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Una selezione di prodotti tipici

Tempo di lettura 4 Minuti

Recovery food. Il cibo come pilastro per costruire un nuovo sviluppo nel segno della sostenibilità e qualità. Cinque ministri, Giancarlo Giorgetti dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli dell’Agricoltura, Roberto Speranza della Salute, Roberto Cingolani della Transizione ecologica e Renato Brunetta per la Pubblica amministrazione hanno fatto quadrato sui progetti di Coldiretti che vuole puntare sulla filiera agroalimentare per la ripresa dell’Italia.

 Molte promesse, dai soldi per le infrastrutture alla digitalizzazione estesa ai Comuni più remoti delle aree rurali. E ancora, impegno a “ribaltare” i tavoli Ue per contrastare l’etichetta a semaforo (Patuanelli promette di combattere a Bruxelles contro  il nutriscore) e semplificazione anche per rendere più agevole il lavoro agricolo.  E non è mancato un po’ di ottimismo per l’accelerazione della campagna vaccinale che porterà a riaprire il Paese.

LO SPETTRO DELL’INVENDUTO

Intanto, però, bisogna fare i conti con la realtà di una vigilia di Pasqua e di un Primo maggio che renderanno ancora più “rosso” il conto della filiera agroalimentare “allargata”, che si estende dal campo ai ristoranti (e vale oltre 530 miliardi di fatturato).  Con il rischio di perdere una quota di prodotti tradizionali che sono l’anima dei borghi e che, con la caduta della domanda dei turisti, hanno difficoltà a trovare sbocchi alternativi sui mercati esteri.

 Si tratta, come spiega un’analisi della Coldiretti (che ha allestito ieri il primo salone dei tesori dei borghi da salvare), di circa 5mila specialità, di cui oltre 2mila realizzate nelle regioni del Mezzogiorno. Hanno dovuto superare molte difficoltà: la Commissione europea, oltre dieci anni fa, li aveva addirittura messi all’indice perché fuori dalle regole di produzione codificate. Il simbolo di una battaglia che portò poi a stilare la lista  di questi prodotti tradizionali era stato il lardo di  Colonnata.

E ora quel che non ha potuto Bruxelles rischia di farlo la pandemia. Nella lista ci sono prodotti che rappresentano la storia culturale di piccoli Comuni. Qualche esempio? La salsiccia Castelluccese o il cece rosso di Latronico o ancora il peperone crusco in Basilicata, la ‘nduia, il caciocavallo podolico, il Caprino dell’Aspromonte o il sorbetto di Bergamotto della Calabria.  Un elenco lunghissimo che evoca storia, cultura, ma soprattutto economia. Sono produzioni che forse pagheranno il conto più salato. 

Con le chiusure estese a tutto il mese di aprile, la Coldiretti valuta infatti che resteranno invenduti più di 1,1 milioni di tonnellate di cibi e vini. E dietro c’è un esercito di agricoltori che hanno continuato a produrre, nonostante la pandemia, e che, se adeguatamente sostenuti, possono mettere in campo nuovi posti di lavoro.

«Siamo pronti – ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini – ad aprire subito un tavolo di confronto per snellire le pratiche burocratiche. Con un’adeguata formazione e semplificazione l’agricoltura nazionale può offrire agli italiani in difficoltà almeno 200mila posti di lavoro che in passato erano affidati necessariamente a lavoratori stranieri stagionali».

Senza stagionali, però, si rischia la perdita dei raccolti e in una fase tanto delicata in cui  è emersa con chiarezza la necessità di garantire l’autosufficienza alimentare (accanto a quella dei vaccini). Lasciar marcire i raccolti procurerebbe un danno enorme ai cittadini e ai bilanci delle aziende, già appesantiti per il calo di domanda di vino, birra, olio d’olia, salumi, formaggi e ortofrutta.

GLI IMPEGNI

I prodotti più strutturati sono riusciti a recuperare sui mercati esteri, dove l’agroalimentare ha messo a segno una crescita dell’1,7%, lontana dai risultati a doppia cifra conseguiti negli anni precedenti, ma che viaggia in controtendenza rispetto all’andamento negativo degli altri settori produttivi.

Ma i piccoli “tradizionali” sono a un passo dalla débacle. Anche per la ancora più limitata capacità contrattuale che è   il vulnus dell’agricoltura. Da qui la richiesta rilanciata al governo dal segretario generale dell’organizzazione, Vincenzo Gesmundo, di accelerare sul recepimento della norma di contrasto alle pratiche illegali con la costituzione di un’Authority dedicata al settore agricolo sul modello spagnolo. E di condurre in porto, inoltre, anche la riforma della legislazione sui reati agroalimentari firmata da Giancarlo Caselli.

Al di là delle “incompiute” il cibo è tornato comunque al centro degli indirizzi del governo. Per il ministro Speranza la sfida della salute rientra in un’accezione più ampia che coinvolge l’alimentazione, l’ambiente e i territori nel quadro di una strategia One Health.

Agricoltura centrale, come ha detto il ministro Cingolani, nelle sfide dell’energia pulita e della digitalizzazione. Ma il settore non parte da zero. Passi avanti sono stati compiuti sulle agroenergie, ma anche sull’innovazione perché già oggi, ha ricordato Prandini, la connessione è realtà per molte imprese e Coldiretti con Cai ha realizzato la prima piattaforma che consente a tutte le aziende di utilizzare i diversi strumenti che si basano sulla lettura di dati rilevati dai satelliti per razionalizzare l’uso di acqua e fertilizzanti.

L’agricoltura dovrebbe rientrare poi in quella battaglia che Brunetta ha definito ciclopica contro la burocrazia “cattiva” che imbriglia le imprese e le famiglie. E che ruba 100 giorni all’attività produttiva di ogni azienda. Da Giorgetti, infine, l’impegno a difendere tutte le filiere del made in Italy, a partire da quella agroalimentare.


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