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Una simulazione del Ponte sullo Stretto

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L’inaugurazione del ponte di Genova ci conferma che quando il nostro Paese vuole può fare cose egregie in tempi contenuti. Più complesso forse se le cose da fare sono tante. infatti Intervento sistemico è il mantra che dovrebbe essere il motivo dominante della strategia governativa per il Sud. Perché è facile che qualche progetto venga pure intrapreso ma, se non si organizza tutto in modo sistematico gli effetti desiderati non si avranno.

Perché probabilmente si comincerà con qualche opera infrastrutturale, ovviamente si spera non con tempi lunghi e con risorse inadeguate, o con alta velocità farlocca e, per il ponte sullo stretto, con studi di fattibilità o di costi/benefici o di tunnel improbabili che ci faranno tornare, come nel gioco dell’oca, alla prima casella.

Ma certamente sarà importante che l’intervento sia sistemico come serve. E cioè che riguardi l’infrastrutturazione, ma anche la sicurezza, in particolare nelle Zes, per permettere l’attrazione di investimenti dall’esterno, m anche la fiscalità compensativa ed il cuneo fiscale differenziato e più contenuto rispetto ad altre parti, ma anche la semplificazione amministrativa e il potenziamento delle strutture tecniche autorizzative comunali e regionali, nonché una attenzione particolare al turismo, con una nuova normativa per le Zes turistiche, per raggiungere degli obiettivi di presenze coerenti con il patrimonio ambientale, artistico, culturale paesaggistico, gastronomico dell’area. E con un sistema di sostituzione dei poteri che renda innocua la classe dominante estrattiva pronta a dirottare le risorse per i propri interessi o a non farle spendere.

Perché supponiamo che si programmi un’alta capacità/ velocità ferroviaria che arrivi ad Augusta. Ma non potremmo attrarre le maxi navi porta containers se non si attrezzerà quel porto per accogliere tali navi, se non si dragheranno i fondali, liberandoli dai rifiuti tossici che lo inquinano.

E certamente non attrarremo investimenti se contemporaneamente alla costituzione delle Zes non si avrà una task force che li faccia arrivare. Mentre il settore turistico non potrà decollare senza un progetto organico con l’individuazione di aree dove attrarre investimenti degli operatori stranieri.

Ma se continuerà lo scippo di 60 miliardi l’anno, distribuendo le risorse in base alla spesa storica, così cara a Stefano Bonaccini, a Attilio Fontana e Luca Zaia, è facile che le comunità meridionali non riescano non solo ad assicurare una sanità adeguata ma neanche la pulizia ordinaria di città e borghi e quindi qualunque attrazione diventa teorica.

Ma non serve un intervento sistemico che sia solo nei programmi ma una pianificazione che abbia numeri e scadenze, sopratutto per quanto attiene alla definizione di alcuni lavori più importanti ma anche e sopratutto rispetto alla creazione di posti di lavoro ed all’incremento di Pil. Vogliamo che per esempio il Mezzogiorno raggiunga il reddito pro capite medio del Paese? Cioè quei 30 milioni l’anno che sono un minimo, certo non il reddito pro capite di Bergamo o di Brescia? Perché un reddito pro capite di 30.000 euro aumenterebbe il reddito del Sud a quei 600.000 euro che porterebbero l’Italia a regime, rispetto agli altri grandi Paesi europei.

Per questo obiettivo è necessario che la classe dirigente del Paese, quella vera, diventi motore. Con i suoi imprenditori, sindacati, ma anche le Università in un accordo virtuoso con le grandi tradizione culturali del Mezzogiorno. Niente di diverso di quello che ha fatto la Germania con la ex Ddr, oggi dopo 30 anni dalla riunificazione, ritornata quasi a regime.

Non partiamo da zero ma quello che le imprese e l’imprenditoria meridionale nei vari settori potevano esprimere lo ha già fatto, adesso il compito e l’interesse primario deve essere del Paese. Rimmaginare una struttura come la Cassa del Mezzogiorno di Gabriele Pescatore potrebbe essere una via da perseguire, ma è necessario che le forze politiche nazionali cambino il proprio approccio ed invece di pensare alle elezioni successive regionali, pensino alle nuove generazioni.

Partiti come il Pd ed i Cinque Stelle ma anche Forza Italia e Fratelli d’Italia devono avere una visione nazionale, perché è l’unico modo per affermare una loro idea di Paese. Certo le resistenze all’interno non saranno deboli e per esempio nel PD i vari Giuseppe Sala , Giorgio Gori, Stefano Bonaccini saranno i paladini della battaglia prima il Nord, dell’ ennesima quanta corsia sulla Brescia Milano, del grande evento da far svolgere nel Lombardo-Veneto, del prima Milano e Napoli può aspettare; ma una vera classe dirigente non si perde negli interessi locali provinciali e bulimici di una parte, ma guarda all’interesse di una grande Italia, in una Europa dei popoli.

L’insegnamento di Angela Merkel, che non per nulla proviene dai lander orientali, deve far imparare ai nostri Frugali che da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano. La scelta di far diventare una parte colonia, dove allocare le produzioni inquinanti, come le raffinerie o i centri siderurgici, con annessi problemi tumorali, è risultata una scelta perdente, quella del modello locomotiva un errore, quella di non avere una politica di allargamento ed aiuto ai paesi rivieraschi, che ha fatto l’Europa privilegiando l’Est, una via che può portare alla distruzione della stessa idea europea, sommersa da un Nord Africa pluriabitato, che pressa sui confini se non aiutato, e la scelta di portare il centro dell’Europa a Francoforte e a Bruxelles, ovviamente non può che fare diventare Roma marginale e periferica.

Mentre invece anche l’Europa dovrebbe avere chiaro che il futuro del continente si gioca nel Mediterraneo ed in Africa, dimensione che è molto chiara ai cinesi che stanno investendo pesantemente in quello che sarà il continente del 2000.

Un cambio di rotta che riguardi l’Europa ed il nostro Paese in un mondo ed in un Mediterraneo, ridiventato centrale sia da un punto di vista geopolitico che economico, può essere una strada da intraprendere.

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