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Il Presidente Draghi all’Accademia dei Lincei

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L’economia italiana si è rimessa in moto: dopo oltre un anno dall’esplosione della crisi sanitaria, si può «guardare al futuro con maggiore fiducia». Ma il presente impone realismo: «la pandemia non è finita». E anche quando lo sarà, «se lo sarà», bisognerà continuare a fare i conti con le sue conseguenze. E il debito è tra queste: «Oggi è giusto indebitarsi», ma con il «debito buono», «e ciò che rende il debito buono o cattivo, è l’uso che si fa delle risorse impiegate», distinguere tra l’uno è cruciale in una fase di transizione come quella attuale, e anche di fronte alla scelta tra i progetti e gli investimenti che il Paese può mettere in campo con il Piano di ripresa e resilienza. È il debito il tema centrale della lezione che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha tenuto all’Accademia dei Lincei, in occasione della chiusura dell’anno accademico, ma anche il filo conduttore dell’analisi della condizione del Paese: da dove (e da cosa) veniamo, cosa abbiamo di fronte e quali sono le sfide future.

Veniamo da una crisi economica, innescata dalla pandemia, che «non ha precedenti nella storia recente». Il lockdown è stata una scelta obbligata, per frenare la diffusione del virus. Come si imponeva anche una scelta tra recessione e depressione: tra il sostenere le imprese – garantendo loro «fondi per compensare almeno in parte la perdita di fatturato e aiutarle a preservare i posti di lavoro». O non intervenire, preparandosi a «un’ondata di fallimenti» e alla «chiusura di intere filiere produttive». «Il costo della scelta di avere una recessione invece di una depressione è stato il debito. L’aumento del debito di questi mesi è stato quindi deliberato e soprattutto auspicabile», ha detto il premier parlando di fronte, tra gli altri, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati.

Dall’inizio della crisi le garanzie sui prestiti bancari sono state pari a 208 miliardi, quasi 100 miliardi i sostegni. Il “costo” è quello stimato dalla Commissione europea, scendono cui «in Italia il debito pubblico aumenterà del 135% del Pil, al 160%. Si tratta di un incremento maggiore rispetto a quello della grande crisi finanziaria. E a questo si è anche aggiunto un aumento consistente del debito privato».

E potrebbe non fermarsi qui: «Dobbiamo fronteggiare l’emergere di nuove e pericolose varianti del virus». E il governo è pronto a intervenire ancora per contenere i danni all’economia. Non solo: c’è la sfida sul mercato del lavoro da affrontare: «Il reinserimento dei lavoratori dopo i traumi della crisi non è immediato». Il governo continuerà a sostenerli: in assenza di sostegno pubblico, secondo la Bce, «le famiglie nei Paesi della zona euro avrebbero perso, in media, quasi un quarto del loro reddito da lavoro. Grazie all’intervento statale, questa perdita è stata limitata al 7%». Ci sono, poi, i rischi che derivano dalle garanzie sui prestiti alle imprese da considerare. E la crescita da sostenere: «L’economia italiana ha operato al di sotto del suo potenziale per gran parte degli ultimi dieci, forse anche vent’anni – ha sottolineato il premier – C’è dunque spazio per utilizzare politiche di bilancio espansive prima di creare pressioni inflazionistiche».

La ripresa è avviata: «Le previsioni attuali della Commissione indicano un aumento del Pil quest’anno in Italia e nell’Ue del 4,2%». Stime che Draghi si aspetta vengano riviste significativamente al rialzo. Fiducia condivisa dal suo ministro dell’Economia, Daniele Franco, secondo cui «un recupero del Pil sopra o pari al 5% è raggiungibile».

Ma il premier ha avvertito che la ripresa «non è sufficiente a riparare i danni provocati dalla crisi sanitaria»: bisogna raggiungere tassi di crescita più elevati e sostenibili per aiutare chi non aveva lavoro prima della pandemia, chi lo ha perso e chi lo perderà, ha spiegato. La digitalizzazione ha fatto passi da gigante nell’ultimo anno: «una buona notizia», ma sono da considerare le conseguenze negative sui lavoratori con un basso livello di competenze e mettere in campo politiche attive del lavoro in grado di recuperare il gap. «Dobbiamo crescere di più anche per contenere l’aumento del debito – ha poi affermato – Se portiamo il tasso di crescita strutturale dell’economia oltre quello che avevamo prima della crisi sanitaria, saremo in grado di aumentare le entrate fiscali abbastanza da bilanciare l’aumento del debito che abbiamo emesso durante la pandemia. Potremo inoltre creare domanda aggiuntiva per le aziende, riducendo il rischio di bancarotta e dunque il costo dei programmi di garanzie statali sui debiti d’impresa». E questi, ha sostenuto, «sono obiettivi raggiungibili».

Quindi, sì alle politiche di bilancio espansive ma a patto che puntino sugli investimenti. E il governo, ha affermato, lo sta già facendo con il Pnrr, indirizzando gli investimenti al recupero delle carenze infrastrutturali fisiche e digitali del Paese (per questo, ha spiegato, l’Italia non ha esitato a fare pieno uso di tutti i fondi messi a disposizione dall’Europa), cui si accompagnano le riforme: giustizia civile, concorrenza appalti sono i prossimi “step” del programma avviato. «Intendiamo contribuire a ricreare un clima di fiducia tra Stato e imprenditori, perché i privati scelgano di investire in Italia più di quanto abbiano fatto negli ultimi anni», ha affermato il premier.

C’è un altro nodo importante da affrontare: la partecipazione dei giovani e delle donne al mercato del lavoro. Draghi guarda ai giovani del Sud, dove «circa uno su tre non studia e non lavora». Alle donne che scontano la mancanza di asili nido e di strutture per la cura degli anziani, rinunciando a lavorare o alla carriera. «Oggi è giusto quindi indebitarsi», ma facendo «debito buono» che, ha spiegato, è quello che serve a finanziare investimenti pubblici mirati, assorbire shock esogeni come una guerra o una pandemia, fare politica anticiclica: «Il debito può rafforzarci, se ci permette di migliorare il benessere del nostro Paese, come è avvenuto durante la pandemia», ma «ci può rendere più fragili se, se, come troppo spesso è accaduto in passato, le risorse vengono sprecate».

Intanto, allargando l’orizzonte, «a livello europeo, dobbiamo ragionare su come permettere a tutti gli Stati membri di emettere debito sicuro per stabilizzare le economie in caso di recessione. La discussione sulla riforma del Patto di Stabilità, per ora sospeso fino alla fine del 2022, è l’occasione ideale per farlo», ha affermato ex presidente della Bce, sottolineando che «una politica fiscale espansiva non è in contrasto con la graduale discesa del rapporto tra debito e prodotto interno lordo necessaria nel medio periodo per ridurre le fragilità di una sovraesposizione».

Tornando all’Italia, secondo il premier il Paese sta vivendo «un momento favorevole», cui concorrono le scelte fatte dall’Europa, dal governo e dalla politica, nonché «l’abbondanza» di risorse pubbliche e private. Per sfruttarlo appieno, occorre «coniugare efficienza con equità, crescita con sostenibilità, tecnologia con occupazione». «È un momento in cui torna a prevalere il gusto del futuro – ha concluso Draghi –. Viviamolo appieno, con determinazione e con solidarietà».


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