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Una discoteca vuota

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Si cerca una mediazione, ma il filo di dialogo sembra proseguire malgrado ciascuno – sia Mario Draghi che Matteo Salvini – resti sulle sue posizioni. E chieda all’avversario, in maniera molto soft, di fare marcia indietro. Afferma il premier che il governo va avanti, l’azione dell’esecutivo non può seguire il calendario elettorale. Si cerca un distacco indipendente del governo dai lavori parlamentari?

 Al termine di un vertice in Slovenia, Draghi ripete ciò che aveva sostenuto martedì scorso, ma rispondendo a una domanda circa l’apertura di una crisi dopo gli attacchi di Matteo Salvini, è perentorio: «Non alziamo le tasse», l’ho detto tante volte. «Ora è il momento in cui le attività economiche sono ripartite, quindi lasciamo che la ripresa si consolidi, non turbiamola con attacchi fiacchi». E la Lega avvertendo che qualcosa sta cambiando, ammorbidisce i toni: «Bene Draghi contro la patrimoniale e nuove tasse sulla casa, adesso il Parlamento in Aula tolga ogni accenno alla riforma del catasto che preluda a nuove tasse sulla casa».

Ma si mobilitano anche i presidenti delle Regioni. I governatori della Lega chiedono uno slittamento. Massimiliano Fedriga del Friuli, Attilio Fontana, Lombardia, Maurizio Fugatti, Provincia autonoma di Trento, Cristian Solinas, Sardegna, Donatella Tesei, Umbria, Luca Zaia, Veneto sollecitano un approfondimento sulla delega fiscale. In assenza di certezze, dicono, il governo, né i prossimi governi utilizzino la riforma del catasto per innalzare surrettiziamente le tasse. Altrimenti si va a colpire «duramente e ingiustamente, due pilastri del Paese quali il settore edilizio e le famiglie». Parole accomodanti mentre Salvini, per tutta la mattinata, ha continuato il fuoco contro il governo. Se la prende con il provvedimento sulle discoteche che prevede la riapertura con il 35% di capienza. «È una presa in giro senza senso scientifico, sanitario, sociale ed economico. Con questi numeri rischiano di fallire 3mila aziende e di rimanere a casa 200mila lavoratori». Quindi annuncia di non volere «firmare un assegno in bianco, non mi basta che il ministro dell’Economia dichiari che gli aumenti saranno dal 2026». Quindi ricorda che il Parlamento può intervenire, modificare i passaggi.

Nessun dubbio, prosegue il leader del Carroccio, «la Lega è dentro la maggioranza, se vogliono escano Letta e Conte». Quindi afferma di essere ottimista, il Parlamento ha dato la fiducia a Draghi «per abbassare le tasse, non per aumentarle». Insomma, la Lega è dentro o fuori? Interrogativo che trova questa conferma. Il sostegno della Lega al governo «non è in discussione». Le condizioni sono di togliere «questo passaggio e poi tiriamo dritti sul taglio dell’Irap, sull’abbassamento dell’Iva, sulla revisione degli scaglioni Irpef e un impegno a carattere risolutivo sulle cartelle esattoriali, Ci sono 120 milioni di cartelle Equitalia che rischiano di essere un’ammazzata nella ripresa delle famiglie post covid».

L’impressione è che per qualche tempo le posizioni non muteranno. Si attende il secondo turno elettorale per una ripartenza completa. Fino ad allora non si prevedono colpi di scena capaci di rovesciare gli assetti. Questi ultimi sono molto condizionati dal voto su Roma. Se le parole hanno ancora un senso, Calenda è in grande movimento. In un video su Twitter, ha mandato un messaggio molto chiaro, dicendo di essere vicino a Gualtieri (e quindi al Pd), piuttosto che a Michetti, candidato del centrodestra. Ma il problema è quello di riconquistare 220mila voti (che non sono valigie che si spostano). Ma nello stesso video, Calenda allarga il discorso, probabile attesa per muoversi, successivamente, a livello nazionale.

Insomma un discorso da leader di una forza italiana. «Il segnale che arriva dal voto – sostiene Calenda – e che io coltiverò a livello nazionale, è una politica che si fonda su programmi di competenza, trasparenza, su un modo di fare politica in senso dignitoso, nel senso romano del termine: alto, corretto e giusto». Fa un appello affinché ci sia «una politica basata sulle cose, non dov’è la destra, dove la sinistra». Il suo appello è “Parlate sulle cose”. E ribadisce no ad alleanze con i 5 Stelle.

Uno scoglio sul quale rischia di infrangersi il nuovo leader dei grillini. Giuseppe Conte. Il quale non vede che “una traiettoria politica”, il dialogo con il Pd, «Dove abbiamo potuto abbiamo avuto il tempo di lavorare insieme e fare un progetto comune».


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