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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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«Fra uomini e donne ci sono delle differenze…”. La frase del pomposo discorso di un relatore all’Assemblea francese di molto tempo fa fu interrotta da un anonimo membro del Parlamento, che gridò: «Vive la différence!», innescando un’omerica risata nell’aula affollata.

Il problema è che non tutte le differenze, come quella appena citata e quelle della biodiversità, meritano un applauso. E questo è tanto più vero in quanto negli ultimi lustri sono aumentate le ‘différences’, cioè le diseguaglianze, in giro per il mondo: diseguaglianze di reddito, di censo, di territori, di genere, di opportunità…

E questo aumento non ha nulla di buono quando si manifesta nel corso di una crisi, come nella Grande recessione del 2008-2009 e nel “Grande lockdown” (copyright del Fondo monetario) del 2020-2021. Se le cose vanno bene per tutti, non ci lamentiamo troppo se vanno bene più per alcuni che per altri.

Ma se le cose vanno male, le diseguaglianze si sentono di più. Se mettiamo assieme la compressione dei redditi della classe media e l’esplosivo aumento dei redditi dei più ricchi creiamo una ricetta per l’invidia sociale. Viene acuito il senso di ingiustizia, questa avversione stinge sulla fiducia e dà la stura a un malessere diffuso che va a sfociare nell’appoggio a movimenti politici populisti che raccolgono queste tensioni, anche se poi non hanno rimedi efficaci da proporre.

Il bellissimo discorso del Presidente Sergio Mattarella, in occasione del 75° anniversario del referendum che creò la Repubblica nel 1946, ha messo l’accento sulle diseguaglianze italiane: «C’è un articolo, in particolare, della nostra Costituzione, quello sull’uguaglianza, che suggerisce una riflessione su quanto sia lungo, faticoso e contrastato il cammino per tradurre nella realtà un diritto pur solennemente sancito.

Questo principio, vero pilastro della nostra Carta, ha rappresentato e continua a rappresentare una meta da conquistare. Con difficoltà, talvolta al prezzo di dure battaglie. Per molti aspetti un cammino ancora incompiuto».

Ecco l’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»). Ed è significativo che, al primo posto nell’elenco dei divari, il Presidente abbia messo «le differenze economiche, sociali, fra territori».

Mattarella racconta: «Non fu un inizio facile, settantacinque anni fa. L’Italia era divisa: la Repubblica aveva prevalso per due milioni di voti, ma il risultato non era stato omogeneo e, in un Paese in ginocchio, c’era il rischio di una spaccatura tra il Mezzogiorno e il Settentrione.

É la storia del lavoro, motore della trasformazione del nostro Paese. É la storia della Ricostruzione, delle fatiche, dei sacrifici, spesso delle sofferenze, di tanti che si trasferirono da Sud a Nord, dalle campagne alle città, animando uno straordinario periodo di sviluppo».

Quello sviluppo, come la marea, alzò tutte le barche, nei quattro punti cardinali del Paese. Ma, dopo la stagione migliore della Cassa del Mezzogiorno, il divario fra Nord e Sud ricominciò ad allargarsi. I lettori di questo giornale sanno quanto accanita, perseverante, minuziosa e documentata sia stata la denuncia di quei divari, fra il Mezzogiorno e il resto d’Italia, che da decenni negano il dettato costituzionale e di cui accludiamo un ennesimo florilegio.

Dietro questi divari – è stato detto e lo ripetiamo – c’è un’altra abdicazione a un altro dettato costituzionale. L’articolo 117 della Costituzione elenca le materie in cui lo Stato ha legislazione esclusiva, e al punto ‘m’ specifica: «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». A onor del vero, nell’anno di grazia 2009, il Parlamento varò una legge per stabilire i Lep – ‘Livelli essenziali di prestazioni’ – livelli che avrebbero dovuto fissare un congruo numero di parametri minimi a valere su tutto il territorio nazionale: per esempio, in termini di letti di ospedale, addetti ai servizi sanitari, metri quadrati di spazio scolastico, posti in asili nido… il tutto espresso per 100mila abitanti. Ma è passata una dozzina di anni da allora, e nulla è stato fatto in proposito. E le cifre nude e crude continuano a riflettere una secolare iniquità.

Oggi c’è una singolare comunanza di intenti nel tentativo di correggere quegli sfibranti divari. L’Unione Europea, nello stilare i principi ispirativi del piano di ripresa (NextGen EU) ha messo ai primi posti, per l’Italia, la rimozione di quelle diseguaglianze fra Nord e Sud che hanno fatto del Mezzogiorno una ‘palla al piede’ della crescita dell’Italia, e, per transitiva proprietà, dell’Italia una ‘palla al piede’ della crescita europea. Sì che l’Europa è venuta a meritare la ‘laudatio’ di Mattarella: «L’Unione Europea è essa stessa – per noi – figlia della scelta repubblicana. L’Europa è il compimento del destino nazionale. É luogo e presidio di sovranità democratica. É un’oasi di pace in un mondo di guerre e tensioni. Il filo tessuto con il Risorgimento e la Resistenza ricompone qui la tela di una civiltà democratica che sa parlare al mondo, senza essere in balia di forze e potenze che la sovrastano».

Ora non ci sono più scuse: il Governo Draghi, con l’invito e l’appoggio dell’Ue, ha in cima alla lista delle cose da fare la correzione delle diseguaglianze territoriali. E la ministra Mara Carfagna è determinata a fare quello che dodici anni di Parlamenti imbelli non hanno saputo fare, cioè procedere all’elencazione di quei famosi ‘livelli essenziali di prestazioni’ che sono – appunto – essenziali per ridirigere le risorse pubbliche verso le aree disagiate del Paese.


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