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Il premier Conte durante il question time alla Camera (Foto Roberto Monaldo/LaPresse)

Tempo di lettura 4 Minuti

Sembra ancora in salita la strada del decreto Semplificazioni: il premier Giuseppe Conte sperava di portarlo in Consiglio dei ministri già oggi, ma le forze di maggioranza non hanno ancora raggiunto l’accordo su alcuni dei punti più sensibili.

IL CONFRONTO

Un nuovo vertice è convocato per stamattina, poi il provvedimento potrebbe arrivare all’esame di un pre Consiglio che si annuncia “lunghissimo”, quindi una riunione dei ministri in serata, anche se da Palazzo Chigi non fanno mistero del fatto che l’appuntamento in Cdm potrebbe slittare nell’agenda di sabato.

Del resto, lo stesso premier, al termine del question time nell’aula di Montecitorio, non ha dato scadenze, ma ha sottolineato come sia in corso «un ampio confronto, si sta discutendo su tutto. È giusto che tutte le forze di maggioranza siano coinvolte: non c’è solo il governo, ma anche rappresentanze parlamentari di maggioranza, in modo da poter arrivare anche, in una fase successiva, a una conversione che ha visto un serrato confronto sin dall’inizio».

Ovvero, meglio qualche giorno in più ora che perdersi in nuove beghe dopo, dal momento che il decreto Semplificazioni, continua a ripetere il premier, «è la madre di tutte le riforme. Non ci possiamo permettere di mancare questo appuntamento». Ed è essenziale anche alla luce del Recovey plan italiano, da presentare a Bruxelles a settembre, cui sono legati i fondi del Next Generation Eu.

«La pandemia – ha detto Conte – ha determinato una recessione senza precedenti. Tra gli strumenti per rilanciare la crescita vi è senz’altro il decreto Semplificazioni, che ritengo indispensabile per modernizzare l’Italia e far correre tutto il Paese. Ed è per questo che in queste ore ci stiamo confrontando in maniera costruttiva per trovare una soluzione».

GLI OBIETTIVI

Fra le misure previste nel decreto-legge, Conte ha indicato gli interventi «nella fase contenziosa, per rendere ancora più veloce il processo amministrativo e per evitare sospensioni delle gare pubbliche nelle ipotesi in cui non sia strettamente necessario per tutelare la legalità».

Misure accompagnate da interventi sulla responsabilità dei pubblici dipendenti. «Al fine di superare la cosiddetta “paura della firma” – ha detto il premier – si limita, temporaneamente, la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l’azione di responsabilità al solo profilo del dolo per le azioni e non anche per le omissioni. In tal modo, i pubblici dipendenti hanno maggiori rischi di incorrere in responsabilità in caso di “non fare” rispetto al “fare”, dove la responsabilità viene limitata al solo profilo del dolo».

VELOCIZZARE L’ITER

L’obiettivo è velocizzare l’iter delle opere. «Pensiamo a semplificare le procedure affidando i contratti in modo più rapido, in questo momento, transitorio. Compatibilmente introdurremo procedure negoziate anche senza bando, compatibilmente alla normativa europea. Deroga associata a misure di trasparenza e controlli antimafia rafforzati». Intanto, Conte si è barcamenato tra le opposte istanze della maggioranza, ma su una cosa ha tenuto il punto, spalleggiato da Italia viva e Movimento 5 stelle contro le resistenze del Pd: l’inserimento di un elenco di circa 30 opere considerate strategiche da realizzare seguendo il cosiddetto “Modello Genova” – ovvero con una procedura negoziata senza gara – all’interno di un Dpcm che consentirebbe l’avvio immediato dei lavori, senza passare dal Parlamento.

LA LISTA DELLE OPERE

La lista è in lavorazione. Il timore è che l’elenco continuai a privilegiare i territori del Nord, lasciando ancora una volta il Sud imbrigliato nella povertà infrastrutturale che continua a ostacolarne qualsiasi sussulto. Inserire i cantieri del Mezzogiorno tra le opere strategiche è essenziale e vitale per il territorio.

Certo, la carrellata delle opere in standby su cui il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, in un’intervista al Foglio, si è detta impegnata per riaprire i cantieri non lascia ben sperare. Nel suo elenco, oltre a quelle bloccate dalla battaglia politica su Aspi, dopo il crollo del ponte Morandi, figurano soprattutto opere al Nord, come la tratta ad alta velocità tra Genova e il Terzo valico di Milano e quella Brescia-Verona e Verona-Vicenza, il nodo ferroviario di Firenze, la metro C di Roma. Nel Mezzogiorno la lista si limita ai due lotti mancanti della Napoli-Bari e al primo lotto della Messina-Palermo-Catania.

CANTIERI BLOCCATI

Sono tante, in realtà, le opere già in parte avviate ma ferme per questioni procedurali o pronte a partire e per le quali sarebbe possibile entro 60-90 giorni consegnare le attività propedeutiche o realizzative, a cui il decreto Semplificazioni potrebbe imprimere una significativa accelerazione. Opere per circa 52 miliardi di euro, di cui oltre 27 miliardi al Sud, in particolare, per la linea 1 della Metropolitana di Napoli, il nodo ferroviario di Bari, l’asse stradale della 106 Jonica, l’alta velocità ferroviaria Napoli-Bari-Lecce-Taranto e Palermo-Messina-Catania, le metropolitane di Catania e Palermo e un collegamento stabile sullo Stretto di Messina.

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