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Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia dell’Università Cattolica e presidente emerito dell'Accademia dei Lincei

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La scommessa del Pnrr sul Mezzogiorno si gioca sulla combinazione tra la quantità delle risorse e della qualità delle politiche messe in campo, con quest’ultime chiamate a orientare le prime. La questione della governance sarà cruciale: il successo o meno del Pnrr si gioca sulla capacità di costruire un modello organizzativo aggiornato.

E la soluzione potrebbe essere quella di ‘esternalizzare’, almeno fino al 2026, le competenze per l’impiego dei fondi, accentrandole in un ente dedicato, una Cassa del Mezzogiorno 4.0 ispirata al “modello Saraceno” finalizzata all’attività di programmazione ed esecuzione degli investimenti del PNRR.

Professore emerito di Economia dell’Università Cattolica, presidente emerito dell’Accademia nazionale dei Lincei, Alberto Quadrio Curzio è un uomo del Nord – è valtellinese di nascita – iscritto alla corrente meridionalista dei Pastore, Saraceno, Vanoni, “gente del Nord” che ha sposato la “causa” del Mezzogiorno.

Lei è noto come studioso che ha sempre avuto un “versante” meridionalista. È corretta questa interpretazione?

«Lo è per molte ragioni: italiane ed europee ma anche personali. Queste nascono dall’ammirazione che sempre ho avuto per due miei conterranei economisti del Nord-Nord e cioè Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni. Due personalità della Valtellina (Saraceno con genitori meridionali) che molto si sono interessate del Mezzogiorno. Poi nella mia vita di studente alla “Cattolica” e poi di docente a Cagliari e quindi di nuovo alla “Cattolica” ho incontrato tanti eccellenti studenti e studentesse provenienti dal Mezzogiorno con cui ho condiviso l’interesse per il Sud e che hanno raggiunto risultati straordinari in Italia e all’estero. Per questo sono onorato che l’Università di Catania abbia deliberato di darmi una Laurea Honoris Causa in Economia. La dedicherò ai mei amici ed amiche del Mezzogiorno».

Il richiamo a Saraceno e Vanoni non è un po’ troppo distante nel tempo? Da allora il mondo è cambiato e per l’Italia e l’Europa il PNRR lo cambierà ancora di più.

«Ci sono costanti che il passaggio del tempo non può cancellare. Il Meridionalismo è una componente essenziale della storia della Nazione Italiana. Straordinarie personalità come quelle citate (e altre prima e dopo di loro) mai dubitarono che si potesse fare a meno del Mezzogiorno senza compromettere la nostra identità culturale in Europa unita sia alla nostra rilevanza politico-istituzionale sia alle nostre potenzialità economiche. Prendiamo Saraceno che se ne interessò, con idee e opere, per tutta la sua vita mentre purtroppo Vanoni (che pure elaborò il famoso “Piano” per la piena occupazione e la riduzione del divario Nord-Sud con sani bilanci pubblico) morì giovane. Saraceno identificò e propose anche il “nuovo Meridionalismo” adatto alla seconda parte del XX secolo sulla direttrice Nord-Centro-Sud. Sulla stessa, il modello socio-produttivo del Nord doveva estendersi con opere al Sud attraverso l’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno. Ovvero, come scrisse Saraceno nel 1987, uno “speciale apparato pubblico non burocratico” con la “responsabilità di programmazione, progettazione e finanziamento pluriennale degli interventi aggiuntivi e intersettoriali volti allo sviluppo della società meridionale”. Una Entità “sottoposta al controllo del governo per quanto riguarda l’indicazione degli obiettivi e la vigilanza sul loro perseguimento, ma pienamente autonoma sul piano organizzativo, tecnico e operativo”».

Perché Draghi ha collocato il Mezzogiorno tra le priorità del PNRR come un problema italiano ed europeo che va risolto nell’interesse di tutti?

«Nel PNRR è scritto a chiare lettere che la convergenza tra Sud e Centro-Nord è un nodo storico nello sviluppo italiano ma anche europeo. Due sono le motivazioni addotte al proposito. La prima, italiana, è che dalla metà degli anni ’70 la convergenza si è arrestata ed anzi divaricata. Sono 40 anni di non convergenza in termini di Pil pro-capite. Al Sud vive un 1/3 degli italiani ma si produce solo ¼ del Pil nazionale. La seconda motivazione, europea, è che nel PNRR il Sud viene descritto come la più grande e popolosa area arretrata dell’Europa, sulla cui necessità di crescita la Commissione europea si è spesso soffermata. Infine, la pandemia ha peggiorato oltre la situazione, perché l’economia del Sud è fortemente incardinata sui settori del turismo e dei servizi. Al di là di queste constatazioni numeriche il PNRR segnala che le scarse opportunità di lavoro qualificato spingono ad una continua emigrazione giovanile verso il Centro-Nord e l’estero e questo aggrava un avvitamento sul basso della produttività e dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione, oltre a drenare quel capitale umano che è l’ossatura indispensabile per lo sviluppo di un sistema produttivo-industriale integrato. Infine la spesa pubblica per investimenti si è molto ridotta negli ultimi 10 anni. “Capitale” umano, finanziario e dei cantieri nel Sud avrebbero avuto effetti moltiplicativi potenti su tutta l’Italia».

Parliamo adesso delle previste grandi risorse per il Mezzogiorno. Si tratta del 40% del totale PNRR ovvero oltre 80 miliardi senza contare altre risorse finanziarie che saranno disponibili. Secondo lei queste grandi risorse sono necessarie per il Sud?

«Il problema è la combinazione di qualità e quantità dove la prima valenza deve orientare la seconda. La “qualità” scelta nel PNRR per l’intervento sul Mezzogiorno è principalmente raccolta dentro “Le pari opportunità territoriali. Ridurre il divario di cittadinanza”. È una qualificazione cruciale che viene ulteriormente rafforzata in quanto il Mezzogiorno è collocato nei tre “obiettivi trasversali chiave” con altri due grandi obiettivi del PNRR (e cioè Giovani e Donne). Quindi il PNRR si caratterizza per sei missioni di filiera (6MF) e per tre obiettivi (a mio avviso meglio definibili come missioni trasversali 3MT) con il Mezzogiorno che compare in tutte le 6MF e le 3MT. Il programma prefigurato nel PNRR è molto ben fatto e quindi in grado di rispondere alle necessità che riguardano istituzioni, società ed economia. Ma anche investimenti e innovazione. Alla prima lettura non sembra mancare nulla anche se su un elaborato così complesso un giudizio immediato non basta. Bisogna quindi fare dei commenti sub condicione e quindi rivedibili nel tempo. Ciò che tuttavia si può affermare ex ante con certezza è che qualsiasi investimento finanziario per lo sviluppo è destinato a disperdersi se non è sorretto da una chiara capacità di “governance” che alle amministrazioni pubbliche del Sud Italia sembra, salvo eccezioni, mancare. La unidirezionalità dal Governo centrale, ai Governi locali, ai “territori” non basta. Ci vuole coesione “tri-direzionale” che a mio avviso si può avere anche “reimportando” nel Mezzogiorno talenti che se ne sono andati. Bisogna chiedersi sempre: perché se no sono andati via? Come si può fare per riportarli, almeno parzialmente, indietro? Come si possono attirare altre risorse umane?».

Appunto, come si fa?

«Si potrebbe rispondere dando una nuova capacità di attrazione del Mezzogiorno, ponendolo al centro di una grande sfida su investimenti e innovazione. Questo è il Next Generation Ue nonché la scelta delle Istituzioni europee alle quali ha risposto lo Stato italiano con il PNRR. Nessuno può proseguire sulle Politiche tradizionali perché tutti dobbiamo innovare lungo nuove direzioni che nel PNRR vengono declinate sia nelle sei Missioni di filiera (Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; Rivoluzione verde e transizione ecologica; Infrastrutture per la mobilità sostenibile; Istruzione e ricerca; Inclusione e coesione; Salute), sia nelle tre Missioni trasversali che riassumo con categorie diverse da quelle del PNRR. E cioè: connessione; attrattività; istruzione».

Ma come si fa a recuperare dal 2021 al 2026 un ritardo di almeno 40 anni? Dato che il 2021 è “ieri”, in ogni anno ne andrebbero recuperati 6,6! In aggiunta ci sarebbero poi altre risorse italiane ed europee che coprono e oltrepassano il corrente decennio. Si può allora guardare a due decenni?

«È giusto guardare oltre il 2026 e non solo perché sul periodo 2021-2027 per il Sud ci sono i Fondi Strutturali (54 miliardi), il fondo di sviluppo e coesione (58 miliardi) e altre risorse per circa 10 miliardi. Un’altra entità enorme che supera i 120 miliardi. Se questi investimenti e la potenzialità innovativa e di riforme che essi richiedono non ci sarà, allora il declino italiano in Europa sarà inevitabile. E con lo stesso anche la Ue sarà in grande difficoltà. La “governance” per e nel Mezzogiorno sarà cruciale perché è noto come in molti casi i fondi disponibili non vengono usati o lo sono con grandi ritardi e con vari inadempimenti. Ciò crea dei circuiti di sfiducia che poi sono difficili da rimuovere e che sono anche una delle cause di emigrazione dal Sud. Eppure ci sono al Sud delle punte di eccellenza sia nella imprenditoria sia nella ricerca scientifica sia nella dedizione al bene comune di non pochi pubblici ufficiali. Ma senza un sistema reticolare pubblico-privato, di solidarismo liberale è molto difficile portare a termine un impegno di investimenti di queste dimensioni. Non è quindi solo un problema di criminalità organizzata che pure danneggia gravemente il Mezzogiorno e che viene combattuta dai “servitori dello Stato” che meritano tanta ammirazione e sostegno».

Ritorniamo così al “nuovo Meridionalismo” di Saraceno? Come lo declinerebbe in questo terzo decennio del XXI secolo italiano ed europeo?

«Credo che questa sua non sia né una provocazione né una utopia sotto due aspetti: un fine e un mezzo. Il fine è che la Cassa per il Mezzogiorno aveva due grandi obiettivi: creare le infrastrutture e creare poli industriali con l’intento anche di favorire e sviluppare una cultura imprenditoriale e industriale “dal basso”. Il mezzo potrebbe essere quello di ‘esternalizzare’, almeno fino al 2026, le competenze per l’impiego dei fondi PNRR, accentrandole in un Ente dedicato, magari controllato dalla Cdp, Cassa depositi e prestiti. Tale soluzione risponde anche alla necessità di responsabilizzare ‘per sottrazione’ i ceti dirigenti del Sud Italia, incentivandoli a riacquisire una forte credibilità politico-istituzionale. Il problema del successo o meno del PNRR dipenderà dalla costruzione aggiornata di un modello organizzativo. Sappiamo che la Cdp svolgerà un ruolo cruciale in tutto il PNRR ma sul Mezzogiorno ci vorrebbe un Ente a sé con risorse umane addizionali acquisite al meglio. La Cdp dispone già di quelle figure professionali e tecniche ma altre sono necessarie per creare una “Cassa del Mezzogiorno 4.0” finalizzata all’attività di programmazione ed esecuzione degli investimenti innovativi del PNRR».

Se le fosse posta una “domanda aperta” cosa sceglierebbe?

«La combinazione strategica per la geo-economia tra Mezzogiorno-Mediterraneo-Europa. È un tema cruciale che richiederebbe una analisi a parte e che passa dalla creazione di un sistema portuale e di logistica capace di dare all’Europa una nuova centralità verso il Sud e l’Est del mondo. Lo stesso Ponte sullo Stretto potrebbe così acquisire un significato ben più rilevante. Le risorse finanziarie di cui abbiamo parlato sono molto grandi ma se si pensa in grande sono necessarie anche con una nuova e rigorosa progettualità e vigilanza nella declinazione Europa e Mediterraneo».


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