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L'Ilva di Taranto

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E ci stiamo a lungo soffermando su un documento, quello prodotto e riprodotto dal governo e relativo al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), Piano ricco di impegni e di promesse, ricco di risorse che allo stato non esistono ma che ci assicurano prima o poi arriveranno.

E ci stiamo allarmando e preoccupando, quasi ogni giorno, perché i vaccini capaci di renderci immuni al virus Covid 19 non sono ancora arrivati nel numero sperato e ancora entriamo nello scontro tra il Commissario Arcuri e le Regioni in merito alla qualità e al costo delle siringhe necessarie per iniettare i vaccini.

E ci stiamo preoccupando sulla opportunità di lasciare al presidente del Consiglio Giuseppe Conte la delega sui servizi segreti.

E ci stiamo preoccupando dello scontro tra le singole Regioni e il governo in merito alla colorazione giallo, arancione e rossa relativa alle modalità per limitare gli spostamenti e possibilmente contenere la pandemia.

I TRE CASI CHIAVE

Potrei continuare a elencare la serie di criticità che, a mio avviso, hanno oscurato e, in alcuni casi, annullato del tutto, una criticità che ritengo sia oggi quella che sta esplodendo e che per mesi abbiamo ritenuto fosse poco pericolosa: mi riferisco alla bomba sociale generata non dalla crisi produttiva della Pandemia ma presente nel nostro Paese ormai da diversi anni: una crisi occupazionale che molto prima del marzo 2019 (avvio virulento della pandemia) aveva fatto aprire presso il ministero dello Sviluppo economico 150 tavoli per tentare il superamento di crisi industriale. La maggior parte dei tavoli riguarda crisi di realtà imprenditoriali del Sud. Io mi soffermerò su tre casi.

1) Il caso Whirlpool

Il primo caso lo cito solo per ricordare la superficialità con cui i due ministri competenti che hanno svolto tale ruolo nel 2018 e nel 2019, mi riferisco a Di Maio e a Patuanelli, hanno gestito la crisi della società Whirlpool.

Una società con 420 dipendenti che praticamente non esiste più e, cosa che pochi ricordano, è triste rileggere le dichiarazioni dell’ex ministro dello Sviluppo economico e ora ministro degli Esteri Di Maio rilasciate nell’ottobre 2018: «Whirlpool non licenzierà nessuno e riporterà in Italia parte della produzione che aveva spostato in Polonia: sono orgoglioso, ce l’abbiamo fatta».

Purtroppo il 31 ottobre 2020 la fabbrica è stata chiusa definitivamente. Di Maio è ancora ministro, mentre 400 famiglie sono prive di sostentamento.

2) Termini Imerese

Il secondo caso è quello relativo all’area industriale di Termini Imerese, dove circa dieci anni fa la Fiat, dopo aver gestito per oltre trent’anni un impianto realizzato integralmente con risorse pubbliche è andata via: da quel momento c’è stata una sistematica rincorsa a offrire l’area a vari imprenditori che di volta in volta avevano prospettato ipotesi industriali capaci di mantenere i livelli occupazionali.

L’ultimo caso è stato quello portato avanti dalla società Blutec; purtroppo anche questa ipotesi si è rivelata perdente e  per i 680 operai “diretti” dell’azienda siciliana, in amministrazione straordinaria dopo il fallimento del progetto di rilancio del gruppo proprietario piemontese, è scattata la cassa integrazione a zero ore (una media di 1.000 euro al mese) che durerà ancora forse fino a marzo. In realtà da quando la Fiat, dieci anni fa, ha chiuso la fabbrica perché produrre auto in quell’angolo di Sicilia costava troppo, è iniziata una via crucis industriale che ha messo in ginocchio l’economia di un intero territorio.

Si è passati dai quattromila operai (tra diretti e indotto) che sfornavano la Cinquecento, la Panda, la 126, a più di 700 famiglie che non vedono più un futuro davanti a sé. Hanno vissuto gli anni della grande speranza, quando Fiat dava tanto al Paese e riceveva altrettanto.

3) L’ex Ilva

Il terzo caso è quello relativo al centro siderurgico di Taranto. Ormai Arcelor Mittal, giorno dopo giorno, sta chiudendo impianti del centro siderurgico; da diverso tempo si doveva concludere il confronto tra la società e il ministro dello Sviluppo economico, da tempo la società doveva fornire un nuovo Piano economico e finanziario e da tempo si doveva fornire chiarezza sul reale numero di esuberi.

Apprendiamo da ormai da tre mesi che l’accordo è stato raggiunto ma si stanno verificando gli esuberi. Molti sono convinti, e tra questi ci sono anche io, che Arcelor Mittal fra qualche mese pagherà una penalty e andrà via.

Da tempo ho anticipato che tale penalty non avrebbe superato i 600 milioni di euro e si dimentica che con la uscita di Arcelor Mittal abbiamo compromesso una certezza occupazionale di medio periodo per circa 25.000 unità lavorative (tra dirette e indirette), abbiamo creato cioè un danno alla economia dell’intero ambito ionico-salentino di circa 12-14 miliardi di euro.

Un danno, questo, che si ripercuote sull’intero Mezzogiorno e, in modo epidemico, genera un fenomeno migratorio verso altre aree del Paese.

LE FALLE DEL GOVERNO

Tre casi che aggiunti agli altri 20, agli altri 40, agli altri 100 che attualmente sono presenti nel Sud, che lo sono ancor prima della pandemia, denunciano in modo drammatico che non possiamo in alcun modo sottovalutare o risolvere, aprendo e chiudendo tavoli, una delle criticità che ormai stanno diventando irreversibili.

Ebbene, questa tematica, cioè quella legata alla reale reinvenzione della politica industriale del Mezzogiorno, non c’è in alcun documento programmatico del primo e del secondo governo Conte e, nel caso del centro siderurgico di Taranto, ci si appiattisce sempre e solo sulle modalità necessarie per ridimensionare l’inquinamento e non si ha il coraggio di ammettere che la produzione di acciaio non potrà superare i 4 milioni di tonnellate e i livelli occupazionali si attesteranno su una soglia non superiore alle 5.000 unità.

In realtà in ognuna di queste esperienze il governo doveva cercare in tutti i modi di identificare le possibili alternative. Più volte ho ricordato che Termini Imerese doveva diventare un forte hub logistico per l’intera Sicilia occidentale.

Più volte ho ricordato che Taranto poteva diventare “porto franco”: la creazione del porto franco permetterebbe, infatti, il sorgere, nella città franca, di particolari industrie che, approfittando della franchigia doganale e della completa esenzione da formalità o da ingerenze doganali di qualsiasi genere, si dedichino alla trasformazione e alla manipolazione dei prodotti di provenienza estera.

Taranto potrebbe diventare il più grande centro logistico del Mediterraneo creando una forte concorrenza con l’attuale hub del Pireo, l’hub comprenderebbe anche il porto di Brindisi e l’asse ferroviario Brindisi-Taranto, in particolare questo asse diventerebbe un canale secco in grado di dare una forte carica strategica all’hub.

Invece tutto si è fermato nel contesto del banale confronto con le parti sociali, tutto si è fermato nella proroga ormai impossibile della Cassa integrazione guadagni straordinaria, tutto si è fermato nel vano tentativo di ritardare l’esplosione di una bomba sociale che, ripeto sino alla noia, il presidente Conte e, prima di lui, Gentiloni e Renzi avevano, a mio avviso, sottovalutato.

E IL SINDACATO?

Commetteremmo un gravissimo errore se continuassimo a sottovalutare tale emergenza e se utilizzassimo strumenti e procedure basate su un gratuito e inutile assistenzialismo. Più volte, proprio attraverso questo giornale, ho ricordato che, purtroppo, il sindacato ha gestito le varie emergenze con una superficialità e con una grave sottovalutazione dei danni che dal 2015 a oggi i vari governi hanno prodotto.

In particolare, più volte mi sono chiesto come mai il battagliero uomo della Fiom, Landini, da segretario della Cgil sia caduto in una fase di piena atarassia. Landini sa che il mondo del lavoro non dimentica simili comportamenti e che la serie di fallimenti ottenuti dal sindacato a valle dei vari confronti con il governo si sta traducendo in un crollo del consenso su scala nazionale.

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