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Il governatore dell’Emilia Romagna, nonché presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini con Nicola Zingaretti

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Nello sconfortante clima crescente tensione sociale che la seconda ondata della pandemia provoca nell’opinione pubblica l’unica costante è rappresentata dalla silente confusione del Governo che continua a eludere qualsiasi esercizio di chiarezza sul destino delle risorse del Recovery Fund. Ne consegue che esse, in questa situazione di incertezza, si configurano sempre di più come la proverbiale zattera di salvataggio attorno alla quale senza ordine e strategia si affollano per l’imbarco le regioni del Paese.

In questo clima è a dir poco sconcertante, la notizia riportata da una nota di Regioni.it (che fa riferimento alla ineffabile Conferenza Stato-Regioni); una sort di spiazzante “mossa del cavallo” che annuncia che la prossima manovra di bilancio del Governo prevede 4,6 miliardi da destinare a un fondo di perequazione infrastrutturale precisando che lo stanziamento “si collega per procedere insieme, e quindi in diretto collegamento, con il varo della legge per l’Autonomia differenziata” e chiarisce – se ce ne fosse bisogno – che le risorse saranno a disposizione delle regioni del Mezzogiorno non appena sarà approvata la legge sull’autonomia. Il fondo al quale si fa riferimento altro non è che la tardiva attuazione dell’art.22 della legge 42/2009. Dunque i 4 miliardi stanziati in adempimento ad una legge del 2009 non potrebbero essere utilizzati se non si arriva all’intesa tra Stato e Regioni. Se vera questa ipotesi di subordinare l’applicazione di una legge della Repubblica alle sorti di una trattativa avremmo la conferma di un baratto a dir poco imbarazzante con il Governo che impone o avalla una condizionalità vagamente ricattatoria e con i presidenti delle regioni meridionali, si presume, consenzienti in questa vicenda-capolavoro della Conferenza Stato-Regioni.

Non c’è traccia del rispetto della clausola del 34% che per motivi estetici non può essere ridotta a merce di scambio. Non c’è traccia neanche dell’altro fondo perequativo, anche esso previsto dalla legge 42 del 2009, dal che desumiamo che rimane e si rafforza la pratica della spesa storica così ben interpretata dalla conferenza Stato-Regioni. Un capolavoro, specie rispetto alla ingenua guerra lampo tentata dal precedente governo giallo-verde clamorosamente costretto alla ritirata e caduto proprio sull’ autonomia rafforzata. Emerge una non proprio recondita volontà di “ammorbidire” la resistenza all’autonomia addirittura condizionando i misteriosi 4,6 miliardi alla realizzazione di quell’intesa. Il tutto contraddicendo l’impianto costituzionale che chiede applicazione integrale degli articoli 119 e 117 del titolo V (fondo perequativo senza vincoli di destinazione e definizione dei fabbisogni standard per finanziare integralmente i livelli essenziali delle prestazioni in regime di costi standard). Si comprende che gli argini alle strampalate illusioni di farsi Stato della Triplice Regionale sono in procinto di cadere, che il gregge meridionale potrà accontentarsi – e solo a cose fatte – del fantomatico fondo di perequazione infrastrutturale. E tutto ciò mentre sull’uso delle risorse del Recovery Fund il silenzio continua a regnare sovrano.

Ci siamo tanto lamentati del vincolo “stupido” imposto dai trattati, oggi la misura della stupidità ci riguarda da vicino e dobbiamo aggrapparci a sperare nel vincolo “virtuoso” delle condizionalità della UE che, a saper leggere, ci chiede di ridurre disuguaglianze e puntare alla coesione tra territori per assumere un ruolo attivo e produttivo dando corpo a una strategia Euromediterranea per parare il rischio di perdere l’agibilità della frontiera Sud dell’Unione. Questo e non solo la filantropia muove l’Europa che ci chiama con severità a non volgere altrove sterilmente lo sguardo.

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