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I GIUDICI della Corte dei conti lo hanno ribadito per l’ennesima volta nel Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, licenziato la settimana scorsa: «Non è ancora stabilito il percorso di superamento del criterio della spesa storica». Tradotto: il Sud viene ancora scippato dei suoi soldi per strade, asili, scuole e ospedali con il trucco delle tre carte. Non solo. «Le recenti istanze di regionalismo differenziato – si legge nel documento – rendono potenzialmente ancora più problematico il percorso verso un quadro stabile di federalismo simmetrico. Anche per gli enti locali appare fermo il processo di definizione dei fabbisogni legati alle funzioni fondamentali, e molta incertezza, negli anni, si è manifestata sul ruolo di specifiche fonti di finanziamento».

LE OPERE CLOU

Insomma, gli investimenti per lo sviluppo del Mezzogiorno rischiano di non allontanarsi troppo da quel 0,15% che grida giustizia. E ai 62 miliardi già dirottati verso le Regioni del Centro-Nord si aggiungeranno altre risorse. Eppure, è all’Italia intera che servirebbe correggere questa stortura per ripartire. Sulle infrastrutture il Sud attende da troppi anni, come ricordato sul nostro giornale da Ercole Incalza, oggi ci sarebbero tutte le condizioni per realizzare, in tempi certi, alcune opere fondamentali: la metropolitana di Napoli Linea1, il nodo ferroviario di Bari, la Metropolitana di Catania, la Metropolitana di Palermo, l’Alta velocità ferroviaria Napoli – Bari – Lecce – Taranto, l’Alta Velocità ferroviaria Palermo – Messina – Catania, l’Asse stradale 106 Jonica, il collegamento stabile sullo Stretto di Messina, per un investimento totale di 23 miliardi. Per la Metropolitana di Napoli Linea1, l’alta velocità ferroviaria Napoli – Bari – Taranto – Lecce, il nodo ferroviario di Bari, l’Asse stradale 106 Jonica, basterebbe solamente rivisitare il cronoprogramma per contenere al massimo i tempi di realizzazione: valore globale 8 miliardi. Interventi, opere, investimenti che darebbero una scossa positiva non solo al Mezzogiorno, ma all’intero sistema Italia, permettendo al Paese di presentarsi più competitivo in Europa.

I NUOVI SCIPPI

C’è quel 0,15% che dovrebbe essere cancellato, e invece il tentativo è ancora quello di sottrarre soldi al Sud. Gli ultimi esempi: dai finanziamenti per l’emergenza Covid che stanno finendo quasi tutte nelle casse delle più grandi aziende del Nord, alla ridistribuzione e rimpiego dei Fondi coesione per pagare la Cig al Nord. C’è un’Italia che dovrebbe ripartire e rapidamente, dovrebbe farlo guardando allo sviluppo del Mezzogiorno, e invece proseguono gli scippi. Servirebbe una manovra che prenda le mosse da un punto fermo: ridare al Sud quello che gli è stato sottratto negli ultimi 20 anni. Occorre riequilibrare la spesa pubblica che toglie ai poveri (al Sud) per dare ai ricchi (il Nord). Serve una manovra finalmente equa, che ridia ai cittadini del Sud la stessa qualità di servizi di cui gode chi vive al Nord.

LA VERGOGNA 0,15%

Al Mezzogiorno servono strade e ferrovie moderne. Ma non sulla carta, non solo sui progetti annunciati. La sintesi del declino della spesa infrastrutturale in Italia e al Sud in particolare sta nel tasso medio annuo di variazione nel periodo 1970-2018, che è stato pari a -2% a livello nazionale: -4,6% nel Mezzogiorno e -0,9% nel Centro-Nord. Gli investimenti infrastrutturali nel Sud negli anni ’70 erano quasi la metà di quelli complessivi, mentre negli anni più recenti sono calati a quasi un sesto del totale nazionale. In valori pro capite, nel 1970 erano pari a 531,1 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 451,5 e il Mezzogiorno a 677 euro. Nel 2017 si è passati a 217,6 euro pro capite a livello nazionale, con il Centro-Nord a 277,6 e il Mezzogiorno a 102 euro. La conseguenza è che nel ranking regionale infrastrutturale della Ue a 28, la regione del Mezzogiorno più “competitiva” è la Campania, che occupa una posizione a metà della graduatoria (134° su 263), seguita da Abruzzo (161°), Molise (163°), Puglia (171°), Calabria (194°), Basilicata (201°), Sicilia (207°) e Sardegna (225°).

L’ALTA VELOCITÀ

Basterebbe questa graduatoria a raccontare il gap infrastrutturale che il Sud ha accumulato nel corso degli anni non solo rispetto al Nord, ma nei confronti del resto d’ Europa. Al Sud, a parte la realizzazione di alcune tratte autostradali con terze corsie e l’adeguamento della Salerno-Reggio Calabria, l’incremento di autostrade è stato molto limitato e si è concentrato tutto o quasi in Sicilia. «Il segnale del disimpegno degli investimenti pubblici in questo ambito – dice l’ultimo rapporto Svimez – sta nel peggioramento della dotazione relativa di autostrade nel Mezzogiorno. Rispetto alla media europea a 15 Paesi (posta uguale a 100), la dotazione di autostrade del Sud è passata dal 1990 al 2015 da 105,2 a 80,7». Per quel che riguarda la dotazione di linee ferroviarie, molto carente nel Mezzogiorno è lo sviluppo dell’Alta Velocità (AV), con soli 181 chilometri di linee, pari all’11,4% dei 1.583 km della rete nazionale; nel Centro-Nord la rete è di 1.402 chilometri, pari all’88,6% del totale. Nel confronto con la Ue (rete AV ponderata sulla popolazione dei soli Stati membri dotati), l’indice di dotazione dell’Italia nel 2015 è pari a 116, con il Centro-Nord a 156,5 e il Sud appena a 38,6. Basta guardare la cartina delle direttrici dell’Alta velocità – esistenti o ancora da realizzare – per accorgersi visivamente che l’Italia delle ferrovie -non solo quella, per carità – è spaccata in due: su tutta la linea adriatica, da Bari sino a Bologna, c’è il vuoto, così come dalla Puglia alla Sicilia. Mentre al Nord è fitta la “ragnatela” di linee che si intrecciano e uniscono ogni angolo dell’Italia settentrionale. Se al Sud c’è solamente il 16% dell’Alta velocità è merito di decenni di mancati investimenti. Non può spiegarsi diversamente il fatto che le linee sono elettrificate per l’80 per cento al Nord e per il 50 al Sud; oppure che nel Mezzogiorno circolano meno treni che nella sola Lombardia.

IL DIVARIO GLOBALE

I porti del Sud, pur vantando numero e lunghezza degli accosti nettamente superiori a quelli del Centro-Nord, hanno una dotazione estremamente modesta, con un indice sintetico pari a 58,9 dovuto alla forte carenza di capacità di movimentazione e stoccaggio delle merci. Relativamente migliore è l’indice sintetico degli aeroporti (69,4), ma anche in questo comparto si scontano carenze qualitative dell’offerta (distanza dai centri urbani, aree di parcheggio aeromobili e superficie delle piste). Al Sud ogni impresa può contare in media su meno di 20 km di infrastrutture (strade, autostrade, linee ferroviarie), circa la metà di quelli a disposizione nel Nord-Ovest. La Puglia, ad esempio, secondo lo studio di Nomisma, è fanalino di coda con appena 7,9 km di infrastrutture per azienda. A fronte di una media nazionale di 23 km di autostrade ogni 1.000 kmq, nel Sud si scende a 20 km/1.000 kmq, con la Basilicata ferma a 3 km/1.000 kmq e il Molise bloccato a 8 km/1.000 kmq. Anche la dotazione di linee ferroviarie è inferiore al Sud, con 36 km/1.000 kmq nelle isole, mentre a livello nazionale la media è di 55 km/1.000 kmq. Risultato: nel decennio 2008-2018 l’export del Nord è cresciuto del 62%, mentre quello del Sud (geograficamente concentrato nei mercati di prossimità e che raggiunge in minima parte i mercati più lontani) solo del 46%, con un peso sul Pil pari al 2%, mentre al Nord è al 3,1%.

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