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De Luca ed Emiliano, presidenti delle Regioni Campania e Puglia

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MA SE non riuscite a spendere i soldi abbondanti che finora vi sono stati dati come fate a chiederne degli altri? Questo è il mantra che, rispetto alle risorse comunitarie indirizzate al Sud, viene propalato dai media nazionali e dagli interessi consolidati, sempre pronti a difendere le quote che devono essere destinate al Nord, in maniera da giustificare la scarsa destinazione di risorse verso il Mezzogiorno.

Ed in realtà se si fanno bene i conti le somme che non sono state spese rispetto ai programmi comunitari in agenda sono sempre estremamente rilevanti. Tanto che spesso da esse vengono tratte parte dei fondi necessari; funzionano infatti da bancomat, per qualunque esigenza si possa manifestare nel Paese, che sia un terremoto, piuttosto che il finanziamento di investimenti che sono rimasti fuori dalla programmazione generale, o delle quote latte.

In verità alla fine del ciclo di programmazione, le Regioni, infine, le spendono pure, e non sono molte le risorse che tornano all’ Unione.

Tale meccanismo, a mio parere, va assolutamente approfondito ed è quello relativo ai contesti regionali che, in assenza assoluta e totale di risorse ordinarie, trovano in quelle comunitarie l’ unica fonte di approvvigionamento per qualunque tipo di esigenza.

Allora viene fuori un meccanismo di blocco dei poteri contrapposti. Mi spiego meglio: in assenza di classe dirigente che abbia come obiettivo il bene comune la società meridionale é gestita da capi e capetti che hanno come obiettivo il bene dei propri afecionados, dei propri clientes. Essi sono il riferimento e la garanzia per le future elezioni, considerato che una quota molto minoritaria di consenso viene gestita da essi in modo clientelare. Ma tale quota minoritaria è sufficiente per essere eletti e ritornare a gestire il potere.

La maggior parte degli elettori infatti o é assente, nel senso che non va a votare, oppure viene indirizzata con tecniche di raccolta di consenso distribuite tra quelle legittime e quelle relative ad un voto di scambio, sempre possibile in realtà povere, sottosviluppate anche dal punto di vista politico. Trovare un accordo quando l’obiettivo non è il bene comune ma quello di accaparrarsi le risorse comunitarie non è facile. In genere si lavora per bande agguerrite e pronte ad utilizzare tutti gli strumenti, alcune volte anche quelli illeciti.

Si tratti delle risorse da destinare alle imprese o quelle da distribuire nei Comuni o della partecipazione a bandi comunitari, la presenza della politica è sempre estremamente invasiva.

Intanto nella nomina delle burocrazie regionali che devono procedere all’assegnazione delle delle risorse con i bandi e prima ancora alla formulazione degli stessi, che spesso sono costruiti in modo tale da individuare e da consentire soltanto ai protetti la partecipazione. Tale meccanismo deve trovare un punto di caduta tale da mettere d’accordo tutte le forze con il rispetto di un manuale Cencelli, che arriva fino alla destinazione degli ultimi spiccioli.

Per questo il tempo richiesto per la trattativa è molto lungo e nessuno si pone il problema che “mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata” come diceva Tito Livio. Perché di Sagunto, che é lo sviluppo, non interessa nulla a nessuno.

Ed in realtà viene espugnata la realtà dei 100.000 meridionali, che ogni anno sono costretti ad emigrare. Non fanno essi parte della categoria dei protetti ma sono solo i paria, quelli che non interessano nessuno, quelli che non gestiscono voti, né si attivano nei momenti apicali per indirizzare il consenso al capetto di turno. Il quale può anche essere uscito dalle patrie galera, non avere alcuna caratteristica di quelle che porterebbero a sceglierlo per meriti, ma ha grandi capacità di relazione, di capire dove può avere i voti necessari e quindi di riessere eletto.

Ecco perché il tempo della decisione e della spesa diventa assolutamente irrilevante, perché non é l’obiettivo di nessuno dei partecipanti alla spoliazione. Al limite anche il disimpegno automatico può essere per loro meglio che una destinazione di risorse, che indebolisca una parte a favore di un’altra .

Ed infatti già passare dal disimpegno automatico alla sostituzione dei poteri sarebbe un grosso passo in avanti, ed un deterrente importante, perché sarebbero altri a venire a gestire le risorse, magari mandati da Roma.

Per questo piuttosto che accampare scuse per non dare risorse al Sud bisogna cambiare i meccanismi di spesa ed i soggetti delegati alle decisioni, perché lo stato di abbandono delle opere pubbliche, a cominciare dall’alta velocità ferroviaria, alle strade, alle autostrade, ci conferma nella convinzione che anche se possono esserci stati degli sprechi, le risorse al Sud non sono arrivate, come peraltro è dimostrata dalla distribuzione dei fondi sulla base della spesa storica e non certamente sulla base della popolazione residente.

Quindi il vero cambiamento non è quello di attingere alle risorse per poi non destinarle alle realtà che ne hanno diritto ed utilizzare soltanto il Sud per avere quei parametri negativi, che consentano di avere abbondanza di risorse rispetto agli paesi sviluppati dell’Europa, come é accaduto con i fondi del recovery, ma piuttosto porsi il problema di spenderle, sia implementando le strutture burocratiche delegate a tale compito, che accentrando la spesa in pochi capitoli fondamentali, per esempio sulle grandi infrastrutture, sia pretendendolo dalle società pubbliche o nelle quali il capitale in qualche modo sia controllato dal pubblico.


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