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Il turismo è certamente uno dei settori che sono stati più colpiti dagli effetti della pandemia, sia per le misure di restrizione, sia per i limiti alla mobilità in particolare degli stranieri. 

In diverse occasioni si sono determinate situazioni al limite del paradosso come l’embargo nella stagione turistica invernale o in altri ‘’ponti’’ disseminati nel calendario che – non trovando corrispondenza con quanto accadeva in Paesi limitrofi – hanno penalizzato le imprese italiane.

Il Covid ha fatto crollare di quasi 27 miliardi di euro la spesa dei turisti stranieri in Italia nel 2020: con i lockdown e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, il fatturato del settore turismo in arrivo dall’estero ha subito una contrazione superiore al 60%, dai 44 miliardi del 2019 ai 17 dello scorso anno.

La stagione del 2021, grazie anche alle misure previste nei decreti Sostegni e complice un clima torrido, si annunciava come un’occasione di ripartenza (anche se i collegamenti internazionali non sono ancora tornati a pieno ritmo, perché – in aggiunta alle misure di prevenzione – esistono ovunque preoccupazioni delle persone a mettersi in viaggio).

È sorto invece un altro serio problema: le attività turistiche non riescono a trovare personale – a termine – adeguato, anche nel numero, alle loro esigenze. Da un po’ di anni si verifica questo fenomeno, compensato dall’afflusso (anch’esso ridotto) di lavoratori stranieri, ma nell’anno in corso – nonostante quanto è nel 2020 con la mancata stipula o il mancato rinnovo di centinaia di migliaia di contratti a tempo determinato – la carenza di personale sembra essersi diffusa lungo tutte le coste (comprese quelle meridionali), tanto che neppure i sindacati si sforzano di smentire.

Sul piano empirico si sono cercate giustificazioni: si è data la colpa al RdC che verrebbe a mancare se si trova un’occupazione anche temporanea. Certamente c’è del vero: incassare in media circa 600 euro senza lavorare è meglio – direbbe Catalano, il noto personaggio di ‘’Quelli della notte’’ – che guadagnare qualche centinaio di euro in più lavorando per parecchie ore, anche oltre le 8 canoniche. I sindacati sostengono che il RdC non c’entra anche perché sono (relativamente) pochi i giovani under25 a cui viene riconosciuto. Per loro tutto dipenderebbe da retribuzioni troppo basse, spesso in nero, da straordinari non retribuiti: ciò farebbe sì che ‘’il gioco non valga la candela’’. Vediamo come si sviluppa questo ragionamento, pubblicando un brano scritto da una giornalista che va dove la porta il cuore.

“Perché diciamocelo chiaramente: gli italiani sono un popolo dignitoso e lavoratore che preferisce di gran lunga produrre piuttosto che poltrire sul divano, ma gli italiani oltre ad essere dignitosi non sono neanche totalmente fessi ed ovviamente ad essere sfruttati dagli imprenditori del turismo non ci stanno. Anche se l’Italia deve ripartire. Perché la ripartenza deve essere equamente ripartita sulle spalle di tutti e non, come sempre accade, sulle spalle dei pochi che poi non ci guadagnano nulla’’

Certamente, gli italiani di oggi hanno imparato la lezione. I loro bisnonni (in un secolo 26 milioni di italiani) sono emigrati in ogni angolo dei quattro continenti col solo obiettivo di trovare un’occupazione che consentisse di non patire la fame. I loro nonni sono saliti con una valigia di cartone sul treno Trevico-Torino (è il titolo di un film sul dramma dell’immigrazione interna) per raggiungere le città del triangolo industriale e contribuire a quel miracolo economico che in pochi anni rimise in sesto un Paese distrutto dalla guerra. Altri tempi. Ma ci sia consentita qualche domanda. Come è possibile che nel turismo non funzionino quelle banali leggi di mercato che regolano i rapporti tra la domanda e l’offerta di lavoro?

Quale meccanismo perverso si mette in moto nella testa degli albergatori che li induce, magari a non aprire, pur di non pagare – non a peso d’oro – secondo quanto stabilisce il contratto i lavoratori disponibili? Si ripete all’infinito la storia dello scorpione (il datore nel nostro caso) che punge la rana che gli fa attraversare il fiume anche a costo di annegare, perché è quanto rientra nella sua natura (di sfruttatore)?

Poi, da quando esistono attività di carattere stagionale (nell’industria, nel turismo, in agricoltura, nei servizi) c’è un interesse oggettivo del lavoratore a guadagnare il più possibile in quel determinato periodo, assecondando processi produttivi (si pensi alla raccolta e alla trasformazione dei prodotti alimentari o ai periodi in cui si concentrano le ferie) vincolati a situazioni particolari che si concentrano in pochi mesi se non in qualche settimana.

Una volta, questi lavoretti erano presi d’assalto dagli studenti o da persone che vivono nelle zone limitrofe e che – passata l’estate – se non si accontentano dell’assegno di disoccupazione, svolgono altre attività. L’importante è che si rispettino le regole: che lo straordinario sia pagato, che i riposi compensativi siano concessi, che i turni siano rispettati, sia pure in un contesto in cui è necessario lavorare di più. Poi, ammesso e non concesso che i salari – ancorché corrispondenti ai contratti – siano bassi, come vive colui che ci rinuncia? Alcuni analisti sostengono che i lavoratori stagionali, durante il lockdown, siano stati assorbiti dalla logistica che ha avuto un grande sviluppo (salvo essere considerata dai sindacati una sorta di Cajenna).

 Siamo convinti, però, che la gran parte dei potenziali interessati sia rimasta in famiglia o magari sia andata in ferie. Non c’entra il RdC. Nella ‘’società signorile di massa’’ (descritta magistralmente da Luca Ricolfi) la differenza tra il lavoro e il non lavoro poggia su ciò che la famiglia assicura – oltre al vitto e all’alloggio (‘’imbiancatura e stiratura’’ come diceva Totò) – al giovane per vivere decentemente la vita da neet.


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