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Stefania Prestigiacomo in aula alla Camera

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«È ridicolo quello che sta accadendo sul tema del ponte sullo stretto. Un Paese che ha investito anni e soldi per la progettazione di una infrastruttura che si ritiene importante per cambiare il destino del Mezzogiorno, prende il progetto che oltre ad aver ricevuto autorevoli riconoscimenti a livello internazionale, è cantierabile, lo butta nel cestino perché un gruppo di studio dice che a tre campate è più bello».

Stefania Prestigiacomo, deputata siciliana di Forza Italia, era ministro all’Ambiente del governo Berlusconi che rilanciò il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, opera dibattuta per decenni, tra continui stop and go secondo l’alternarsi delle maggioranze a Palazzo Chigi. 

Venerdì scorso il ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, ha consegnato al Parlamento la relazione della commissione tecnica voluta dal suo predecessore, Paola De Micheli.

Il gruppo di lavoro ha promosso il progetto di un collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria, ha esaminato pregi e difetti delle quattro ipotesi in campo, bocciando i due tunnel, in alveo e subalveo, ritenuti troppo esposti al rischio sismico. Restano in campo il ponte ad un’unica campata e quello che ne prevede tre che i tecnici hanno valutato «potenzialmente più conveniente».

Un dibattito pubblico dovrebbe ora orientare la scelta del governo. Se la scelta dovesse cadere sul ponte a tre campate, si dovrà ripartire dal via, mettendo da parte un progetto già definitivo, quello con una campata unica a unire le due sponde dello stretto.

«È grottesco. È un modo per prender in giro i meridionali e utilizzare gli otto miliardi del ponte diversamente, probabilmente nel Centro Nord», afferma Prestigiacomo secondo cui «questa idea di cambiare il progetto è una azione tombale per il ponte e per le speranze di sviluppo e di reale coesione territoriale della Sicilia. Se il governo avesse veramente intenzione di realizzare il ponte poterebbe sostenere il progetto esistente che è inattaccabile da ogni punto di vista e che ha superato l’iter di autorizzazioni previsto dalla legge che è stato lunghissimo e dettagliato sul piano tecnico, scientifico, ambientale ed economico, incluso il dibattito pubblico».

Il governo, sottolinea la deputata azzurra, di fatto non ha ancora ufficializzato la sua posizione: «Vogliamo capire quali sono le reali intenzioni dell’esecutivo. Si è subordinato tutto al parere di una commissione istituita con determina di un direttore. Si tratta di un organo consultivo del precedente ministro, senza alcun rilievo giuridico, una commissione voluta dal ministro per aver un approfondimento. È evidente che siamo davanti ad una scelta che è esclusivamente politica. Se oggi si vuole fare il ponte lo si può fare solo con il progetto già approvato. Se invece non lo si vuole fare si può tornare ai nastri di partenza e ricominciare per non finire mai».

«Personalmente – afferma Prestigiacomo – credo sia solo il modo per dirottare altrove gli otto miliardi necessari. Prima il tunnel ora le tre campate».

Secondo il parere dei tecnici, qualora si dovesse decidere di portare avanti il “vecchio” progetto del ponte, sarebbe comunque necessario rivederlo.

«Mi scusi, ci sono autorevoli pareri che sostengono il contrario. Il punto è che ci sono gli organi preposti, ripeto dalla legge, che certificano la validità dei progetti, non le commissioni di studio. A quegli organi bisogna fare riferimento come per tutte le altre infrastrutture. Se ne possono fare tante di commissioni di questo tipo, e lo dico con tutto il rispetto per le persone che ne hanno fatto parte, sicuramente molto qualificate».

«Ricordo che l’idea di istituire questa commissione è nata per sostenere il sì al tunnel ipotizzato dal governo Conte e per valutare se fossero possibili forme alternative al ponte. Ma non ha potuto che dire che il tunnel non si poteva fare. Come si sapeva già da più di venti anni. Ora siamo passati a più campate. Se passasse questa linea dovremmo attendere un’altra pandemia e un altro Recovery plan, ma non noi, i nostri figli o nipoti. Spero che a Palazzo Chigi si rendano conto del vicolo cieco che stanno imboccando».


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