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Carla Ruocco

Tempo di lettura 5 Minuti

Sono migliaia ogni anno le controversie in materia finanziaria che coinvolgono le banche, gli intermediari finanziari e i loro clienti: mutui, prestiti personali, conti correnti, titoli acquistati da semplici risparmiatori. La materia del contendere chiama in causa la violazione degli obblighi di informazione e trasparenza ma anche di diligenza e correttezza. Affidare la soluzione delle liti finanziarie alla giustizia ordinaria vuol dire mettere in conto un’attesa per una sentenza di primo grado lunga in media almeno 1.120 giorni, che meritano all’Italia il novero tra le meno virtuose economie continentali da parte della Banca Mondiale (Doing Business 2020).

La risoluzione stragiudiziale, di fronte all’Abf (Arbitro bancario finanziario, sostenuto nel suo funzionamento dalla Banca d’Italia) e all’Afc (Arbitro per le controversie finanziarie attivo presso la Consob), consentirebbe di accorciare tempi e praticamente azzerare i costi delle controversie. Ma, come segnala Carla Ruocco, presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario «non sono marginali i casi di intermediari – soprattutto nel caso di Acf – che non rispettano le decisioni favorevoli assunte dagli arbitri nei confronti dei clienti retail». In parole povere, in caso di una “sentenza” loro avversa alcune banche se ne infischiano, mentre ai clienti rimane la sola via giudiziaria che gli impone tempi e costi maggiori.

I RICORSI E GLI ARBITRATI

Veniamo ai numeri che motivano l’allerta della presidente. Prendiamo in esame le controversie sottoposte all’attenzione dell’Acf che nel 2019 ha ricevuto 1.678 ricorsi, 5.341 dal varo dell’organismo nel gennaio del 2017. Solo nell’ultimo anno gli intermediari “citati” sono 93. Nel 2019 l’Acf ha adottato 854 decisioni, con 472 ricorsi accolti (il 55%). Quarantotto i casi in cui le banche non hanno dato seguito alle decisioni dell’arbitro (51 nei tre anni di attività), il 18% (al netto dei ricorsi accolti verso banche rientranti nel decreto “Milleproroghe”, Banca Popolare di Bari e Cassa di Risparmio di Orvieto per cui è operativo il Fondo indennizzo risparmiatori o iniziative simili da parte delle singole banche). E i dati relativi al primo semestre del 2020 segnalano che il trend delle mancate adesioni peggiora, toccando il 25%.

TEMPI E COSTI DELLA GIUSTIZIA

«Esaminando le decisioni prese dall’Acf – dice Ruocco – mi colpiscono due cose. La prima, l’equilibrio delle decisioni assunte dall’Acf – anche se il dato sui tempi medi dei singoli procedimenti non mi entusiasma molto e su tale aspetto abbiamo già avviato prime interlocuzioni con la Consob per potenziare la struttura tecnica – a testimonianza dell’imparzialità e professionalità del giudizio.

I numeri del triennio 2017-2019 sui mancati adempimenti evidenziano un petitum complessivo da parte dei singoli risparmiatori pari a circa 2,6 milioni di euro cui l’Acf ha riconosciuto un importo complessivo pari a circa un milione di euro (pari al 40% del petitum). Suddividendo tale importo per i 51 casi di mancato adempimento abbiamo un importo medio delle decisioni pari a circa 20mila euro. Dati questi numeri non appare minimamente tollerabile il livello di inosservanza da parte degli intermediari soccombenti nei giudizi che sono complessivamente pari a 14. La seconda è che questi organismi nascono per risolvere in modo semplice, veloce e gratuito le controversie. L’ottemperanza a tali giudizi, fermo restando l’art. 25 della Costituzione, rimane a mio avviso la soluzione preferibile avendo carattere deflattivo tenuto anche conto che la via giudiziaria determina dei costi e dei tempi maggiori considerati i tre gradi di giudizio. Da non trascurare che i risparmiatori retail spesso non hanno la possibilità, anche economica, e il tempo per intraprendere la via giudiziaria e considerata poi la parziale efficacia dei giudizi potrebbero esserne giustamente scoraggiati. Alla luce delle citate cifre – sottolineo un risarcimento complessivamente pari a un milione di euro in tre anni e che coinvolge 14 intermediari – è legittimo pensare che l’intermediario non esegua le decisioni favorevoli ai risparmiatori dato il carattere non coercitivo del provvedimento reso».

LA CONVOCAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI

Da qui l’invito – via circolare – recapitato dal presidente ai rappresentati di Abi, Federcasse e Associazione delle banche popolari «a sensibilizzare, nel miglior modo possibile e auspicabilmente in tempi molto rapidi, le proprie associate affinché tengano in massima considerazione le decisioni assunte dai citati organismi, soprattutto laddove favorevoli agli investitori retail». Questa la moral suasion. Poi l’avvertimento: «La Commissione d’inchiesta continuerà a monitorare l’operatività dell’Acf e dell’Abf. Laddove non si registreranno sostanziali miglioramenti in termini di condotta tenuta dagli stessi intermediari saranno avviati sia appositi cicli di audizione nei confronti delle banche maggiormente coinvolte nella risoluzione di controversie presso l’Acf sia apposite iniziative legislative volte a potenziare l’operatività di questi organismi». È allo studio la possibilità di estendere ai giudizi dell’Acf e dell’Abf istituti già presenti nell’ordinamento giuridico italiano, e in particolare nell’arbitrato, in cui ispirandosi ai provvedimenti arbitrali la parte interessata – i clienti delle banche in questo caso – per rendere esecutivo il provvedimento dell’Acf e dell’Abf potrebbero proporre istanza, depositando la decisione dell’arbitro in originale (o copia conforme) insieme al contratto relativo ai servizi finanziari o bancari, nella cancelleria del Tribunale competente.

LA LIQUIDITÀ

Di fronte alla Commissione le associazioni degli intermediari e gli istituti di credito sono stati già chiamati più volte per rispondere sulle criticità del decreto Imprese, con cui il governo prometteva 400 miliardi di liquidità alle imprese, che si sono poi inizialmente ritrovate in un girone infernale, tra la mole di documenti da presentare, le resistenze delle banche, tempi di attesa lunghissimi per ottenere una risposta di accoglimento o di rigetto alla domande di prestito, per non parlare di quelli per l’erogazione.

Così a quattro mesi dal varo del provvedimento – il 9 aprile – le richieste sono state 960 mila, per 67,2 miliardi di finanziamenti, di cui 810 mila per prestiti fino a 30 mila euro, per oltre 16 miliardi. Finora le imprese hanno chiesto finanziamenti per appena il 16% della “potenza di fuoco” messa in campo dal governo, mentre la percentuale di erogato da parte delle banche si aggira intorno al 65% delle richieste ricevute. Il motivo lo hanno spiegato le associazioni di categoria: creano nuovo indebitamento per aziende che in media ne hanno già in pancia per 110 mila euro.

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