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Il governatore del Veneto, Luca Zaia, storico sostenitore dell’autonomia differenziata

Tempo di lettura 5 Minuti

Siamo rimasti fermi per 10 anni alla spesa storica in attesa dei livelli essenziali di prestazioni (Lep) e adesso sembra che dobbiamo correre per arrivare velocemente all’autonomia differenziata chiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Forse dipende dal buon risultato che ha dato l’autonomia nel settore sanitario che porta Francesco Boccia, in realtà il Pd, a spingere perché si arrivi al più presto a vararla? 

Non è bastato il fallimento che anche in questi giorni registra la sanità lombarda, ma in generale l’andare in ordine sparso delle Regioni, per convincersi a tornare, per lo meno in alcuni settori chiave come la scuola, la sanità e l’infrastrutturazione, a un sano centralismo?

ROBIN HOOD AL CONTRARIO

Troppo forte l’accordo tra la sinistra padronale emiliano romagnolo e la destra leghista lombardo-veneta per potere resistere? Certo, la battaglia condotta da parte della intellighenzia meridionale, con in testa la Svimez, ha rallentato il percorso e ha fatto sì che si siano poste alcune condizioni propedeutiche per il varo delle autonomie differenziate, come la perequazione infrastrutturale e la definizione dei Lep, che ora dovrebbero essere calcolati, dopo che per tanti anni la loro assenza ha permesso uno scippo di 60 miliardi l’anno, distribuendo le risorse sulla base della spesa storica.

Anche se in molti non concordano su tale sottrazione, compreso il “candido” Carlo Cottarelli, che in realtà, oltre a contestare i dati dell’osservatorio dei Conti pubblici, non perde occasione per ribadire che la distribuzione della spesa pubblica non debba avvenire sulla base della popolazione esistente nelle varie zone, ma, come ancora sostiene in un’intervista del 21 ottobre scorso al Mattino «le risorse devono essere distribuite anche oltre la proporzionalità del Pil pro capite». 

Quindi, secondo tale interpretazione, lo Stato diventa un Robin Hood al contrario, che dà di più a chi più ha e meno a chi ha meno. Infatti quella parola “anche” sembra una concessione, cioè vuol dire che normalmente dovrebbero essere distribuite in base al Pil prodotto, ma si può anche qualche volta derogare, facendo entrare dalla finestra quello che sembrava uscito dalla porta, quel concetto di residuo fiscale che ormai sembra essere stato abbandonato da tutti, se Svimez in una sua recente nota afferma: «Le motivazioni di quel rivendicazionismo sono gradualmente uscite di scena perché troppo evidenti erano i limiti dell’interpretazione “territoriale» .

Sommessamente ricorderei che tale distribuzione strana delle risorse avviene anche per le Università, per le quali esse sono state date sulla base di un meccanismo che a prima vista premia i migliori. Ma mettendo insieme i parametri di efficienza del sistema, della sua capacità di competere nel mondo attraverso le citazioni internazionali e infine sul placement dei propri studenti, sono state premiate le università ovviamente penalizzando gli studenti, che senza colpa si ritrovano man mano, al Sud , a studiare in super licei, mentre la parte di ricerca viene lasciata alle Università del Nord. E questo è un altro capitolo della stessa storia. 

FONDO DI PEREQUAZIONE

Ma torniamo alla autonomia differenziata. Dopo l’inserimento della legge quadro nel Nadef, la nota di aggiornamento al Def, come promesso dal ministro Boccia, arriva anche, sempre all’interno della legge di Bilancio, il fondo di compensazione per il divario infrastrutturale.

«Le risorse sono state incluse nelle tabelle della manovra e saranno a disposizione del Mezzogiorno, delle aree interne e delle aree di montagna non appena sarà approvata la legge sull’autonomia».

Si tratta di 4,6 miliardi. Vale a dire quel «fondo di perequazione infrastrutturale» che è uno dei cardini della legge quadro sull’autonomia firmata dal ministro per gli Affari regionali. II principio è che l’autonomia vada a braccetto con il superamento del gap infrastrutturale del Sud.

Nella legge quadro si parla anche di «aree interne montane» e di «aree disagiate». Quindi le risorse per la perequazione infrastrutturale possono anche andare a finanziare aree a 20 km da Milano, che abbiano problemi particolari. Al solito: una sorta di complesso di colpa del Sud che, per far passare alcuni finanziamenti, deve estenderli anche al Centro Nord. 

Ma al di la di tale aspetto, sembra molto ingenuo pensare di eliminare il ritardo di infrastrutturazione con 4 miliardi e mezzo, con i quali al massimo si potranno fare 90 , dico 90, chilometri di vera alta velocità ferroviaria. Anche perché bisognerà vedere come andranno destinate. 

Si potrà dire che è un primo passaggio, ma intanto è interessante vedere il dibattito tra De Menech, coordinatore dei parlamentari veneti del Pd a Roma e la neo vicepresidente regionale Elisa de Berti, chiamata “la doghessa”, il mastino che prenderà il posto di Luca Zaia alla fine del terzo mandato. Il primo sostiene che il fondo consentirà di finanziare opere per esempio in Lessinia Polesine altopiano di Asiago e provincia di Belluno.

«Convocherò presto i sindaci, le associazioni di categoria e le parti con cui stabilire le priorità; spero la Regione capisca che quei soldi servono a dire a Rfi e Anas che quei soldi non saranno destinati solo sulla base del bacino di utenza».

E la risposta della vice presidente che accusa il parlamentare Pd di essere stato all’estero negli ultimi cinque anni: «Si è perso per strada centinaia di milioni che negli ultimi anni, grazie anche ai mondiali di Sci e Olimpiadi, stiamo spendendo nel bellunese. Ti ricordo che elettrificazione delle linee ferroviarie verso nord l’abbiamo ottenuta puntando i piedi. Con Anas vengono investiti una marea di soldi, sull’Alemagna, per gli impianti a fune, per le varianti di Cortina Longarone. Su Lessinia, altopiano di Asiago e Polesine si può fare di più, certo, ma ci vuole onestà intellettuale».

LOTTA PER LA PEREQUAZIONE

Illuminante questo scambio di battute di come potrà andare la perequazione infrastrutturale e di come le risorse potranno essere spese. E di come bisognerà lottare per non essere beffati.

Ma questa battaglia chi la dovrà fare? La nostra classe dominante estrattiva occupata a raccogliere mancette per i propri clientes? Si può rimproverare ai veneti di fare in modo che arrivino più risorse nelle loro zone? O vanno premiati per l’impegno che pongono nel difendere i propri rappresentati?

Purtroppo le nostre responsabilità non sono poche e di certo dobbiamo competere con chi ha fatto del proprio mandato una missione da portare a compimento, sapendo che l’elettore lo premierà se avrà perseguito il bene comune. Forse dobbiamo imparare.

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