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L’esultanza per la pioggia di soldi comunitari – 750 miliardi – che il premier Giuseppe Conte è riuscito a portare a casa, al termine di una estenuante trattativa durata quattro giorni e quattro notti, ha già lasciato spazio a nuove tensioni nella maggioranza, ancora sul Mes, ma anche sulla “regia” per la gestione delle risorse. Perché la vera scommessa ora è dimostrare di saper spendere questi soldi, mettere in campo le riforme e gli investimenti che consentano al Paese di ripartire, anche sanando la frattura tra l’Italia del Nord e del Sud, che ne frena lo sviluppo e la possibilità di competere con gli altri partner europei. L’Europa ci guarda, soprattutto i Paesi “frugali” che hanno mal digerito l’assegnazione di una tale mole di denaro a un Paese che considerano “spendaccione”.

L’invito a «spendere bene» è arrivato all’Italia anche della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha riconosciuto che finora il Paese non ha dato gran prova di capacità di spesa, basti pensare alle risorse del Programma 2014-2020 del Fondo di coesione e sviluppo: un dote di 53 miliardi, di cui solo 15 risultano impegnati e soltanto 8 spesi.

Ma soprattutto dalla Ue è arrivata – in verità non solo all’Italia -, più che una moral suasion, un indirizzo bene preciso, mirato alla correzione gli squilibri territoriali, in termini di sviluppo, occupazione. E soprattutto di infrastrutture.

LE OPERE PER IL SUD

In occasione del varo in Cdm del decreto Semplificazione, il governo ha presentato in allegato un elenco di opere – “Italia Veloce” – da realizzare seguendo una corsia veloce, che consenta l’apertura o la riapertura cantieri in tempi brevissimi. La lista, curata dal ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, prevede un “pacchetto” di infrastrutture per il Sud, opere attese da tempo. Peccato, però, che – rispetto al pacchetto di opere nel Nord – la sola opera cantierata – e velocizzabile, quindi – sia l’asse ad alta velocità Napoli-Bari, un’opera avvita ad esecuzione nel 2014 con la legge Obiettivo. Le altre sono ferme alla fase progettuale: ben che vada, la cantierizzazione sarà possibile solo nel primo semestre del 2022.

È così per l’asse autostradale “Ragusana”; la rete provinciale siciliana; la rete viaria in Sardegna; il completamento della linea ferroviaria Pescara-Bari; la realizzazione della nuova linea Ferrandina-Matera La Martella; la linea ferroviaria Roma-Pescara; il potenziamento tecnologico e interventi infrastrutturali sulla linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria; la linea ferroviaria Palermo-Trapani (Via Milo); il potenziamento tecnologico e interventi infrastrutturali sulla Linea Taranto-MetapontoPotenza-Battipaglia; la realizzazione dell’asse AV/AC Palermo-Catania-Messina.

IL PONTE SULLO STRETTO

Un capitolo a sé merita, poi, il “caso” del ponte sullo stretto di Messina: una vicenda lunga trent’anni, su cui si aprono nuovi scenari dopo l’annuncio di un progetto di fattibilità tecnico- economico che dovrebbe mettere a confronto il vecchio progetto del ponte a campata unica della Società Stretto di Messina – per cui è ancora in corso un contenzioso con il General Contractor Eurolink – con quello di un ponte a più campate e l’ipotesi di tunnel sotterraneo. Intanto, con il vecchio progetto, i cantieri potrebbero essere avviati in soli sei mesi, utilizzando le risorse del Recovery Fund dal momento che è inserito all’interno del Programma dell’Unione europea (Sistema delle Reti Trans European Network TEN – T) sia nell’edizione 2004, sia in quella 2013.

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