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«Nell’ambito dei rapporti finanziari tra il nostro Paese e l’Unione europea, la politica di coesione riveste un’importanza fondamentale, non soltanto per l’entità degli importi in gioco, ma anche perché obiettivo primario della politica di coesione è quello di ridurre il divario tra le varie aree dell’Unione, favorendo lo sviluppo di quelle più svantaggiate attraverso una crescita equilibrata e sostenibile degli Stati membri».

L’HANDICAP

Tuttavia, in maniera del tutto paradossale l’Italia sta rischiando di ottenere il risultato opposto, cioè di allargare il gap Nord-Sud: «Si rileva che, confermando, purtroppo, un trend ormai pluriennale, persistono, generalmente, evidenti differenze nella effettiva capacità di spesa tra le regioni più sviluppate e quelle meno sviluppate: le prime, più strutturate, spendono più delle seconde. La conseguenza di ciò è che le politiche di coesione rischiano di ampliare il divario di sviluppo tra le prime e le seconde, anziché ridurlo». A lanciare l’allarme è la Corte dei conti, Sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali, nella relazione deliberata la settimana scorsa. In sostanza, i giudici evidenziano quello che alcuni governatori del Mezzogiorno reclamano da tempo: le Regioni del Sud, avendo meno risorse umane per la progettazione e meno risorse economiche per co-partecipare alla spesa dei fondi europei, e allo stesso tempo essendo destinatarie di più ingenti somme, non riescono a utilizzare nei tempi imposti i soldi che arrivano dall’Europa. E spesso il definanziamento è il risultato finale.

Le Regioni del Nord, invece, essendo “più strutturate”, e dovendo anche investire meno fondi e quindi presentare meno progetti, riescano a centrare più agevolmente gli obiettivi. Il cane che si morde la coda. Alla fine, quindi, si rischia che, anziché favorire lo sviluppo del Sud, si allarghi la forbice con il Nord. Un sistema perverso che è stato denunciato anche dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano: «Il Sud – ha detto qualche settimana fa intervenendo all’evento organizzato in streaming dal Pd su “Le risorse per lo sviluppo e la coesione dell’Italia. La nuova programmazione europea 2021-2027” – ha difficoltà a spendere i fondi strutturali perché ha molti più fondi del Nord, quindi il cofinanziamento è molto più importante. Però i bilanci ordinari delle Regioni del Sud sono più magri e se mi dai la stessa quota di cofinanziamento è chiaro che c’è meno capacità di investire».

LA SOLUZIONE POSSIBILE

La soluzione è semplice: la quota di cofinanziamento dovrebbe diminuire in maniera proporzionale all’aumento della spesa dei fondi europei. Altrimenti il risultato sarà quello evidenziato dai magistrati contabili: un Sud ancora in difficoltà e un Nord che se ne avvantaggia. «La spesa certificata al 31 ottobre 2020 dalle Regioni più sviluppate – analizza la Corte dei conti – è pari a 4,85 miliardi, con un avanzamento del 14,03 per cento rispetto alla spesa certificata al 31 dicembre 2019. Le Regioni meno sviluppate presentano una spesa pubblica certificata al 31 ottobre 2020 di 6,07 miliardi con un avanzamento del 7,82 per cento rispetto alla spesa certificata al 31 dicembre 2019. Infine, le Regioni in transizione certificano una spesa pubblica pari a 0,51 miliardi che costituisce il 5,05 per cento di avanzamento della spesa rispetto al 31 dicembre 2019».

Non è un problema di capacità o meno di spendere, come evidenziano i magistrati, ma di «strutturazione»: le Regioni del Nord, oltre ad avere meno fondi europei da impegnare, hanno più capacità di attingere dal proprio bilancio autonomo per il necessario cofinanziamento.

ANCHE IL NORD ARRANCA

Ciononostante, anche il Nord arranca: «A prescindere dalle considerazioni che possono effettuarsi in merito ai rallentamenti dovuti alla pandemia – si legge nella relazione della Corte dei conti – il dato percentuale, soprattutto per quanto riguarda gli impegni, è piuttosto deludente, dato che al 31 ottobre 2020 sono stati presi impegni pari al 68,32% rispetto al programmato e sono stati erogati pagamenti per una percentuale del 38,36%».

Una spinta a migliorare e rivedere le “regole del gioco” arriva, paradossalmente, proprio dalla pandemia di coronavirus: «Le misure anti-Covid – osservano i magistrati – hanno dato maggiore flessibilità e consentito una riprogrammazione sui fondi già messi a disposizione con la Programmazione ordinaria».


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