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Come è noto, la strategia di Bruxelles per uscire dalla crisi punta su due piani: quello della politica monetaria espansiva di stampo keynesiano e quello della transizione ecologica. Non sono due piani paralleli, ma due piani che hanno molti punti di intersezione che possono essere sintetizzati così: conseguire una ripresa economica ecologicamente sostenibile che, mentre riduce la nostra impronta ecologica, produca delle opportunità di lavori di qualità e riduca le diseguaglianze.  Ovvero, promuovere non una qualunque crescita del Pil, ma uno sviluppo economico che abbia nella conversione ecologica il suo asse centrale.

LA SFIDA

Una sfida più che ambiziosa, ma inevitabile se la Ue vuole avere un ruolo guida a livello mondiale nella ricerca e realizzazione di una qualità della vita che il vecchio modello di sviluppo non consentiva più.

Grazie alla pandemia che ha messo a nudo le contraddizioni della nostra società, provocando purtroppo tante vittime, si è rotto il muro dell’austerity che ci ha tenuto inchiodati per un decennio, e contemporaneamente si è aperta una finestra verso nuovi orizzonti, alla ricerca di un migliore rapporto tra la nostra società e l’ecosistema.

E questo si traduce nella scelta di due parametri/obiettivi fondamentali: ridurre le diseguaglianze territoriali (politica di coesione) e l’immissione di CO2 nell’atmosfera. 

In questa nuova politica economica e culturale che Bruxelles ha sposato, l’Italia ha un ruolo centrale, non solo in termini di risorse economiche, in assoluto e in percentuale rispetto agli altri partner, ma anche perché proprio nel nostro Paese si gioca la partita più difficile.

Se l’Italia ha ottenuto oltre 200 miliardi di euro, una parte come donazione e una parte in prestito, lo si deve alla presenza al suo interno del più grande divario territoriale esistente nei 27 Paesi della Ue.  Suona male a dirlo, ma è la verità: senza questo enorme divario che si è creato tra il Nord e il Sud del nostro Paese non avremmo avuto queste risorse economiche che possono farci uscire dalla depressione/stagnazione che esisteva ancor prima dell’arrivo di mister Covid.

L’IMPEGNO DA RISPETTARE

Ma l’Italia ha ottenuto questo impegno della Ue a patto che si cambi registro, a partire da una profonda conversione ecologica.  Non è un obiettivo a portata di mano o che si raggiunga dall’oggi al domani, ma bisogna mettersi in cammino e andare verso quel processo che si chiama “transizione ecologica”.

E non abbiamo molto tempo per conseguire risultati rilevanti come ci è richiesto dagli impegni presi, in particolare rispetto alla riduzione della CO2.  E non a caso proprio il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha dichiarato ultimamente che la riduzione della CO2 con cui ci siamo impegnati entro il 2030 comporterà un bagno di sangue.  E si riferiva non a una guerra, ma al fallimento di decine di migliaia di Pmi nel settore della plastica, della siderurgia, della chimica, dei trasporti, ecc.  

Il ministro ha ragione se consideriamo l’attuale assetto territoriale dell’industria italiana come immutabile, sia sul piano merceologico che della locazione.  Se invece immaginiamo, e ci crediamo, che possiamo ridurre drasticamente l’immissione della CO2 cambiando modello di sviluppo, allora non possiamo non pensare che abbiamo una miniera ecologica che si chiama Mezzogiorno.   E’ proprio il territorio meridionale che può salvare il nostro Paese dal fallimento rispetto agli accordi sottoscritti, che può rendere l’Italia ecologicamente più avanzata, con una migliore qualità della vita per tutti.

Sono tanti i campi in cui il Mezzogiorno può dare un grande contributo alla riduzione dei gas serra.   Innanzitutto, con le energie rinnovabili (solare, eolico, geotermia, correnti marine, ecc.), e poi con il recupero delle aree interne abbandonate per la valorizzazione dell’agricoltura contadina, biologica, che come scrisse l’ex presidente della Commissione europea, José Barroso, è l’unica che preserva la biodiversità. 

E, allo stesso tempo, è proprio al Sud che potremmo sperimentare forme di resilienza al mutamento climatico, come la siccità che colpisce in particolare la costa jonica, ormai in via di desertificazione.  Una sperimentazione scientificamente fondata che ci permetterebbe di divenire un punto di riferimento per diverse aree del mondo che soffrono di prolungati periodi di siccità.   Allo stesso modo rispetto ad altri “eventi estremi” potremmo capire quanto, come sostengono alcuni ricercatori, le piante autoctone più antiche hanno una capacità di resilienza maggiore di quelle di nuova produzione.

Insomma, si apre un ventaglio di opportunità di lavoro al Sud che può dare un grande contributo alla conversione ecologica del nostro Paese. Di tutti questi aspetti parleremo puntualmente in una rubrica settimanale, che il direttore Roberto Napoletano ha accolto con entusiasmo, dedicata alla “Transizione ecologica nel Mezzogiorno”.


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