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Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

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L’AUTUNNO, con tutte le urgenze della crisi che porta con sé, sembra aver stemperato le tensioni con il governo che avevano inaugurato la stagione di Carlo Bonomi alla guida di Confindustria. I tempi sono difficili e serve l’impegno di tutti. Al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, seduto in prima fila all’assemblea annuale all’Auditorium, il leader degli industriali si è rivolto direttamente proponendo un patto per l’Italia che metta al centro la produttività. Ha chiesto un «quadro netto e chiaro di poche e decisive priorità su cui riorientare la crescita del Paese», una «rotta precisa» e «scelte anche controvento». «Presidente, lei ha detto: ‘Se sbaglio sull’utilizzo del Recovery Fund, mandatemi a casa. No, signor presidente. Se si fallisce, non va a casa solo lei. Andiamo a casa tutti. Il danno per il Paese sarebbe immenso. Non ce lo possiamo permettere. È tempo di una azione comune, oppure non sarà un’azione efficace».

La mano è tesa da una parte – pur non risparmiando critiche. L’altra è pronta a stringerla: «Il Paese è di fronte alla partita più importante degli ultimi decenni: dobbiamo lavorare per le generazioni future, da quello che saremo in grado di progettare oggi costruiremo il terreno di domani – ha affermato Conte – Cresceremo poco e male se non riusciremo a superare le disuguaglianze di genere, territoriali e generazionali. Abbiamo una grandissima sfida e non abbiamo alternative, dobbiamo vincerla e lo possiamo fare solo tutti insieme».

Secondo il presidente di Confindustria, bisogna ripartire da una visione per il Paese, che manca da tanti anni, e fondamentale ora che «il governo dovrà stabilire priorità per usare, in pochi anni, oltre 200 miliardi che ci vengono dall’Europa». Una visione che consenta di concentrare le risorse sui nodi irrisolti del Paese, ha sostenuto Bonomi, la cui soluzione può dare apporto alla crescita del Pil potenzia, al lavoro e alle imprese. E che, tra le altre cose, comprende uno stato regolatore – quindi, no a «statalizzazione esplicite e implicite» -, mette al centro i giovani e le donne, «le vere vittime della crisi», affronta il problema della bassa produttività della Pubblica amministrazione che abbassa la media nazionale, e riconsideri il modo in cui si affronta il tema della coesione territoriale tra Nord e Sud. «Avere una visione – ha sostenuto il leader degli industriali – significa inquadrare le risorse a questo scopo nell’ambito di pochi strumenti incisivi e nuovi, mirati ad aggredire i fattori che, per giudizio convergente, rappresentano il freno prevalente all’attrattività degli investimenti nel Mezzogiorno: le infrastrutture, sia fisiche sia digitali, e la legalità».

E su questo tema il presidente del Consiglio ha esposto la sua visione: parte dalla fiscalità di vantaggio: «La misura del taglio del costo del lavoro del 30 % – ha affermato – è una misura che intendiamo strutturare perché è ricollegata al gap infrastrutturale e delle differenti condizioni del Sud rispetto al resto d’Italia. E’ una misura di equità – ha ribadito – di riequilibrio che favorirà anche il Nord, che non potrà mai crescere in modo sostenuto se non crescerà insieme al Sud e al resto dell’Italia». In attesa di consegnare al governo le 385 pagine del libro “Il coraggio del futuro” che ne raccoglie la visione di Confindustria, Bonomi ne ha anticipato i punti salienti. Così, sul fronte fiscale ha chiesto di estendere ai lavoratori dipendenti la tassazione diretta mensile prevista ora solo per gli autonomi. Per il lavoro, ha sostenuto la necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali e di smontare «la parte del Reddito di cittadinanza non destinata al contrasto alla povertà».

Quanto alle misure di sostegno alle imprese, non servono sussidi – «non vogliamo diventare il Sussidstan» – ma condizioni regolatorie e di mercato che accrescano produzione e occupazione. Al Paese, poi, serve un’operazione verità su conti pubblici e interventi per sostenere il maxi debito pubblico. Come gli serve il Mes: rinunciarvi sarebbe «un danno certo” per il Paese. Nel delineare la strategia per la ripartenza, il premier ha assicurato che il governo si doterà di uno strumento normativo ad hoc, e una struttura dedicata che garantisca trasparenza e tempi certi di attuazione, con una piattaforma digitale «per controllare lo stato di avanzamento delle opere». Al cospetto degli industriali, ha poi riconosciuto «che nessun piano di investimenti potrà avere risultati se non sapremo riformare profondamente la Pa, la macchina dello Stato che anche in questa fase ha rivelato la sue difficoltà».

«Le riforme di cui abbiamo bisogno oggi – ha quindi affermato – sono quelle che ci possono permettere di porre da un lato la Pa nelle condizioni di spendere miliardi di euro in investimenti materiali e immateriali, e dall’altro di rendere l’ambiente normativo più favorevole alle imprese e agli investimenti privati». E ha, poi, aggiunto: «Abbiamo bisogno di raccogliere le energie migliori. Senza un nuovo patto pubblico privato basato sulla fiducia ogni sforzo risulterà vano, un patto che possa dare vita a un sistema di collaborazione, di coinvestimento tra Stato e imprese italiane».

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