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Una foto d’epoca scattata nel giorno della Liberazione

Tempo di lettura 4 Minuti

Non è un giorno come un altro. Il 25 aprile i partigiani dell’Oltrepò entrano a Milano: al comando ci sono, tra gli altri, Ciro Barbieri, Luchino Dal Verme, Paolo Murialdi e Italo Pietra.

In questa ricorrenza tornano sempre, più vivi che mai. Italo Pietra per la verità l’ho scorto soltanto un paio di volte per conferenze nell’Oltrepò. È stato lo storico direttore del Giorno, giornalista di grande fama e bravura. Paolo Murialdi invece lo vedevo spesso: era mio insegnante di storia del giornalismo. Molto meglio conobbi Carlo Barbieri, il leggendario comandante Ciro il liberatore di Pavia, comunista. Luchino era il conte dal Verme,, lui, un monarchico, era diventato il comandante della Brigata Gramsci.

Un comunista, Barbieri, e un aristocratico ingegnere ed ex ufficiale, Dal Verme, che poi fecero parte anche del gruppo che andò a catturare Mussolini e la Petacci a Dongo. Come era andata davvero lo facevano dire agli altri.

L’ARRESTO DI MUSSOLINI

La storia l’ha raccontata, prima di morire nel 2016, Giacomo Bruni, uno dei partigiani dell’Oltrepò pavese che alla fine della Seconda guerra mondiale si recò a Dongo. Giacomo Bruni, nome di battaglia “Arturo”, era al volante del camion che, da Dongo, trasportò a Milano (a piazzale Loreto) i cadaveri di Mussolini e della Petacci.
«Fu il mio comandante Ciro (Carlo Barbieri) a scegliermi per la missione – raccontò qualche anno fa – Il colonnello Valerio e Landini (capo del servizio di controspionaggio delle formazioni garibaldine dell’Oltrepò) viaggiavano in auto, io guidavo un Fiat 634». Quando il gruppo di partigiani arrivò, il duce e Claretta Petacci stavano ancora dormendo. Li svegliarono, dissero a Mussolini che erano venuti a liberarlo e lui esclamò: “Se mi liberate vi regalo l’impero”. Ma ormai l’impero non esisteva più».
Arrivati in piazzale Loreto «la gente – raccontava Bruni – voleva fare scempio dei cadaveri, ricordo una vecchietta che sputò addosso al duce. Quando appesero i corpi al distributore io me n’ero già andato».

L’OTTO SETTEMBRE

Luchino dal Verme andava a caccia con mio nonno. Ascoltavo talvolta i loro discorsi. Ufficiale del regio esercito, discendente di una casata che risaliva al 14° secolo fondata da un capitano di ventura che portava il suo stesso nome, ci ha lasciato in una video intervista del 2008 una testimonianza straordinaria che è una lezione per l’oggi, anche in tempi di coronavirus. Anzi, proprio per questi tempi.

«La nostra data fondante – diceva Luchino – è l’8 settembre 1943. Ero reduce dalle campagne di guerra, Russia compresa, dove eravamo andati a fare la guerra dei tedeschi non la nostra. L’8 settembre crolla tutto: il re scappa, le istituzioni crollano, le gerarchie svaniscono. L’8 settembre diventò legale tutta l’illegalità, fu il crollo di un mondo, anche del mio, e fu difficile andare da mia madre a spiegare che avrei buttato alle ortiche la divisa e il giuramento al re. Ma vedo anche quella data con ottimismo: il Paese poi ha saputo venirne fuori, trascinandosi dietro però anche quel senso di tradimento e codardia che non ci ha abbandonato».

LE SCELTE DECISIVE

«La mia decisione di diventare partigiano – raccontava – non fu facile, maturò lentamente, fu sofferta. Dopo l’otto settembre gli uomini si trovarono di fronte a tre scelte: la prima, obbedire ai tedeschi, cioè non assumersi, per paura, nessuna responsabilità; la seconda, seguire il proprio interesse, tentando di tenere il piede in due scarpe; la terza soluzione significava avere capito, viceversa, che era indispensabile schierarsi e conseguentemente compromettersi. Chi accettò decise di portarsi su una linea di pulizia, di farsi libero prima di tutto dalla paura. Una risposta definitiva, perché si usciva dall’ordine di allora, si era ribelli all’ipocrisia e difficilmente la scelta dell’impegno era una scelta qualunquistica o una scelta del meno peggio. Ebbi allora il coraggio della terza scelta e ringrazio di avere avuto un tale coraggio».

“Maino”, questo il nome di battaglia di Dal Verme durante la Resistenza, fu tra i primi dopo l’8 settembre a organizzare con Carlo Barbieri le formazioni partigiane. Come comandante dell’88ª Brigata Casotti e poi come capo della Divisione Garibaldina Antonio Gramsci, diede un contributo fondamentale alla resistenza armata. Anche se lui non amava troppo raccontare episodi di guerra, battaglie ed eroismi.

LA FINE DELLA LOTTA

Sfogliando il libro di Giovanni Pesce, partigiano comunista, “Quando cessarono gli spari”, si intuisce che Luchino Dal Verme è stato comunque uno dei protagonisti della liberazione di Milano. All’alba del 25 aprile, racconta Pesce, Luchino Dal Verme con le squadre garibaldine circonda il palazzo dell’Aeronautica. I tedeschi si sono rifugiati nei sotterranei e fanno sapere che si arrenderanno soltanto alle “forze regolari”. Luchino manda un messaggio: «Noi partigiani, soltanto noi, siamo in questo momento le forze regolari».

I tedeschi capiscono. Un generale si presenta a Luchino e abbassando la testa dice: «Adesso mi fucilerete». «Siamo uomini, non belve – rispose Dal Verme – voi avete occupato con la forza il nostro Paese, avete massacrato degli innocenti e avete deportato altri innocenti. Siete voi gli invasori, gli assassini spietati».

Dopo la guerra e per tanto tempo ancora quando gli facevano notare che lui cattolico monarchico era stato capo di una divisone partigiana di comunisti rispondeva in modo semplice e disarmante: «Non ho mai contato quanti fossero i comunisti nella mia divisione. So però quanti uomini sono morti per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi. E questo mi basta». E deve bastare a tutti noi, oggi e domani.


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