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Quando l’Ocse diffonde, ogni anno, il Rapporto “Pensions at a glance” a me piacerebbe rivolgere una domanda al leghista e al sindacalista di turno (nel caso della Cgil ormai potrebbero essere la stessa persona).

“Per quale motivo una organizzazione internazionale che raggruppa una quarantina dei Paesi più sviluppati dovrebbe fornire dei dati che smentiscono clamorosamente quanto da anni andate sbraitando in tema di età pensionabile, accusando la riforma Fornero di consentire l’uscita dal lavoro da vecchi con un passo sull’orlo della tomba?”.

Infatti, l’Ocse nel Rapporto 2021 ripete, ormai come un disco di vinile rotto, che in Italia oggi si può andare a 61,8 anni ovvero ad un’età alla decorrenza effettiva del pensionamento più bassa di tutta la Ue (e non solo). Siamo forse vittime di una congiura internazionale che – per qualche motivo astruso – intende privarci dei nostri diritti? Magari non saranno, per caso, gli stessi che hanno inventato il Covid-19 per soggiogarci al loro dominio? Invece che i Big Pharma in questo caso a decidere del nostro destino è il solito neoliberismo che vuole metterci alla mercé del capitale finanziario? No, di solito non si prendono neppure la briga di rispondere; sono riusciti a far prevalere la dottrina Goebbles: “Ripetete un milione di volte la stessa menzogna e prima o poi diventerà una verità”.

Chi ha ascoltato, in queste ore, i commenti dei media sul rapporto, ha potuto rendersi conto di come si resta nella consueta narrazione, spostando l’attenzione non sui problemi di oggi, ma sulla condizione che attende, da pensionati, chi comincia la lavorare oggi. Fa impressione infatti evocare, che tra 40 anni circa, si uscirà dal lavoro a 71 anni, indicando questa età ora per allora, senza tener conto di quella che potrebbe essere l’attesa di vita allora.

Basti pensare che per convenzione, oggi, l’arco della vita lavorativa è indicato nella fascia compresa tra 15 e 65 anni, quando è evidente ad occhio nudo che un 65enne di oggi non ha più le caratteristiche psicofisiche (a meno che non abbia patologie specifiche o svolga mansioni usuranti) di una persona della stessa età delle generazioni precedenti. L’Italia, poi, sottolinea il rapporto 2021, figura anche tra i sette Paesi dell’Ocse che collegano l’età pensionabile prevista per legge alla speranza di vita, al duplice scopo di salvaguardare i conti pubblici evitando il più possibile le pratiche dei pensionamenti anticipati, e di evitare che le persone vadano in pensione troppo presto con pensioni troppo basse, attraverso la promozione con politiche adeguate l’occupazione in età più avanzata. In Italia, il requisito di futura età pensionabile “normale” è tra i più elevati con 71 anni di età, come la Danimarca (74 anni), l’Estonia (71 anni) e i Paesi Bassi (71 anni), contro una media Ocse di 66 anni per la generazione che accede adesso al mercato del lavoro. In Italia e in questi altri due Paesi, tutti i miglioramenti dell’aspettativa di vita vengono automaticamente integrati all’età pensionabile.

A questo punto è bene avvertire che questo meccanismo di adeguamento automatico è sospeso: il requisito del trattamento anticipato è bloccato a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le lavoratrici) fino a tutto il 2026, mentre l’età pensionabile di vecchiaia resterà fissa a 67 anni fino a tutto il 2024.

Oltre a rammentare questa sospensione del meccanismo “stabilizzatore” riferito all’aggancio all’attesa di vita, il rapporto infila impietosamente il dito nella piaga segnalando che negli ultimi due anni sono state estese in Italia le opzioni di pensionamento anticipato.

Tra il 2019 e il 2021, Quota 100 ha permesso di andare in pensione a 62 anni, vale a dire in anticipo di cinque anni rispetto all’età pensionabile prevista dalla legge, avendo versato 38 anni di contributi, senza adeguare completamente le prestazioni in modo attuariale. Questa opzione di pensionamento anticipato dovrebbe essere prolungata per il 2022, elevando tuttavia il requisito dell’età a 64 anni (Quota 102). Quota 100 ha facilitato l’accesso ai diritti pensionistici, poiché in precedenza il pensionamento anticipato era subordinato al requisito di contribuzioni record di 42,8 anni per gli uomini e di 41,8 anni per le donne.

L’Italia – denuncia l’Ocse – ha altresì esteso altre opzioni temporanee per il pensionamento anticipato che dovevano scadere nel 2020. Tra di esse figura la possibilità di andare in pensione a 63 anni con 30 anni di contributi per le persone disoccupate, i disabili o per coloro che prestano assistenza, o dopo 36 anni per le persone che svolgono professioni gravose (si tratta dell’Ape sociale la cui applicazione sarà estesa dalla legge di Bilancio). Ai lavoratori delle aziende in ristrutturazione è stata concessa una simile proroga per andare in pensione fino a sette anni prima dell’età pensionabile prevista dalla legge.

La cosiddetta “Opzione donna”, inizialmente introdotta per un anno nel 2017, è stata prorogata fino alla fine del 2021 e, in base all’accordo con le parti sociali, sarà prolungata per il 2022. Questa opzione consente alle donne di andare in pensione a 58 anni (o 59 se lavoratrici autonome) dopo una carriera di 35 anni, ma le pensioni sono completamente calcolate in base alle regole del contributivo. I lavoratori autonomi percepiranno pensioni molto più basse, non per effetto di una volontà punitiva ma per la banale circostanza che la loro aliquota contributiva è più bassa di quella del lavoro dipendente.

Le diverse opzioni disponibili per andare in pensione prima dell’età pensionabile prevista dalla legge abbassano l’età media di uscita dal mercato del lavoro, pari mediamente a 61,8 anni contro i 63,1 anni della media Ocse. La concessione di benefici relativamente alti a pensionati giovani fa sì che la spesa pensionistica pubblica dell’Italia si collochi al secondo posto tra le più alte dei Paesi dell’Ocse, pari al 15,4% del PIL nel 2019.


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