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Guglielmo Avolio, presidente del Tribunale di Trento

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LA FAMIGERATA cena a base di capra con un imprenditore colluso con la ‘ndrangheta calabro-trentina e un rapporto di conoscenza con Luca Rigotti, presidente dell’azienda vinicola Mezzacorona al centro di un’ipotesi di riciclaggio con l’aggravante mafiosa, sono costate care a Guglielmo Avolio, presidente del Tribunale di Trento, nei cui confronti il plenum del Csm ieri ha disposto il trasferimento.

Avolio, in servizio da 40 anni, è un magistrato di spicco. È uno che si è occupato della strage di Bologna e dei delitti della Uno Bianca. Eppure il plenum ha ritenuto che «non possa più esercitare, in piena indipendenza ed imparzialità, le funzioni giudiziarie di presidente del Tribunale e di ogni altra funzione giudiziaria nel distretto della Corte d’appello di Trento», accogliendo la proposta di trasferimento avanzata all’unanimità dalla Prima Commissione. Troppo compromettente quella contestata opacità di comportamenti e il conseguente strepitus – l’eco mediatica – ha finito con lo spaccare l’ufficio da lui diretto. Tutto nasce dalla segnalazione della Procura generale di Trento al Csm relativa a due inchieste.

Da una parte, la vicenda Mezzacorona, ovvero un’ipotesi di riciclaggio aggravato a carico del presidente Rigotti, con particolare riferimento all’acquisto di terreni in Sicilia, ad Acate (Ragusa) e Sambuca di Sicilia (Trapani), già appartenuti ai cugini Antonino ed Ignazio Salvo, che in vita erano stati esponenti di spicco di Cosa Nostra. La società presentò un ricorso al Tribunale del riesame avverso il sequestro del marzo 2020. Avolio avrebbe dovuto presiedere il collegio ma decise di non farlo, anche se non presentò una dichiarazione formale di astensione. Secondo il Csm c’erano peraltro irregolarità di costituzione del collegio, del quale un membro fu sostituito, che poi dissequestrò i vigneti dell’imprenditore, decisione poi confermata in Cassazione.

Da alcune intercettazioni sarebbe emerso il riferimento a una presunta “regia” di Avolio che, replicando, ha parlato di “millanterie”. Pochi minuti dopo l’annullamento del sequestro da parte del Riesame, il presidente diede la notizia su un gruppo WhatsApp (denominato “Pallavolo”) a cui era iscritto anche Rigotti. E due mesi dopo Avolio andò nell’azienda di Rigotti a comperare «due cassette di vino e un po’ di mele» (pagate con carta di credito) e incontrò l’imprenditore che gli parlò del procedimento penale. Un «comportamento marcatamente inopportuno», secondo il Csm. Dall’altra parte, la vicenda “Perfido”, nome in codice per l’operazione antimafia scattata nell’ottobre scorso, con cui è stato sgominato il “locale” di ‘ndrangheta di Lona Lases, e quindi la frequentazione di un imprenditore calabrese di successo al Nord, che avrebbe esercitato un ruolo di collegamento tra i clan, la politica e le istituzioni, magistratura compresa. Rapporti definiti «diretti e confidenziali», con la partecipazione ad incontri conviviali, come la cena in cui venne cucinata la capra “speciale” di cui parlava Carini, ciò che avrebbe determinato «un appannamento dell’immagine di imparzialità e indipendenza» del giudice. Tanto più che il Tribunale di Trento dovrà valutare entrambe queste vicende di notevole rilievo e che eventuali decisioni rischiano di essere «percepite come influenzate dai rapporti sociali disinvolti, inopportuni e opachi, o comunque obiettivamente infelici, che lo stesso ha intrecciato».

Una vicenda che la dice lunga sul livello sofisticato delle relazioni intrecciate dalle cosche radicate nel profondo Nord. Come ogni associazione di tipo mafioso che si rispetti, anche quella calabro-trentina puntava a darsi una facciata di rispettabilità soprattutto, grazie al ruolo di Carini, originario di Reggio Calabria, vero e proprio faccendiere in grado, anche per livello professionale e culturale, di attrarre nella sua ragnatela personaggi di spicco. Al di là dei tre politici trentini coinvolti nell’inchiesta, l’ascolto delle conversazioni intercettate ha consentito ai carabinieri del Ros di documentare gli innumerevoli contatti e frequentazioni di Carini con alte cariche istituzionali, tra cui un ex prefetto di Trento, un vicequestore della polizia di Stato, un capitano dei carabinieri, giudici, personalità della politica, un primario dell’ospedale Santa Chiara ed altri.

Dalle intercettazioni è stata gettata luce su una serie di incontri conviviali e riservati, cui partecipavano anche altri indagati, organizzati personalmente da Carini che non esita mai ad interpellare le sue conoscenze per risolvere ogni qualsivoglia problema, venendo in taluni casi a conoscenza anche in tempo reale di di notizie riservate. C’è, per esempio, un brano in cui annuncia che «presto – dice – diventeremo amici anche con il nuovo questore perché lui è calabrese, e mi ha presentato il vecchio prefetto che siamo andati una sera a cena insieme… e poi quando mi hanno dato il titolo di Cavaliere lui era lì … e allora lui mi ha detto “Eh… complimenti, allora lei è un calabrese…” e dico “Ma vede questore, anche lei è un calabrese, noi siamo quelli che portiamo onore alla nostra terra”… tutto contento lui … adesso piano piano devo diventare amico con… perché quando il questore è nostro amico allora, allora la cosa cambia molto…».

C’è il brano in cui un vicequestore dice a Carini che ha parlato con il comandante e che gli avrebbe detto che avrebbe scritto al sindaco per cambiare un segnale stradale. E Carini aggiunge che si farà presentare il presidente del Tar e andrà «alla carica». Carini sembra in cerca di «coperture», per citare un’altra delle intercettazioni a suo carico, quando si propone di invitare un capitano «dell’investigativa» a «mangiare assieme il pesce a Brenzone». C’è un brano, ancora, in cui un interlocutore chiede a Carini «se ha saputo qualcosa della giudice di Castrovillari». E Carini risponde che non vuole parlare al telefono, poi si corregge, dice che chiamerà e parlerà in dialetto. E l’interlocutore pressa affinché si possa «arrivare a questo giudice».

Una vicenda che fa il paio – anche se le due posizioni sono completamente diverse – col recente trasferimento del procuratore di Reggio Emilia, Marco Mescolini, per incompatibilità con ogni funzione giudiziaria nel distretto di Bologna, ovvero di colui che, quando era in forza alla Dda del capoluogo emiliano, è stato l’artefice principale del processo più grande contro le mafie al Nord, quello denominato Aemilia. Mescolini era finito nell’occhio del ciclone per il Palamara Gate, ma creò un polverone anche la sua presunta vicinanza al Pd, essendo stato peraltro capo ufficio del vice ministro dell’Economia Roberto Pinza. Ed è noto che il sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi lasciò l’indagine Aemilia per contrasti con Mescolini e che non tutta l’indagine sul livello politico finì nell’informativa finale.

Ma, a proposito di relazioni altolocate, anche la cricca affaristico-mafiosa spazzata via dal processo Aemilia andava a cena con politici e perfino con un questore e elaborava una strategia mediatica per darsi una patina di rispettabilità. Perché con pezzi di imprenditoria, politica e istituzioni le mafie del Nord vanno a braccetto e ci fanno affari.


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