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Un crollo annunciato, mentre il Governo latita. L’agricoltura, nonostante il ruolo  strategico svolto per attenuare i disagi ai cittadini durante l’emergenza creata dalla pandemia, è stata comunque messa in ginocchio dal Covid 19. Già qualche mese fa la Coldiretti aveva stimato un “buco” di oltre 13 miliardi a causa delle restrizioni, della chiusura del canale Horeca (alberghi e ristoranti) e del rallentamento delle esportazioni motore dell’agroalimentare Made in Italy. 

Ieri è arrivata la “certificazione” Istat dei conti in rosso. La stima preliminare dell’andamento del settore agricolo nel 2020, diffusa ieri dall’Istituto di Statistica, registra infatti un calo del 3,3% della produzione e del 6,1% del valore aggiunto. L’effetto Covid (aggravato anche dal maltempo) ha tagliato i principali prodotti con  cali pesanti per l’olio, eccellenza del Sud,  ma anche per il vino. L’olio d’oliva, dopo l’exploit del 2019, ha perso infatti il 18% per il marcato calo nelle Regioni del Sud, in particolare  in Puglia e Calabria dove la riduzione ha raggiunto il 50%. 

E’ stata comunque una debacle su tutti i fronti, dalle piante industriali (-2,2%) ai foraggi fino agli ortaggi (-0,5) e alla frutta (-0,4%). E il Covid ha appassito anche i fiori con un calo dell’8% della produzione rispetto al 2019. Segno più solo per i prodotti zootecnici.  ​Danni rilevanti anche alle cosiddette attività connesse (definite secondarie dall’Istat) a partire dall’agriturismo bloccato nelle zone in rosso e arancio. E non è andata bene neppure alle vendite dirette, ossigeno per molte aziende rese irraggiungibili dallo stop agli spostamenti.

Complessivamente queste attività connesse alla produzione hanno segnato una flessione di oltre il 19% dopo anni di continua crescita.​​Una situazione che ha ridimensionato i redditi degli agricoltori di quasi il 4,8% e ha ridotto anche la manodopera. L’agricoltura dunque è in forte affanno nonostante non perda i primati nell’Unione europea dove, nonostante tutto, mantiene salda la leadership per valore aggiunto tra i 27  con 31,3 miliardi, seguita da Francia (30,2 miliardi) e Spagna (29,3 miliardi). Ma l’esecutivo non sembra accorgersi della funzione vitale svolta dal settore che è l’unico a essere rimasto senza guida.

E’ vero che la crisi di Governo sta bloccando l’intero Paese, ma per il settore agricolo c’è una aggravante. Il ministro delle Politiche agricole, la renziana Teresa Bellanova, si è dimessa. L’interim è stato assunto dal premier ma l’agricoltura ha bisogno di un impegno al 100%. In una fase così delicata occorre mantenere la guardia alta, in primis per consentire che i “ristori” arrivino alle aziende. Tra le diverse misure varate, dal Cura Italia, ai Ristori passando per la Liquidità, almeno sulla carta, all’agricoltura è stato destinato un corposo budget. Piatto forte gli oltre 800 milioni per gli esoneri dei versamenti dei contributi previdenziali, ma con assegnazioni anche al vino (100 milioni), alla zootecnia (90 milioni), agli indigenti e ai ristoranti che acquistano Made in Italy. Alcuni decreti applicativi sono stati varati, altri sono in attesa. Il bonus ristoranti su 600 milioni stanziati ne ha utilizzato poco più della metà. E c’è poi la legge di Bilancio con un piatto non ricco (400 milioni), ma che richiede provvedimenti di attuazione.

E poi non si può dimenticare che la politica agricola, l’unica veramente europea, richiede una presenza qualificata e costante a Bruxelles, dove non solo è in pista una riforma della Politica agricola Ue, da cui dipende gran parte delle risorse finanziarie, ma dove, proprio in questi giorni, si sta discutendo una revisione del tetto degli aiuti. Non si può lasciare scoperta a lungo la poltrona “verde” del primo paese agricolo comunitario. In “casa” poi bisogna proseguire il pressing affinchè gli aiuti promessi arrivino nelle tasche degli agricoltori. Il settore spesso è stato vittima del “gioco delle tre carte” e anche ultimamente il Ristori 2 ha cancellato una posta agricola e non da poco (100 milioni per le filiere) prevista dal Ristori 1. E ora che si sta arrivando a quota 5 bisogna tutelare gli interessi dei nostri agricoltori per evitare che i finanziamenti spariscano tra le pieghe  dei rubinetti o dei monopattini.

I problemi sono molti. Alcuni legati, come abbiamo detto, ai danni della pandemia con il commercio mondiale  rallentato e il crollo della domanda della ristorazione che per alcuni prodotti rappresenta un canale primario. A pesare sulla flessione produttiva anche le difficoltà che gli agricoltori hanno dovuto affrontare per reperire la manodopera, soprattutto nei mesi più duri, da marzo a giugno, e molti sono stati costretti a lasciar marcire i prodotti sul campo. Ma ad aggravare il quadro si è inserita la speculazione.

E’ stato gioco facile strangolare gli agricoltori offrendo prezzi spesso al di sotto dei costi, peraltro gonfiati, soprattutto nelle stalle, per l’impennata delle materie prime  con le quali sono realizzati i mangimi. E per il latte, sottopagato agli allevatori, è scesa in campo addirittura l’Antitrust. Il cortocircuito che si sta manifestando sul fronte delle materie prime, con l’aumento dei listini, potrebbe dare un ulteriore colpo di grazia alle aziende nazionali alle quali servono investimenti nella logistica, un potenziamento dello stoccaggio delle commodity,  un piano proteico e soprattutto la rapida attuazione della norma di contrasto delle pratiche sleali approvata da un anno dalla Commissione europea e non ancora recepita in Italia. 

La Coldiretti ha elaborato e presentato un pacchetto di progetti “cantierabili” ,dalla digitalizzazione  alle infrastrutture, ma anche iniziative specifiche per alcuni prodotti dall’olio di oliva ai cereali, dall’allevamento alla quarta gamma. Si tratta – ha spiegato il presidente Ettore Prandini- “di  progetti strategici elaborati dalla Coldiretti insieme a Filiera Italia per la crescita sostenibile a beneficio del sistema Paese. Bisogna ripartire dai nostri punti di forza e l’Italia  è prima in Europa per qualità e sicurezza dell’alimentazione dove è possibile investire per dimezzare la dipendenza alimentare dall’estero”.​​

E poi ci sono gli interventi necessari per garantire la tutela del territorio, la messa in sicurezza delle aree a rischio e acqua sufficiente per l’irrigazione che l’Anbi (Associazione dei Consorzi di bonifica) è pronta a realizzare subito.

Ma senza un referente tutti i progetti rischiano di rimanere lettera morta. Con il risultato di frenare il processo di rinascita dell’agricoltura italiana e delle principali filiere, un settore che dal campo alla ristorazione, prima dello tsunami Covid, con un fatturato superiore a 530 miliardi, era diventato la prima attività produttiva. Se si interrompe questo trend positivo si tolgono le speranze anche ai tanti giovani che da qualche anno stanno riscoprendo il fascino dell’attività nei campi. Si tratta di giovani agricoltori diplomati e laureati. Almeno la fuga di cervelli verdi si deve fermare.


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