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La seconda ondata del Covid fa strage anche fra gli economisti. Non solo per la salute ma anche nei numeri, costringendo l’Istat a gettare la spugna. I suoi esperti si arrendono: riconoscono di non averci capito nulla e quindi si astengono dal fare nuove previsioni Malgrado  il «deciso recupero» nel terzo trimestre – scrivono gli esperti – e nonostante i principali indicatori congiunturali siano tornati vicini ai livelli pre-crisi sanitaria,  «le prospettive per i prossimi mesi appaiono incerte». Un’ammissione di impotenza che appare decisamente allarmante.

PREVISIONI IN TILT

In genere l’ufficio di statistica assume posizioni più nette. Prevede che l’economia possa salire o possa scendere. Lo fa, naturalmente, con molta prudenza, consapevole dell’importanza delle sue indicazioni per l’economia nazionale. Questa volta ammette di essere diventato un indovino cieco. I suoi algoritmi non riescono a dare un responso consapevole. Le cose possono andare male, molto male. Forse malissimo. Non si sa.

A ottobre, scrivono gli economisti dell’istituto, gli indici di fiducia hanno fornito segnali discordanti. La fiducia dei consumatori ha segnato un lieve calo, mentre quella delle imprese è migliorata. Ma non di molto, considerando che le assunzioni programmate a novembre sono state rinviate. Senza il faro Istat anche il governo diventa cieco. Le previsioni contenute nell’aggiornamento dei Def sono ormai carta straccia. Impossibile, però, farne di nuove e di questo il ministro Gualtieri dovrebbe tener conto nella preparazione della Finanziaria 2021. L’economia italiana è attualmente simile a un gigantesco zatterone che vaga per il mare. Non sa esattamente dove andare e perché. Ma soprattutto è semiaffondata per il carico del debito.

IL CONFRONTO EUROPEO

Le previsioni rilasciate due giorni fa dalla Commissione europea sono molto preoccupate. L’Italia, dopo la Spagna è il Paese che scenderà di più nel 2020: meno 12,4% Madrid, meno 9,9% Roma, Poi Parigi -9.4%. Nel 2021 non ci sarà nessuna ripresa repentina, visto che la crescita si fermerà al 4,1%. Nel 2022 sarà del 2,8%. I livelli pre-Covid restano lontani mentre il debito già oggi oltre il 150% (solo la Grecia è messa peggio) continuerà a salire. Non c’è niente da fare. Il Paese non riesce a uscire dalla palude.

Quando le cose vanno bene, la crescita è più bassa di tutte le altre. Quando le cose vanno male, la recessione è tra le peggiori. Quando le cose iniziano ad andare meglio, la ripresa è molto più lenta. La ripresa a “V” di cui tanto si era favoleggiato nei mesi scorsi resterà nel libro dei sogni. Le stime sono al di sotto di quelle programmatiche del governo, che nella Nota aggiornamento del Documento di economia e finanza punta rispettivamente al 6 per cento per il 2021 e al 3,8 per cento per l’anno successivo.

I FATTORI FRENANTI

La bassa crescita di produttività, le mancate riforme, i problemi negli investimenti continuano a frenare l’Italia, che tra due anni non avrà recuperato nemmeno i livelli di pil precedenti alla crisi finanziaria del 2008. Quindici anni buttati via. Il Covid-19 e il lockdown non c’entrano con i problemi strutturali.

L’Istat mercoledì ha detto che la produttività del lavoro è aumentata di appena lo 0,2 % tra il 2014 e il 2019. Nelle sue previsioni, la Commissione non ha tenuto conto dell’effetto del Recovery fund sulla crescita. Non lo ha fatto nemmeno per Spagna e Germania perché i governi non hanno trasmesso sufficienti informazioni. In ogni caso a Bruxelles hanno già messo a bilancio i 20 miliardi di anticipo del Recovery fund che l’Italia riceverà in estate, permettendole di non sfondare la soglia psicologica del 160 per cento. Nel 2020 il debito italiano arriverà al picco del 159,6 per cento (contro il 158 previsto del governo).

IL DEBITO

Grazie alla Bce, per il momento non ci sono problemi. La Commissione chiede a tutti di continuare con gli stimoli fiscali. «Credo che non ci sia oggi preoccupazione alcuna sulla sostenibilità dei debiti – ha detto Gentiloni – Ma c’è la necessità nel medio periodo di mettere il debito in un percorso di sostenibilità». Ma come? Una domanda cui in questo momento nemmeno l’Istat è in grado di rispondere.

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