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Sembra una normale querelle sindacale la richiesta di prolungare il blocco dei licenziamenti più a lungo, se possibile fino a fine anno: da un lato le confederazioni che per ragioni di principio vogliono tutelare al massimo i lavoratori da un rischio disoccupazione in un periodo molto delicato, dall’altro gli imprenditori che un po’ per ragioni di principio (la libertà d’impresa), un po’ per potersi ristrutturare dopo una crisi chiedono che questo meccanismo si interrompa.

In mezzo il governo, che dovrebbe valutare cosa risponda meglio alle necessità di avvio della ripresa, e la politica, che invece oscilla fra diverse “ragioni di principio” e una comprensibile preoccupazione di risparmiare al paese lo stress di nuove sacche di disagio sociale ed economico.

E’ questo il triangolo in cui si sviluppa una tensione che sarebbe sbagliato sottovalutare, perché nessuna ragione e nessun torto sono collocabili solo su un versante. Lasciamo da parte una considerazione che sarebbe giusto fare, ma che non ci aiuta ad analizzare il fenomeno: si sta discutendo di salvaguardare una quota specifica di persone (gli occupati regolari nelle attività economiche), mentre si è fatto molto poco (in qualche caso nulla) per altre quote di lavoratori che non hanno problemi minori, cioè tutte le forme di impiego a vario titolo a termine, per non parlare dei disoccupati.

LO STATO NON GARANTISCE

Siamo dentro un sistema in cui il cosiddetto “posto fisso” sta diventando sempre più una chimera: come si sta vedendo anche nei concorsi per l’assunzione nella pubblica amministrazione, un tempo l’eldorado del posto a vita garantito anche se si combinava poco, si sono introdotti i contratti a termine e la possibilità di licenziare prima se non vengono raggiunti gli obiettivi previsti. Questo però pone un evidente problema di cui la collettività deve in qualche modo farsi carico: le persone hanno diritto a poter vivere in maniera decente anche quando, senza loro colpa, non c’è modo di inserirle nel mondo del lavoro. E’ il tema banale degli ammortizzatori sociali e del sussidio di disoccupazione (o come altro vogliamo chiamarlo).

Dire che il problema è sconosciuto al governo, ai sindacati e anche agli imprenditori significherebbe mentire: ce l’hanno tutti ben presente, solo che, per ragioni varie, non lo si riesce ad affrontare. Eppure non funziona sostituire l’assenza di questi strumenti con un congelamento del sistema di impiego, come si è cercato di fare prima più o meno di soppiatto, e adesso, complice lo shock della pandemia, con un generalizzato blocco dei licenziamenti più o meno a tempo indefinito. Perché se da un alto ci raccontiamo che si congela la situazione giusto per dare il tempo di varare i nuovi ammortizzatori sociali, dall’altro non c’è nessuna garanzia su quanto tempo sia necessario per farlo.

Il ministro Orlando ha preso meritoriamente in mano la pratica e sta cercando di arrivare il più rapidamente possibile al varo di un nuovo sistema di ammortizzatori, ma per onestà avverte che bisogna confrontarsi col MEF sulle disponibilità economiche per sostenerli. Qui sorgerebbe già il primo problema: perché, non essendo ignoto da tempo che il problema si sarebbe posto, non è stato fatto nulla per mettere a riserva, o comunque per individuare le risorse necessarie? Ma il secondo problema è ancora più impellente: perché si finge che il blocco dei licenziamenti non comporti comunque un esborso per le casse statali, visto che giustamente non lo si può mettere a carico delle imprese, ma bisogna “compensarle” in qualche modo, sicché alla fine le risorse necessarie saranno doppie, quelle per questi “compensi” e quelle per gli ammortizzatori che comunque andranno attivati una volta che il blocco dovrà per forza di cose finire?

Chi analizzi senza ideologie la situazione capisce bene l’intrico di problemi a cui ci si trova davanti, il più grosso dei quali è che anche nel caso di una legge sugli ammortizzatori sociali non ci sarebbe poi certezza sulla sua immediata ed efficiente applicabilità vista la scarsa capacità di intervento delle nostre agenzie deputate, come si è constatato drammaticamente nel caso della distribuzione dei vari “ristori”.

La preoccupazione, più che comprensibile, è che sbloccando i licenziamenti si arrivi al formarsi di sacche rilevanti di disoccupazione, oltre a quelle già in essere, a cui non si riuscirà a far arrivare in tempo alcun sostegno generando instabilità e risentimento sociale.

PANNICELLI CALDI

Questo l’hanno ben chiaro molti partiti, di destra, di centro e di sinistra, ma ancora una volta non sanno come farvi fronte, per cui nuovamente si cerca il pannicello caldo che contenti un po’ tutte le parti in causa: blocchiamo i licenziamenti solo dei settori in crisi che non hanno problemi di ristrutturazione con nuovo personale, ma semplicemente di contrazione del loro mercato; concediamo la ristrutturazione con licenziamenti a quelle imprese che puntano a lasciar a casa lavoratori non più necessari nel nuovo quadro, ma per assumerne altri di nuovo tipo; proviamo ad accelerare sui nuovi ammortizzatori sociali nella speranza che la ripresa che si annuncia lasci di fatto a casa per ora un numero relativamente modesto di lavoratori.

La sfida come si può capire è notevole, perché riguarda sia la difesa di un sistema di giustizia sociale che è necessario perché una democrazia viva e progredisca, sia la ristrutturazione di un sistema produttivo ed economico che se vuole garantire sviluppo deve potersi adeguare ai tempi nuovi che abbiamo davanti.


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