-800mila posti di lavoro. La fiscalità di vantaggio, con la riduzione strutturale del cuneo fiscale del 30% per le imprese private del Sud – su cui, ha riferito il ministro, è in corso «un negoziato molto difficile con la Commissione europea» – ha proprio lo scopo di scongiurare la «voragine occupazionale» e rilanciare gli investimenti. L’occasione per ripartire arriva dall’Europa, che proprio il risanamento delle fratture territoriali, ha messo al centro della strategia per il rilancio e superare la crisi con più sviluppo ed equità.

Ora, tra Recovery Fund e fondi europei, le risorse aggiuntive attivabili sia per il Paese sia per il Mezzogiorno «raggiungono quote mai realizzate», ha spiegato il ministro: oltre ai «65, quasi 70 miliardi di aiuti», «avremo complessivamente una quota di 43 miliardi di fondi strutturali europei per il ciclo 2021-2027», cui vanno aggiunti il cofinanziamento nazionale e regionale che dovrebbe attivare una quota di risorse per i programmi operativi nazionali e regionali pari a 80 miliardi. «Queste risorse riguardano in particolare, per i fondi strutturali, soprattutto le aree meno sviluppate: di questi 80 miliardi circa 52 miliardi sarebbero destinati, secondo il riparto attuale, al Mezzogiorno», ha aggiunto Provenzano, sottolineando, poi che «per il ciclo di programmazione 2021-2027, considerando almeno anche il 34% della parte di aiuti del Recovery Fund, avremo circa un punto e mezzo di Pil all’anno di investimenti maggiori aggiuntivi nel Mezzogiorno». Almeno il 34% perché, ha ribadito, ci sono settori, «come quello per il completamento dell’alta velocità di rete, in cui i fabbisogni di investimento sono anche maggiori». Ora la sfida, ha detto il ministro sta nel definire obiettivi e fabbisogni di investimento ben precisi, puntare su uno sviluppo che garantisca i «diritti di cittadinanza», non disperdere le risorse in un progetto sponda in cui infilare tutti i progetti finora irrealizzati. E recuperare il deficit di credibilità che ha reso «difficile rispondere alle obiezioni dei Paesi frugali, non del tutto infondate, sulla nostra capacità di messa a terra degli investimenti. Ora – ha concluso Provenzano – abbiamo un’opportunità storica».

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