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I sindaci del Sud invocano l'intervento del presidente Mattarella sul divario sociale tra Nord e Sud

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Palermo ha 733mila residenti e 108 operatori sociali; Genova conta circa 558mila cittadini e ha un organico di 197 assistenti sociali. I distretti di Giugliano, in Campania, e di Sassuolo, in Emilia Romagna, contano entrambi poco meno di 120mila abitanti ma il primo ha solo tre operatori sociali mentre il secondo 24.

La battaglia dei 500 sindaci che fanno parte della Rete Recovery Sud riparte dal welfare: «I livelli essenziali delle prestazioni – ribadiscono – sono una previsione della carta costituzionale in base alla quale lo Stato ha il dovere di determinare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

Tuttavia la loro applicazione, così come appare dal decreto del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del 25 giugno 2021 (numero 0000144), va in direzione opposta al perseguimento di garanzie omogenee sul territorio nazionale, perché allarga differenze già forti».

I sindaci del Sud si sono rivolti al presidente Mattarella, hanno fatto appello al Capo dello Stato per riportare equità nel Paese. E lunedì sera hanno fatto pressione anche sui partiti: «Chiediamo ai leader dei principali partiti nazionali – scrivono – di prendere posizione sui temi che come sindaci e cittadini meridionali stiamo ponendo. Chiediamo conto del divario tra Nord e Sud nella mortalità infantile, nelle infrastrutture, nell’assistenza sociale, nel diritto allo sport, nelle capacità di investimento dei Comuni, nel digitale, nella dotazione di piste ciclabili, nell’erogazione di fondi destinati alla cultura, nella ricerca, negli asili nido e in tanti altri settori della vita economica e sociale della nostra Italia.

Voi – sottolineano – che siete i capi politici dei partiti che dovrebbero avere a cuore la coesione nazionale, cosa dite? Come vi ponete rispetto alla perequazione infrastrutturale, prevista già dal 2001 nella riforma della Costituzione: treni e strade devono andare dove ci sono già le imprese o sono i treni e le strade che vanno realizzati dove non ci sono ancora abbastanza imprese, come riteniamo noi?

Qual è la vostra posizione rispetto ai livelli essenziali delle prestazioni che da vent’anni non sono ancora stati stabiliti per legge?

E delle proposte di autonomia differenziata che rischiano di allargare la forbice tra le aree del Paese cosa dite, vanno accolte per mantenere gli equilibri politici di maggioranza?». Anche la Corte dei Conti, appena un mese fa, ha lanciato il monito: è «esigenza primaria assicurare la copertura finanziaria dei provvedimenti legislativi e i livelli essenziali delle prestazioni in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale», hanno scritto i giudici contabili in una relazione sull’attuazione dell’autonomia differenziata trasmessa alla commissione parlamentare di studio.

E invece, a distanza di 12 anni dalla legge Calderoli che ha messo in funzione il federalismo fiscale, gli effetti sono devastanti soprattutto per gli Enti locali del Sud: da un lato la mancata applicazione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni introdotti dalla riforma del titolo V della Costituzione ma del tutto ignorati; e dall’altro il calcolo dei fabbisogni standard dei Comuni che altro non fa che ricalcare la vecchia spesa storica, hanno messo in ginocchio i Comuni del Mezzogiorno.

Se il sistema del federalismo fiscale fosse stato equo, il comune che avrebbe guadagnato di più sarebbe stato quello di Giugliano, in Campania, dove oggi mancano all’appello 33 milioni di euro (270 euro pro capite). Reggio Calabria avrebbe dovuto ricevere 41 milioni in più, 229 euro a testa. Seguono Crotone (3 milioni, 206 euro a cittadino), Taranto (39 milioni, 198 euro pro capite). Catanzaro (15 milioni, 168 euro pro capite), Bari (53 milioni, 166 euro pro capite).

Ma il Comune che perde di più in termini assoluti è Napoli (159 milioni, 164 euro pro capite), fonte Opencivitas.

Il calcolo dei fabbisogni standard è il vero problema. Il metodo usato per la ripartizione del fondo perequativo riguarda i 6.700 comuni delle 15 regioni a statuto ordinario ed è basato su un calcolo che considera fabbisogni standard e capacità fiscali. I fabbisogni standard sono indicatori che stimano per ogni ente locale, il fabbisogno finanziario necessario per svolgere le proprie funzioni fondamentali. Sono definiti in base alla spesa media per i servizi di comuni simili a quello considerato, per caratteristiche demografiche, socio-economiche e morfologiche.

La capacità fiscale, invece, è la stima delle risorse che un ente locale ricava dalle sole entrate tributarie del proprio territorio. Per decidere come distribuire il fondo perequativo, viene calcolata per ogni comune la differenza tra il suo fabbisogno standard totale e la sua capacità fiscale. Non aver definito i livelli essenziali di prestazione delle funzioni fondamentali è stata una grave mancanza.


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