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Più agricoltura, più ambiente.  E’ l’equazione ormai riconosciuta a livello mondiale. E’ il tema caldo del momento al centro in questi giorni del dibattito nelle Nazioni unite e in Europa. Ed è la base di partenza anche per la riforma delle Politica agricola comune. I giochi sono ripartiti e  già entro domani  dovrebbe arrivare una bozza di proposta del Parlamento europeo. Sulla connessione tra   attività agricola e difesa del pianeta si gioca infatti il futuro delle popolazioni  e dunque nessuna strategia di lotta all’inquinamento può prescindere da un’azione di sostegno della produzione agricola. Ma per  mantenere o rilanciare l’attività nei campi occorre sostenere i redditi degli agricoltori. Dopo anni di abbandono anche in Italia la carta jolly, soprattutto per le aree più fragili del Mezzogiorno, è l’agroalimentare. Ma per realizzare le grandi strategie servono risorse. E la vera ( e quasi unica) cassaforte resta la Politica agricola comune.

Il bilancio della Pac 2014/2020 è per tutti i 28 partner pari a 408,31 miliardi di cui la gran parte, e cioè 308,73 miliardi, assegnata ai pagamenti diretti e alle misure di mercato (le organizzazioni comuni di mercato),  il resto (99,58 miliardi) allo Sviluppo rurale, il cosiddetto secondo pilastro. Nelle casse italiane arrivano per gli aiuti direttori oltre 4 miliardi l’anno. Per quanto riguarda il Psr la spesa totale per le regioni del Mezzogiorno, tra Ue,_Stato e Regioni, nel periodo 2014-2020 è di 9,5 miliardi su una spesa nazionale di 18,6 miliardi.  La spesa europea per l’agricoltura  è  comunque in progressiva contrazione. Se infatti  negli anni Ottanta rappresentava il 66% del bilancio Ue il budget di è assottigliato a poco meno del 40% delle spese totali Ue. Ma resta comunque una pietra miliare per il mantenimento dell’economia agricola nazionale e in particolare del Sud che incassa  la quota maggiore tenendo conto  per gli aiuti diretti della maggiore concentrazione agricola  e per lo Sviluppo rurale del trattamento di favore riservato alle regioni “meno sviluppate”  e a quelle in fase di transizione.

Per la Pac si apre in questi giorni una partita decisiva per lo sviluppo futuro. Ieri il ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, ha debuttato  al consiglio informale dei ministri europei, mentre nei prossimi giorni   Paolo De Castro, coordinatore S&D alla Commissione agricoltura del Parlamento Ue e relatore per la riforma della politica agricola comune, presenterà una proposta  finalizzata a correggere il documento discusso dalla precedente Commissione ma che si è arenato sulle risorse finanziarie.  Il taglio individuato del 4%  dei fondi agricoli è stato accolto da una levata di scudi, ma soprattutto si è deciso di soprassedere in attesa di due certezze: la decisione  sul nuovo quadro finanziario e i costi definiti della Brexit.

In attesa di riempire queste due caselle decisive per completare il puzzle della  nuova Pac, gli esperti analizzano i possibili scenari.

Per Paolo De Castro, due sono gli elementi da cui partire. E sono due secchi no; al taglio degli aiuti e alla  rinazionalizzazione.   Riportare tutte le scelte  nell’ambito degli Stati membri, secondo De Castro, penalizzerebbe soprattutto quei Paesi, come l’Italia, dove c’è un’amministrazione più debole  con pesanti contraccolpi soprattutto al Sud.  E’ necessario  – dice – mantenere e allargare il set di misure in mano alla Ue. Trasferirle  potrebbe essere molto pericoloso. Gli interventi bisogna attuarli, ma non basta occorre dimostrare  di aver raggiunto gli obiettivi. Sono processi complessi.  La priorità pertanto – incalza De Castro –  è  bloccare la rinazionalizzazione e dunque smontare l’impianto messo a punto dal commissario uscente all’Agricoltura Phil Hogan.  Una strategia comunitaria è tanto più importante  per la correlazione con la lotta ai cambiamenti climatici. Una strategia più potente finalizzata a una nuova gestione del suolo non  può certo passare agli Stati, taglia corto l’europarlamentare.

In una Pac che vola alto quanti spazi ci sono per la nostra agricoltura e in particolare per quella meridionale?

Sul piano delle risorse, sostiene De Castro ex ministro dell’Agricoltura e uomo del Sud, i contributi hanno premiato di più le regioni meridionali. E se è vero che fino a un certo punto  la Pac ha privilegiato le produzioni continentali, le commodity, dal 1992 con la riforma che ha introdotto il disaccoppiamento e cioè l’assegnazione degli aiuti slegati dalle produzioni è iniziata una nuova era per i prodotti mediterranei, dal pomodoro all’ortofrutta, dal vino all’olio.

L’arretratezza dell’agricoltura meridionale  è attribuita dall’europarlamentare alla scarsa efficienza delle amministrazioni. Ma c’è anche un’altra questione da considerare. I contributi si stanno gradualmente spostando dagli aiuti diretti alle cosiddette misure di mercato. Le Ocm (organizzazioni comuni di mercato) sono per ora operative per vino e ortofrutta, ma l’orientamento è di rafforzare questo filone. Gli aiuti passano attraverso strutture aggregate, le organizzazioni dei produttori che  sono quasi del tutto assenti al Sud. C’è dunque una strutturale difficoltà a intercettare  finanziamenti sostanziosi “Un esempio – spiega De Castro –  riguarda proprio l’ortofrutta. l’Italia incassa fino a 600 milioni dell’Ocm ortofrutta, ma  per la gran parte queste risorse  si concentrano nelle grandi Op del Nord da Melinda ad Aprofruit e Apoconerpo. Al Sud solo briciole come i 40 milioni a Foggia. Gli aiuti sono attribuiti in base al fatturato delle Op che nelle regioni meridionali sono poche e  di dimensioni ridotte.  Per l’olio, ad esempio, alla Dop Terra di Otranto vanno gli  spiccioli. Le ragioni? Al Sud manca ancora una cultura dell’associazionismo. Anche  i contratti di filiera, che avrebbero dovuto aggregare agricoltori e industrie di trasformazione, anche di più regioni  sono stati un flop.

Le responsabilità, secondo De Castro,  vanno attribuite alla qualità delle amministrazioni che non promuovono politiche aggregative. E se non si cambia registro sarà sempre peggio, perché nel futuro della Pac ci saranno sempre più Ocm, dal grano ai suini, e il Sud rischia così di essere tagliato fuori.

C’è poi un problema strutturale che frena gli investimenti finanziati dallo Sviluppo rurale.  Il cosiddetto secondo pilastro richiede il cofinanziamento dei progetti. Le aziende agricole però non essendo obbligate alla tenuta dei bilanci non dispongono dei parametri richiesti dagli istituti bancari per concedere mutui. Con la despecializzazione del credito – afferma Felice Adinolfi, professore ordinario di Economia agraria all’Università di Bologna- la condizione degli agricoltori è peggiorata e d’altra parte gli istituti bancari devono attenersi alle regole di Basilea. Ismea e Moody’s hanno provocato qualche anno fa  a  “costruire” un  rating a misura delle aziende agricole, ma le banche non lo hanno accetto. Alcuni istituti hanno riservato dei plafond dedicati all’agroalimentare ma sempre con le stesse regole. Per questo agli agricoltori non resta che l’ipoteca sui beni strumentali. Certo al Sud il problema credito si ingigantisce  per la minore disponibilità di liquidità delle imprese. Anche per Adinolfi un nervo scoperto è quello della scarsa capacità di aggregazione.  A tutti i livelli. Da un’indagine svolta qualche anno fa da Nomisma presso i consumatori tedeschi era emersa la disponibilità a pagare  di più  le arance  italiane, siciliane e calabresi in particolare, rispetto alle navel spagnole. Ma il punto è che  per acquistare le arance spagnole bastava firmare contratti con tre esportatori, solo in Sicilia i player erano 900. Per Adinolfi comunque gli aiuti diretti stanno  aiutando a superare le criticità e, come ha anche certificato l’ultimo rapporto Svimez,  alcune produzioni stanno crescendo, per esempio in termini qualitativi l’olio pugliese (al netto dall’emergenza Xylella) e sta sfondando anche la IV gamma nel Metaponto.

“L’agricoltura del Sud – sottolinea Adinolfi – ha mostrato anche una certa vivacità facendo registrare risultati positivi e anti-ciclici negli ultimi anni. Certo non è sempre andata bene ma a creare problemi sono state in alcuni momenti soprattutto le avversità atmosferiche e alcune congiunture negative dei mercati. Anche la situazione organizzativa e migliorata come mostrato anche dalle performance di alcuni prodotti soprattutto sul fronte dell’export, ma il gap rispetto alle regioni settentrionali resta invariato”.

Restano da superare alcuni coni d’ombra, dal gap infrastrutturale (dalle strade all’irrigazione che pesa tantissimo su regioni a  rischio siccità come la Calabria e la Sicilia) alle assicurazioni: il Nord assicura l’85% della plv agricola, il Sud si affida ancora troppo agli indennizzi. Tornando alle infrastrutture  Adinoldi   ricorda che tra il 1990 e il 2015 la rete autostradale del Centro Nord è aumentata del 15,5%, nel Mezzogiorno si è fermata al 5,2%. E non va meglio per la rete ferroviaria: +2,9% nel Centro Nord contro un poco meno di zero del Sud.  La situazione è dunque articolata e complessa. E non si può parlare semplicisticamente di Europa matrigna per l’agricoltura. Sul piano finanziario la Ue non ha penalizzato il Sud anche se alcune posizioni non hanno certo aiutato la sua agricoltura. I costi più elevati, anche per la lontananza dai grandi mercati globali, non sono stati compensati da prezzi adeguati e se questo vale per tutta la migliore agricoltura tricolore  è ancora più pesante l’impatto al Sud che ha pagato il conto più alto dell’omologazione  e della  difficoltà a caratterizzare  i suoi  prodotti di qualità.  Il ministro Bellanova  ha indicato tra le priorità la tracciabilità del prodotto: sapere da dove arriva e  con quale materia prima è realizzato. La Ue ha avuto sempre una posizione  rigida su questo fronte e solo da qualche anno si sta ammorbidendo sulla spinta delle precise richieste dei consumatori europei.

I nodi finanziari della Pac  quindi si affiancano a questioni legate alla qualità, ma che inevitabilmente impattano sulla redditività. Accanto alla Pac quella dell’etichetta trasparente, sostenuta con forza da anni dalla Coldiretti, è una battaglia prioritaria per dare valore alle eccellenze del made in Italy. Così come un piano infrastrutturale  e  il ritorno a un credito specializzato per l’agricoltura finalizzato soprattutto a favorire il ricambio generazionale. Un problema anche questo strutturale e legato ad alcune inefficienze regionali.  Se infatti per quanto riguarda la spesa dello Sviluppo rurale nel suo complesso alcune regioni del Sud, come la Calabria, hanno superato le performance del Nord, sui bandi per i giovani  le regioni meridionali sono in pericoloso ritardo. Pochi bandi e  pochissimi i progetti ammessi. Con il rischio di ipotecare un futuro agricolo nel segno dell’innovazione e della competitività che sono le bandiere degli under 40.


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