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Capodanno amaro anche per gli agriturismi. L’avanzata della pandemia  che sta facendo fioccare le cancellazioni delle prenotazioni nelle strutture turistiche ha coinvolto l’ospitalità rurale. Anche se si tratta di aziende  che operano in prossimità di piccoli borghi e offrono le maggiori garanzie per la salute.

Gli agriturismi – spiega una analisi della Coldiretti – spesso situati in zone isolate della montagna o della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche. E il Mezzogiorno è nelle migliori condizioni per proporre  una vacanza rurale  alternativa.

La particolarità del settore ha aiutato comunque le aziende a resistere agli effetti dell’ondata pandemica. Uno studio dell’Istat, pubblicato ieri, ha infatti evidenziato che nel 2020  le aziende agrituristiche attive, pari a 25.060,  sono aumentate del 2% rispetto all’anno precedente (pre Covid) con una crescita sostenuta nel Nord-est (+3,5%) e nel Sud (+3,4%). Certo l’impatto c’è stato perché il fatturato si è quasi dimezzato (-49%). L’agriturismo  è stato colpito con un crollo del 41% degli arrivi che si sono fermati a quota 2,2 milioni, il dato più basso, rileva Coldiretti, dal 2010. È mancata poi la componente (importante sul piano economico) degli stranieri  che sono stati 669mila.

Malgrado ciò però le strutture hanno mostrato grande capacità di resilienza, in linea con l’agricoltura nel suo complesso.

Il 63% dei comuni italiani, spiega  l’ Istat, ospita almeno un agriturismo e oltre i due terzi sono multifunzionali offrendo oltre ad alloggio  e ristorazione anche altre attività. Dal 2007 il settore, che rappresenta il 2,3% del valore economico dell’agricoltura, silvicoltura e pesca,  è stato caratterizzato da una crescita robusta  pari al 41,4% con andamenti più sostenuti del Nord ovest (+61,3%) e nel Centro (+ 45,6%) mentre nel Sud si è fermata al 36,2%.

Nell’anno della pandemia ci sono stati però incrementi dell’attività , soprattutto nel Meridione “un indicatore – sottolinea l’Istat- della solidità socio-economica e culturale di questo settore anche in un anno drammatico per gli effetti della pandemia”.

Tra il 2011 e il 2020, infatti, le attivazioni sono state 17.424 contro 12.452 cessazioni. Nel 2020 il tasso di attivazione è stato pari a 7,4%  schizzando all’8,3% nelle regioni del Mezzogiorno (10% nel 2019). Il tasso di cessazione aumenta invece di un punto percentuale a livello nazionale (5,5%); i valori più alti si registrano nelle Isole (8,3%) e al Centro (7,3%). Tra i 1.385 agriturismi cessati nel 2020, oltre il 30% non offriva servizi di alloggio né di ristorazione ma prevalentemente degustazione, trekking, attività sportive particolarmente colpite da lock down e restrizioni. L’effetto devastante della crisi non è stato comunque omogeneo. E il Sud ha tenuto meglio.

L’Istat definisce infatti il Mezzogiorno “territorio trainante, con una crescita del 3,4%, seguito dal Nord (+3%); al Centro il numero degli agriturismi rimane pressoché invariato (+0,8%), mentre le Isole mostrano qualche difficoltà (-1.2%)”.  Tra le regioni meridionali  primeggia la Campania (+13,2%) ma si registrano flessioni in Molise e Calabria. Nel Nord performance positive in Liguria, Provincia autonoma di Bolzano, Veneto ed Emilia-Romagna, male invece la Valle d’Aosta.  

In lieve crescita gli agriturismi guidati da donne che aumentano nel Nord Est e al Sud, dove però  al +11,4% della Campania si contrappongono il -10,3% del Molise e il -7,6% della Calabria. In ogni caso nelle regioni meridionali si concentra il maggior numero di imprenditrici agrituristiche, con una quota del 46,2% e punte del 50,2% in Basilicata, del 47,6% in Campania e del 47,1% in Abruzzo.

La percentuale si attesta invece al 37,2% nel Centro e al 28,7% al Nord. La presenza femminile, evidenzia il rapporto dell’Istituto di statistica, è rilevante nella conduzione degli agriturismi con fattorie didattiche, che rappresentano un fenomeno innovativo e in costante crescita negli ultimi anni: dal 2011 il loro numero è aumentato del 70,3%. Nel 2020 le fattorie didattiche mostrano un aumento rispetto l’anno precedente dell’11,4%, e rappresentano una quota sempre crescente sul totale degli agriturismi.
La diversificazione è dunque il motore dell’agriturismo ed è sempre più ampia la gamma delle attività offerte, dall’equitazione ed escursionismo alle osservazioni naturalistiche fino appunto alle fattorie didattiche.

L’allungamento dei confini dell’attività agricola che non si ferma più alla sola coltivazione, ma spazia nella trasformazione, commercializzazione e soprattutto nell’offerta di servizi a 360 gradi consente non solo di rafforzare il reddito dell’impresa, ma conferisce all’imprenditore agricolo “una funzione sociale, che si esplica nell’offerta di servizi alla collettività, nella valorizzazione dell’ambiente rurale, nella promozione dei prodotti locali e nella diffusione di valori rilevanti tra i quali il rispetto per l’ambiente”.

Gli agriturismi con una sola attività (monofunzionali) sono il 18%, quelli con due attività (bifunzionali) il 42% e quelli con almeno tre attività (multifunzionali) sono il 36%.  E ogni area ha la sua peculiarità, se  Bolzano è al primo posto per l’offerta di attività escursionistica, l’Umbria per le attività di trekking, mountain bike e gli sport in generale, la Sicilia è sul podio per il maneggio.  

E ancora, a Napoli il 74% degli agriturismi offre osservazioni naturalistiche, a Palermo il 97% garantisce escursioni e il 62% equitazione e mountain bike, a Catania il 97% delle strutture verdi propone attività sportive. Il Sud spicca comunque  per la maggiore diversificazione di servizi.​


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