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C’è chi si è portato il sacco a pelo, chi ha optato solo per una coperta e ha dormito sulla poltrona o il divano in ufficio. Dalla Sicilia alla Calabria salendo sino in Puglia, da 48 ore sindaci e consiglieri comunali stanno occupando le Aule consiliari per tenere alta la visibilità su una questione cruciale per il futuro non solo del Sud ma di tutta Italia: la suddivisione delle risorse del Recovery Plan.

A mettere in scena la protesta sono oltre 500 tra primi cittadini e consiglieri della rete “Recovery Sud” che, domenica 25 aprile, saranno a Napoli dove “occuperanno” piazza Plebiscito. “Ci sono momenti – dicono – in cui non si può tacere o restare fermi di fronte alle ingiustizie. Quella che stanno perpetrando contro il Sud è l’ennesima. Ma ora abbiamo deciso di non tacere e di non restare fermi.

A Castelbuono, Naro, Polizzi Generosa, Acquaviva delle Fonti si dorme con i sacchi a pelo in Comune perché le aule consiliari sono occupate”.

Sono solamente alcuni dei comuni dove la manifestazione va avanti da mercoledì sera. Ognuno si è attrezzato come meglio ha creduto, Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, ad esempio si è portato una coperta rossa e si è sistemato su un divano: “Non sarà il massimo della comodità – racconta – ma quando ero ragazzo sono riuscito a dormire anche in una cabina telefonica e quindi, se devo fare il confronto, questo per me è extralusso.

Non sono stato cacciato di casa: la mia è una semplice e modesta testimonianza. E visto che è un momento drammatico per molti italiani, non è un male se noi rappresentanti delle istituzioni ci ricordiamo ogni tanto che esiste anche la scomodità.

La mia – prosegue – è una testimonianza: perché il Sud è indietro da almeno centosessant’anni e non vogliamo che sia così per sempre. E non lo dico per i miei figli, lo dico per la mia generazione. Perché il Recovery Plan è l’ultima occasione per vivere e vedrete che non la perderemo”.

Carlucci ricorda che “se si fosse rispettato l’algoritmo utilizzato dall’Unione Europea, quel calcolo, lo ha dichiarato il ministro Mara Carfagna, “avrebbe premiato il Sud con una quota superiore al 60 per cento” del Piano nazionale di ripresa e resilienza; ma allora, se è così, perché si vuole assegnare al Sud il 40 per cento?”.

La protesta sfocerà domenica in piazza Plebiscito, a Napoli, città simbolo del Sud: la manifestazione nasce dall’insoddisfazione degli amministratori meridionali, privati di finanziamenti fondamentali per la tenuta socio-economica dei propri territori. In piazza Plebiscito verrà anche organizzato un flash mob che inizierà alle 12 e nel quale la delegazione dei 500 sindaci indosserà la fascia tricolore con lo scopo di riaffermare il valore della coesione nazionale e dell’equa distribuzione delle risorse.

Una delegazione, poi, consegnerà al prefetto di Napoli un documento congiunto, contenente le proposte formulate dai sindaci e da indirizzare al premier Mario Draghi.

“Già essere meridionali – prosegue Carlucci – significa essere sfigati, ma se sei un meridionale dell’entroterra sei doppiamente sfigato, perché i grandi progetti vanno nelle grandi città della costa e per le aree interne come la Murgia, l’unica visione che ha lo Stato è pensare di metterci le scorie nucleari. Noi sindaci siamo stati lasciati soli davanti alla disperazione e alla rabbia di commercianti, artigiani e altre partite Iva nella crisi più nera, senza che nessuno ci dia gli strumenti per aiutarli a ripartire. Siamo pieni di progettualità che nessuno vuole ascoltare”.

Anche i sindaci siciliani si sono mobilitati: “Non si stanno rispettando i parametri europei perché le lobby economiche e finanziarie del Nord stanno facendo pressione”, ha detto il sindaco di Castelbuono, Mario Cicero. “I fondi del Recovery Fund destinati al meridione del Paese sono stati decurtati fino a divenire il 40%”, ha criticato il sindaco di Naro, Maria Grazia Brandara che aggiunge: “Noi sindaci ha aggiunto – amministratori in prima linea, vicini ai bisogni e alle esigenze dei nostri concittadini, abbiamo poco tempo per impedire che ciò accada”.

“Da anni – aggiunge Carlucci – tocchiamo con mano che provare a cambiare e portare sviluppo e qualità della vita sul territorio è una fatica immane, se c’è una burocrazia che ci blocca tutto e che nessuno mai è riuscito a semplificare. Non bastano otto anni di sforzi incessanti per far rivivere un ex ospedale; non bastano quattro mesi, due consigli comunali e innumerevoli mail e telefonate per abbattere una cabina Enel che ti consenta di chiudere i lavori di riqualificazione di una piazza; e per ogni piazza da rifare, ogni zona industriale da rendere attrattiva, ogni teatro da ristrutturare, passano almeno cinque, sei, sette, otto anni: perché hanno decimato i dipendenti comunali raddoppiando il carico di incombenze e scadenze a cui devono provvedere. Visti da Roma, siamo l’ultima ruota del carro. Ma il carro, noi, non lo facciamo fermare”.


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